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Antimicrobico resistenza, necessari più microbiologi e ingegneri gestionali

Il tema della prevenzione delle infezioni da germi multiresistenti all’interno delle strutture sanitarie è emerso più volte nel corso delle interviste che abbiamo dedicato all’Antimicrobico resistenza (Amr).

Occuparsi di infection prevention and control significa tenere conto della necessità di innovare continuamente le tecnologie e le apparecchiature diagnostiche utilizzate. Ma anche preoccuparsi delle competenze, della formazione e dell’aggiornamento continuo delle figure professionali impegnate sul campo in questo ambito. Ne abbiamo parlato con Fabio Arena, professore di Microbiologia e Microbiologia clinica all’Università di Foggia.

  1. Professore, un report di qualche anno fa dell’Università di Torino faceva il punto sulle infezioni correlate alla assistenza e forniva una serie di suggerimenti di policy per la prevenzione e il controllo delle infezioni all’interno delle strutture ospedaliere. Tra gli aspetti citati con maggiore attenzione c’era anche la presenza di un numero adeguato di infermieri e medici dedicati alle strategie di prevenzione e controllo delle infezioni. Qual è la sua valutazione sullo stato dell’arte della rete ospedaliera italiana? A che punto siamo? 

 

Il numero e l’organizzazione delle figure deputate al controllo delle infezioni all’interno delle strutture ospedaliere italiane è codificato da una circolare ministeriale che risale ormai a quasi quarant’anni fa. L’entità delle risorse da destinare al controllo delle infezioni all’interno degli ospedali è, quindi, un dato ormai consolidato. Di fronte all’incremento del fenomeno dell’antimicrobico resistenza, c’è probabilmente la necessità di aumentare le risorse professionali dedicate alla prevenzione delle infezioni. Ma più che questo aspetto, relativo ai numeri, penso si debba considerare la quantità e la qualità del tempo che queste persone possono dedicare alle pratiche di controllo delle infezioni. Le figure che attualmente sono destinate alla prevenzione e al controllo delle infezioni, come per esempio gli infermieri epidemiologi, spesso sono impegnate in altri compiti, a causa della carenza cronica di personale, soprattutto infermieristico, dei nostri ospedali. Quindi c’è il rischio che le figure previste a questo scopo formalmente siano effettivamente presenti all’interno delle nostre strutture, ma poi siano chiamate ad assolvere a un insieme di mansioni che sottraggono tempo a quelli che dovrebbero essere i loro compiti principali, cioè intervenire tempestivamente in presenza di fenomeni preoccupanti riguardanti la diffusione di agenti infettivi, l’antibiotico resistenza, e così via.

 

  1. Non a caso tutti gli orientamenti di policy parlano esplicitamente della necessità di poter contare su risorse dedicate per l’infection prevention and control. Secondo lei, c’è anche un problema di formazione per le risorse umane che schieriamo su questo terreno?

 

Innanzitutto dobbiamo chiarire la complessità e l’articolazione del percorso di infection  prevention and control. Il controllo delle infezioni non è una pratica che può dipendere solo dall’infermiere epidemiologo o dal Comitato per le infezioni ospedaliere. È una filiera molto lunga, inizia dal laboratorio di microbiologia, che fa scattare il campanello di allarme e solleva il problema epidemiologico, poi prosegue con il controllo delle infezioni, l’utilizzo corretto della terapia antibiotica, sino ad arrivare alla elaborazione di report e alla restituzione dei dati relativi agli indicatori che sono stati rilevati. Quindi quando parliamo di infection prevention and control in realtà parliamo di un processo molto ampio. In alcuni step di questo processo registriamo evidenti carenze di risorse, sia per quanto riguarda gli aspetti tecnologici che il personale, soprattutto per la diagnosi microbiologica e la fase finale di elaborazione dei report e di restituzione agli operatori dei dati elaborati.

Sappiamo che per alcune aree specialistiche il Ssn deve fare i conti con la carenza dei professionisti necessari. In questa area, disponiamo di tutti i microbiologi che sarebbero necessari?

