Lavoro e faccende domestiche, l’impatto di Covid

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Covid-19. I lockdown ripetuti. Lo smart working. Una serie di situazioni che in qualche modo dovrebbe aver contribuito a rendere meno ‘dispari’ la differenza di genere nei ruoli a domicilio tra uomini e donne, con i primi sempre più disposti a farsi carico di mansioni che fino a qualche decennio fa erano esclusivamente a carico della donna e che ora, fortunatamente, vengono condivise. Ma è andata proprio così?

Lo studio

Viene da chiederselo, con una risposta che al momento appare ancora negativa, rileggendo lo studio coordinato da Tom McClelland dell’Università di Cambdrige, apparso su Philosophy and Phenomenological Research. L’analisi, oltre a proporre possibile soluzioni come un congedo paterno più esteso e comunque un maggior tempo per la componente maschile da dedicare alle mansioni domestiche, propone una serie di chiavi di lettura economico-sociali che vale la pena di approfondire, prendendo il via da un punto di partenza comune: sotto l’aspetto culturale ed antropologico, uomini e donne vengono in qualche modo abituati da norme non scritte a percepire prospettive di azioni profondamente diverse, partendo da un unico punto di partenza.

Il retaggio culturale

In pratica, l’attenzione alle dinamiche domestiche sarebbe profondamente influenzata da modalità culturali, a prescindere da approcci razionali che ben si legherebbero con il ruolo femminile sempre più impattante nel mondo del lavoro. Esisterebbe insomma una divisione di genere nella percezione all’interno delle mura domestiche, che porta ancora e comunque la donna a vedere come necessari da svolgere compiti che per il maschio nemmeno sarebbero percepibili.

Il problema? Mancano, nella componente maschile, basi percettive che aiuterebbero gli uomini e favorire lo sviluppo di nuove associazioni mentali nel momento in cui occorre farsi carico delle faccende domestiche. In questo, tuttavia, l’esperienza di Covid-19, la necessità di esplorare l’abitazione come ambito lavorativo con il lavoro a distanza e ovviamente la convivenza forzata per le coppie e le famiglie possono aver giocato un ruolo di “acceleratore” che potrà aiutare la convivenza (con relativa divisione dei compiti) anche a domicilio.

La strada da fare, tuttavia, è ancora lunga: le forti disuguaglianze nell’affrontare i compiti a domicilio, unita alla tendenza di molte donne ad accettare professioni flessibili e più facilmente gestibili in senso spazio-temporale al fine di favorire la possibilità di organizzare le faccende domestiche oltre all’attività lavorativa, non appaiono in grado di spiegare completamente un fenomeno che va comunque gestito.

Le parole chiave

Due sarebbero le parole chiave da tenere presenti. In primo luogo, sul fronte femminile, c’è da pensare alla disparità che ancora accompagna la percezione sociale dello stesso impegno femminile, che conduce molte donne a farsi carico di comunque della gestione delle attività domestiche e dei figli.

Ma esiste anche un altro parametro che non va sottovalutato: è quella sorta di “invisibilità” del lavoro a casa della donna. Per la componente maschile, sarebbe una sorta di “sine cura” per nulla impegnativo e comunque ampiamente diviso tra i partner (quando non è assolutamente così).

Al contrario, proprio questa attività sarebbe da gestire con grande attenzione. Ma pare proprio che il maschio, in questo senso, viva di retaggi che lo portano quasi a non notare come si accumulino la polvere sul mobile o ci siano briciole sul piano di lavoro, quando invece la donna immagina immediatamente di doversi mettere al lavoro per rimettere in ordine.

Secondo gli esperti del Regno Unito, è importante superare con strategie specifiche questi aspetti, che vanno ben oltre il valore professionale ed economico dei componenti della coppia ma sono ancora drammaticament4e presenti, attribuendo ruoli sociali che non hanno significato.

Probabilmente, su questa strada, occorre rivalutare il concetto di “affordance” o convenienza, che ci guida a fare le scelte operative. Ognuno di noi può vedere in un oggetto o in una situazione diverse occasioni di attività. Ma in genere la cultura porta la donna a vedere in una cucina (e non solo) le cose da mettere in ordine, dai piatti da lavare fino ai ripiani da pulire o alla dispensa da rifornire. Il maschio, invece tende a non avere questo percorso mentale. Si limita ad osservare e basta, senza partire con valutazione che implichino un impegno domestico.

Andare oltre il genere

Una realtà da spezzare, con una “convenienza” nelle scelte che dovrà andare sempre di più oltre al genere. Per contribuire a realizzare davvero, anche sul fronte psicologico, un percorso di parità che vada oltre norme sociali, culturali ed antropologiche che spingono verso le scelte da attuare.

L’importante è che anche nel maschio si accenda la “lampadina” dell’impegno a casa, evitando che l’uomo arrivi sempre e comunque ad equiparare la sensibilità femminile per le mansioni domestiche con la propria sostanziale disattenzione. Il tutto, attraverso percorsi razionali da costruire, anche attraverso l’assunzione sociali di ruoli sanciti da norme (vedasi il congedo parentale condiviso) che possano aiutare a favorire la sfida alle disparità.

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