Superare le barriere linguistiche, occhio agli inglesismi nella salute

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In un momento storico in cui si parla tanto di centralità del paziente nei processi decisionali in sanità, vanno evidenziati alcuni aspetti che possono limitarne il campo di azione, soprattutto legati alla comunicazione e al linguaggio.

Una delle grandi sfide è rendere di facile comprensione per le persone ciò che interessa e coinvolge, nel caso ci si trovi a dover affrontare un momento difficile per la propria salute. Questo obiettivo passa per una rivoluzione che va fatta in campo semantico, soprattutto per quanto riguarda l’abuso degli inglesismi nella comunicazione tra paziente e professionista o istituzione sanitaria. Una barriera molto alta che, se non affrontata nel giusto modo, può costituire un boomerang per il buon esito degli obiettivi che il sistema sanitario si prefigge. 

In questo contesto val bene ricordare che l’Italia è agli ultimi posti in Europa per alfabetizzazione sanitaria, cioè “la capacità di ottenere, elaborare e capire informazioni sanitarie di base e accedere ai servizi di salute in modo da effettuare scelte consapevoli”. In pratica essere in grado di acquisire, comprendere e utilizzare informazioni per la propria salute.

Questa premessa aiuta a sostenere quanto sia importante lavorare per aumentare la consapevolezza delle proprie scelte in funzione delle conoscenze che il paziente ha, o pensa di avere, sulla propria condizione.

La questione si pone su due livelli: uno di comunicazione generale “paziente centrica” e l’altra a livello di interazione professionista sanitario-paziente. Entrambi sono collegati tra loro.

Nel primo caso, un approccio alla comunicazione incentrato sul paziente consiste nel riconoscere l’intera persona, la sua personalità, la sua storia di vita e la sua struttura sociale per sviluppare una comprensione condivisa del problema, degli obiettivi del trattamento e degli ostacoli al trattamento e al benessere. Gli obiettivi principali sono ascoltare e comprendere i punti di vista dei pazienti, come le loro preoccupazioni, idee ed emozioni; comprendere il contesto psicologico, sociale e culturale unico del paziente; raggiungere una comprensione condivisa delle condizioni, degli obiettivi di trattamento e dei possibili risultati di salute. Tradizionalmente, la formazione nelle scuole di specializzazione non sempre prevede un approccio basato su questi principi, e questa è una barriera forte.

Circa l’altro punto, studi di settore hanno dimostrato che soprattutto nel primo livello di interazione professionista-paziente dove si avvia la relazione di cura, sono numerosi gli inglesismi utilizzati, soprattutto da parte del medico; termini come day hospital, check upfollow-upoutput, screeningdevice, risk, sono ormai di largo utilizzo. Gli stessi studi hanno dimostrato che, quando i pazienti hanno una scarsa capacità di lettura, conoscono meno le loro malattie croniche, gestiscono peggio le loro cure, e sono meno propensi a adottare misure preventive per la loro salute.

In pratica, il paziente è preparato a interpretare questi termini nella maniera corretta? È da qui che passa anche la sfida dell’intero sistema sanitario, ed è proprio nelle sue strutture di prossimità al servizio del paziente che la mole di termini stranieri è più adottata. Patient journey, flow chartrisk manager, engagement, faq, call centerfeedbackcustomer satisfactionprivacyticket, sono solo alcuni dei termini che si ritrovano su documenti ufficiali di ogni struttura ospedaliera, anche sulla segnaletica interna, per esempio. 

La scarsa alfabetizzazione sanitaria non riguarda solo coloro che hanno una scarsa alfabetizzazione generale, ma anche persone che possono essere estremamente preparate nelle loro aree di competenza, ma che hanno problemi a comprendere la terminologia medica.

In conclusione, una limitata alfabetizzazione sanitaria può rappresentare un rischio per la sicurezza dei pazienti. La consapevolezza del problema, l’impegno ad affrontarlo e l’implementazione di cambiamenti comunicativi nell’ambiente sanitario possono contribuire a garantire che i pazienti comprendano i loro problemi di salute e siano competenti nella gestione delle loro cure. L’approccio più prudente è quello di dare sempre per scontato che il paziente non abbia una competenza specifica e che esprimersi con termini comprensibili a tutti può aiutare l’intero sistema e renderlo più “umano”.

*Pier Raffaele Spena, presidente Fais odv

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