Alzheimer, in cerca della strategia

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Le demenze sono patologie in crescita, che solo in Italia costano 15,6 mld l’anno. A oltre un secolo dal primo caso descritto, ecco a che punto è la ricerca. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2022 – gennaio 2023.

Il primo caso, in una donna di 51 anni, è stato descritto nel 1906 da uno psichiatra e neuropatologo tedesco, Alois Alzheimer, dal quale ha preso il nome la forma più nota e più comune di demenza. A più di un secolo di distanza, nonostante i progressi delle conoscenze, non disponiamo ancora di terapie risolutive per le demenze. E i numeri sono lì, in tutta la loro drammatica evidenza. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che la demenza colpisca circa 55 milioni di persone in tutto il mondo, oltre il 60% della quale in Paesi a basso e medio reddito, e prevede che diventeranno 78 milioni nel 2030, 139 milioni nel 2050. La demenza è la settima causa di morte, ed è responsabile dell’11,9% degli anni vissuti con disabilità a causa di una malattia non trasmissibile.

Nell’Unione europea sono circa 8 milioni le persone con demenza, quasi 10 considerando anche i Paesi non Ue. Le donne sono le più colpite (oltre 6,5 milioni), la prevalenza oscilla tra lo 0,6%, tra 60 e 64 anni, e il 40,8% oltre i 90 anni.

In Italia si stimano 1.300.000 casi di demenza, poco più di 600mila sono malati di Alzheimer. La prevalenza è del 2,12%, in crescita al 4,13% nel 2050.

Le demenze hanno un impatto rilevante anche dal punto di vista economico. A livello globale nel 2019 è stato stimato un costo di 1,3 trilioni di dollari, in crescita a 2,8 trilioni entro il 2030. In Italia la spesa è di circa 15,6 mld annui.

Il percorso della ricerca è stato costellato, sinora, di successi parziali e risultati deludenti. Ciò ha indotto la comunità scientifica a mettere in discussione i punti fermi intorno ai quali ha ruotato la ricerca nel corso degli ultimi venti anni. Primo fra tutti, il ruolo della proteina beta-amiloide. Nelle persone con Alzheimer la proteina beta-amiloide si accumula intorno ai neuroni, mentre al loro interno allo stesso tempo si formano grovigli di un’altra proteina, la proteina tau. Questi cambiamenti nell’assetto fisiologico determinano morte delle cellule nervose e degenerazione cerebrale, e ciò ha fatto crescere la convinzione che il funzionamento difettoso del meccanismo di eliminazione dell’amiloide sia una delle cause principali della malattia.

I farmaci sviluppati per ridurre la concentrazione di beta-amiloide non si sono rivelati, tuttavia, in grado di arrestare il declino cognitivo delle persone con malattia di Alzheimer. Nel 2019 due farmaci, il solanezumab e il gantenerumab, che puntavano alla riduzione dell’amiloide, non hanno dato i risultati attesi nei trial clinici. E per un terzo farmaco, l’aducanumab, in grado di dissolvere le placche di proteina beta-amiloide nel cervello, sono stati interrotti due grandi trial clinici per i quali non si erano registrai risultati significativi nel miglioramento della memoria dei pazienti colpiti da declino cognitivo. Alcuni mesi dopo, tuttavia, lo stesso farmaco è stato approvato dalla Food and Drug Administration (Fda), l’ente regolatorio statunitense, perché un sottogruppo di persone con Alzheimer sottoposte a trattamento con dosi più elevate avrebbe mostrato miglioramenti, suscitando grandi speranze tra pazienti e familiari.

In questo momento l’attenzione della ricerca è concentrata su nuove piste di lavoro, dallo studio dei meccanismi patogenetici all’alterazione di alcune proteine, dal ruolo delle cellule immunitarie della glia e della barriera ematoencefalica agli effetti della infiammazione, sino alla influenza degli stili di vita e dell’inquinamento ambientale. Con particolare attenzione per lo sviluppo di test che consentano la diagnosi sempre più precoce. Tenuto conto che l’Alzheimer può avere una fase pre-sintomatica che può durare da 15 a 25 anni, gli scienziati ritengono prioritario concentrarsi su di essa per aggredire la malattia prima che provochi danni cognitivi irreparabili. In attesa che la ricerca imbocchi finalmente la strada giusta, puntare con determinazione su qualità delle cure e della assistenza dovrebbe rappresentare una scelta obbligata. L’impatto delle demenze non riguarda, inoltre, solo le persone malate, ma anche famiglie e caregiver. In Italia si calcola che siano circa 3 milioni le persone coinvolte, la cui vita spesso è stravolta, e che si fanno carico anche di una parte rilevante delle spese di assistenza. Il Ssn, con le solite disomogeneità territoriali, non è sempre in grado di garantire diagnosi tempestiva e presa in carico adeguata.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2022 – gennaio 2023. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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