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Il ritorno del ‘guru dell’AI’, Pecchia al Campus Bio-Medico

Leandro Pecchia
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Dall’Italia alla Gran Bretagna e ritorno, con l’obiettivo di “avere un impatto reale e lasciare il segno”, anche grazie all’intelligenza artificiale (AI). Parliamo spesso di ‘fuga dei cervelli’, ma quello di Leandro Pecchia, presidente della Società europea di ingegneria biomedica, è un rientro ‘pesante’, favorito anche dalla Brexit.

Pecchia, bioingegnere esperto di AI, è innovation manager Oms (Organizzazione mondiale della sanità) per le tecnologie non farmacologiche per Covid-19, membro del Cts del ministero della Salute per i dispositivi medici, e rientra in Italia come professore ordinario all’Università Campus Bio-Medico di Roma. Oggi fa un bilancio della sua esperienza in un’intervista con Fortune Italia.

“La mia prima volta all’estero – ricorda – è stata nel 2009, come visiting professor all’Università di Sheffield. Poi tornai in Italia a chiudere il dottorato, quindi mi sono stabilito in Inghilterra nel 2011″. Oltremanica Pecchia, laureato alla Federico II di Napoli, ha lavorato all’Università di Nottingham e a quella di Warwick. Ma anche con Oms e varie istituzioni italiane.

L’effetto di Brexit

Poi c’è stato il Referendum sulla Brexit. “Ha avuto un peso sulla mia principale modalità di finanziamento: negli ultimi 5 anni ho scritto progetti europei per 60 mln di euro e, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, questa diventa una variabile importante. Ma c’è anche l’aspetto psicologico: il fatto di lavorare e vivere in un Paese che ha deciso di venire via dalla tua comunità”, l’Europa.

Così il bioingegnere è rientrato. “Sono andato in GB per crescere, e ora riporto la mia esperienza in Italia: tutti dovrebbero farlo. L’Inghilterra, al di là dei fondi destinati alla ricerca, in questi anni ha avuto un vantaggio: attrae menti brillanti da tutto il mondo. Mentre da noi il bilancio è negativo”, esportiamo più cervelli di quelli che importiamo.

“Questo fa la differenza: il contribuito di modelli formativi ed esperienze diverse arricchisce il sistema della ricerca e chi vi opera”. Insomma, per Pecchia non è solo una questione di fondi, ma anche di menti. “C’è da dire, però, che la Gran Bretagna adesso sta vivendo dopo Brexit il processo contrario”. Numerosi talenti stanno lasciando il Paese. “E questa è un’opportunità per l’Italia“.

Il Campus Bio-Medico

Come mai, allora, il Campus Bio-Medico? “Avevo avuto contatti da tre università, tra le migliori d’Italia. Poi ho vinto un concorso al Campus, con il quale mi accumuna una visione: le mie attività sono sempre finalizzate a far crescere uomini e donne che possano cambiare il mondo. Per dare un contributo che vada al di là di quello tecnico-scientifico”.

I progetti per la salute e l’AI

Negli ultimi anni gli studi di Pecchia si sono concentrati su come trovare soluzioni a basso prezzo nei Paesi più poveri, in Africa, per rendere disponibili numerosi dispositivi medici. Soluzioni interessanti anche per i Paesi sviluppati, che stanno toccando con mano gli effetti della crisi delle materie prime, del caro energia, dell’inflazione.

Pecchia ne parla oggi a Roma, all’interno dell’evento di presentazione della sua cattedra all’Università Campus Bio-Medico di Roma, finanziata da Intesa Sanpaolo.

Tra i progetti già avviati dall’unità di ricerca c’è AMY-AI, “in cui l’intelligenza artificiale è messa a servizio dei medici di medicina generale, primo punto di contatto dei cittadini. L’obiettivo – spiega – è aiutarli a individuare i soggetti più a rischio di malattie rare del cuore e dell’occhio e favorire la diagnosi precoce”.

Il fatto è, aggiunge Pecchia, che “talvolta alcune malattie rare non sono tali, ma piuttosto sono sotto-diagnosticate. La nostra idea è che l’intelligenza artificiale possa aiutare i medici a individuare soggetti più a rischio e a indirizzarli alle strutture specializzate”. Pecchia è convinto che quello delle malattie rare sia uno dei campi più interessanti di applicazione dell’intelligenza artificiale.

Non solo. “Abbiamo diversi progetti in collaborazione con colleghi africani, il più promettente è il supporto alla diagnosi di polmonite. Le polmoniti possono essere batteriche, virali o da funghi: capirne subito la natura e fare una diagnosi è molto importante. Abbiamo messo su un sistema di intelligenza artificiale che, basandosi solo sui sintomi, riesce a distunguere tra polmonite e bronchite e a indirizzare meglio i soggetti per ulteriori analisi o una terapia precoce e mirata (contrastando così anche la resistenza antibiotica). Abbiamo fatto studi interessanti in laboratorio prima di Covid-19, ma ora dobbiamo fare sperimentazioni cliniche sul campo per verificare i risultati”.

Il consiglio ai giovani

A un bioingegnere non possiamo non chiedere perchè un giovane dovrebbe scegliere questo settore. “L’ingegnere biomedico – sottolinea – ha una peculiarità: si confronta con il clinico, con altri ingegneri, con i manager degli ospedali. Dunque deve avere un’apertura mentale tale da poter dialogare con figure diverse, dai medici, ai pazienti, agli economisti. Una filiera complessa: l’unica soluzione è la multidisciplinarietà. E dal momento che il mondo del lavoro e quello della salute evolvono oggi a una velocità incredibile, i nostri studenti sono apprezzatissimi anche in altri settori”.

Dopodichè, “lavorando in questo campo – sottolinea Pecchia – si ha la possibilità di aiutare i pazienti anche in maniera diretta: si ha la percezione di svolgere un servizio per la comunità, e questa è un’opportunità enorme”.

Ma allora vale ancora la pena andare all’estero? “La scuola italiana di bioingegneria è una delle migliori al mondo: coniuga conoscenze teoriche importanti e permette di lavorare con medici apprezzati a livello internazionale”, ricorda Pecchia. Ecco perchè l’esperto suggerisce ai giovani di formarsi in Italia e “poi magari di fare un’esperienza all’estero. E’ quello che consiglierei a mia figlia”, assicura.

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