Zanzare e clima, il rischio infezioni cresce del 20% per ogni grado in più

zanzare malaria

Non è più una questione di viaggi esotici andati male. Dengue, Chikungunya e West Nile bussano sempre più spesso alle porte di casa, alimentate da estati più calde e inverni sempre meno capaci di decimare le larve. Per ogni grado centigrado di aumento della temperatura, il rischio di contrarre queste infezioni cresce in media del 20%, con punte del 32% per il West Nile: è il dato che emerge dal congresso “Arbovirosi: nuove sfide per l’Italia”, appena concluso a Verona e organizzato dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, centro di eccellenza nazionale nella ricerca e cura di queste patologie. Il messaggio degli esperti, riuniti insieme a rappresentanti dell’Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, è netto: queste malattie non sono più eventi sporadici e importati, ma un problema di salute pubblica che riguarda l’Italia qui e adesso.

I numeri che preoccupano: tre studi, una tendenza inequivocabile

Il legame tra temperatura e diffusione delle arbovirosi è documentato da tre ricerche internazionali citate al congresso veronese. La prima, pubblicata su Frontiers in Climate e basata su 45 studi condotti in Brasile, Indonesia e India, ha calcolato un aumento del 16% del rischio di Dengue per ogni grado in più. La seconda, che ha analizzato i 1.145 casi di West Nile registrati in Italia tra il 2012 e il 2020, ha identificato la temperatura media dell’aria come il principale fattore predittivo della malattia, con un incremento del 32% per ogni grado centigrado. La terza, una revisione sistematica di 34 studi sperimentali pubblicata su Parasitology & Vector-Borne Diseases, ha confermato l’impatto della temperatura sulla trasmissione della Chikungunya, con effetto particolarmente marcato oltre i 28 gradi.

Il meccanismo è duplice: il caldo favorisce la sopravvivenza e la proliferazione delle zanzare tigre, ma accelera anche la replicazione virale all’interno dell’insetto. “Il punto chiave delle anomalie climatiche”, spiega Federica Gobbo, medico veterinario del Laboratorio di entomologia sanitaria dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, “è l’effetto combinato sul ciclo riproduttivo delle zanzare tigre, che diventa più rapido, e sulla stabilità di temperature più miti durante l’inverno, non più in grado di decimare le larve, con l’effetto di una stagione attiva anticipata e prolungata”.

Il 2025, anno record. Il 2026, sotto osservazione

I dati delle ultime stagioni confermano la tendenza. Il 2024 è stato l’anno peggiore per il Dengue in Italia, con oltre 700 casi a livello nazionale e il più grande focolaio mai registrato in Europa, identificato a Fano nelle Marche con 223 casi. Per il West Nile, il 2025 ha rappresentato un nuovo record: 274 casi, con l’Italia che si è confermata il Paese più colpito dell’intero continente. Per la Chikungunya il 2025 è stato ancora più significativo: 469 casi totali, di cui 384 autoctoni da trasmissione locale, contro appena 17 dell’anno precedente.

I dati del 2026, aggiornati al 30 aprile, mostrano per ora 133 casi di Dengue e 13 di Chikungunya, tutti importati, e 3 casi di Zika virus. Nessun decesso dall’inizio dell’anno per nessuna delle arbovirosi monitorate. Ma la stagione estiva, quella più a rischio, deve ancora entrare nel vivo.

La sfida: diagnosi precoci e risposta rapida

“Le arbovirosi non sono più eventi importati e sporadici, ma si stanno progressivamente stabilizzando nel nostro territorio”, afferma Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie infettive e tropicali dell’IRCCS di Negrar. La difficoltà è che per Dengue e Chikungunya non esistono terapie farmacologiche specifiche. I vaccini disponibili sono al momento indicati solo per i viaggiatori diretti nelle zone endemiche, e Gobbi ritiene necessario “valutare un loro eventuale utilizzo anche in caso di epidemie autoctone”.

La velocità di reazione è cruciale. Una zanzara tigre che punge un paziente con Chikungunya è in grado di trasmettere l’infezione ad altri soggetti dopo soli cinque giorni. “In presenza di febbri estive improvvise associate ad altri malesseri è fondamentale rivolgersi subito al proprio medico”, raccomanda Gobbi. Una diagnosi tempestiva permette di attivare la disinfestazione e interrompere la catena di trasmissione prima che si allarghi.

Cosa possono fare istituzioni e cittadini

Sul fronte istituzionale, Anna Teresa Palamara, direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell’ISS, sottolinea che “la vera sfida risiede nella capacità di non farsi trovare impreparati: è fondamentale mantenere un monitoraggio costante e una sorveglianza attiva anche in assenza di criticità o di evidenti emergenze epidemiche. Solo attraverso una prevenzione continua e strutturata è possibile intercettare precocemente i segnali di rischio prima che si trasformino in focolai diffusi”.

Sul fronte dei comportamenti individuali, gli esperti ricordano alcune misure di prevenzione semplici ma efficaci: usare repellenti e zanzariere, e svuotare regolarmente i contenitori di acqua stagnante come sottovasi, secchi e grondaie, non solo in estate ma anche in primavera e autunno, eliminando così i principali siti di riproduzione. La strategia complessiva, conclude Claudio Cracco, amministratore delegato dell’IRCCS di Negrar, è “fare rete”: sinergia tra operatori sanitari e istituzioni, e collaborazione diretta tra ospedale, territorio e cittadini, in un approccio One Health che integri la sorveglianza umana, animale e ambientale.

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.