No, la microbiologia è tra le specializzazioni mediche meno attrattive per i giovani medici. Programmatori e decisori dovrebbero puntare a rendere più appetibile per i giovani medici le specializzazioni tradizionalmente più distanti dal classico rapporto di cura diretto e continuativo tra medico e paziente, e la microbiologia è certamente tra queste.

Per gli infermieri valgono le stesse considerazioni, in termini numerici e per le competenze specialistiche necessarie?

Il dato della carenza di infermieri, soprattutto in alcune aree del Ssn per le quali si registra un rapporto infermieri/pazienti assolutamente critico, è ormai consolidato. Per il resto, partiamo da un presupposto, e cioè che tutti gli infermieri dovrebbero ricevere una formazione di base sul contenimento delle infezioni, tutti dovrebbero essere dei micro esperti nella prevenzione delle infezioni. È chiaro che le carenze di personale infermieristico, in generale, comportano già riflessi anche sulle attività di prevenzione e controllo in questo ambito. Alle quali si aggiungono, indubbiamente, gli aspetti che riguardano le carenze, all’interno di ogni reparto, di infermieri specificamente dedicati a questo tema.

  1. Da quale stadio della formazione dovremmo cominciare a fornire ai medici competenze su queste tematiche per contribuire ad invertire la rotta nel contrasto dell’Amr?

L’antimicrobico resistenza assomiglia per molti aspetti al riscaldamento globale. Si tratta di fenomeni complessi, con una genesi multifattoriale, nei quali tutti esercitiamo in qualche modo un ruolo nel contribuire a generare il problema, ma poi per risolverlo abbiamo bisogno di un lavoro coordinato e finalizzato. Per far lavorare le persone in questo modo bisogna cominciare a formarle molto precocemente, per esempio dobbiamo insegnare ai ragazzi, sin dalla scuola primaria, ad affrontare i problemi complessi lavorando in squadra. Nello specifico, per quanto riguarda la formazione medica sarebbe importante introdurre un elemento che attualmente manca nei piani di studio, cioè corsi esclusivamente dedicati all’antibiotico resistenza. Al momento i piani di studio prevedono corsi di microbiologia, di malattie infettive, di igiene, ma non corsi integrati dedicati esclusivamente ai diversi aspetti dell’antimicrobico resistenza.

Da qualche tempo si riflette sulla necessità di cambiare lo skill mix di competenze del Ssn, per esempio a proposito del rapporto tra medici e infermieri. Ma questa stessa riflessione riguarda anche l’introduzione di nuove figure professionali, come per esempio gli ingegneri clinici o gestionali, qualche anno fa ancora poco presenti all’interno delle nostre strutture. Quali sono, se ci sono, altre figure professionali o competenze che avremmo bisogno di introdurre all’interno delle strutture sanitarie per rafforzare il contrasto dell’Amr?

Bisognerebbe incrementare innanzitutto la presenza degli ingegneri gestionali, e in genere di professionisti in grado di elaborare dati di carattere sanitario in maniera continuativa e fruibile. E tutto questo, sinora, si è rivelato purtroppo molto difficile. Anche perché i dati sanitari sono molto più frammentati rispetto ad altri dati, per esempio quelli economici, e provengono da molte fonti diverse. Disporre di ingegneri in grado di elaborare in maniera continuativa report sugli indicatori sanitari di maggior rilievo sarebbe molto importante. Attualmente è piuttosto raro, all’interno del Ssn, trovare figure di questo genere dedicate all’elaborazione di dati sanitari, è molto più frequente che siano occupati su aspetti economico-gestionali. Altre figure che potrebbero giocare un ruolo di rilievo sono gli esperti in comunicazione. È evidente che in alcune delle dinamiche alla base della diffusione del fenomeno dell’Amr c’è anche un difetto di comunicazione tra i professionisti, sarebbe utile introdurre competenze in grado di creare ponti multidisciplinari tra gli specialisti, cosa che non siamo abituati a fare. Ci servirebbero figure trasversali in grado di misurarsi con questo compito e di mettere a fuoco le strategie più corrette di comunicazione tra silos diversi, che spesso non si parlano l’un l’altro.

 

  1. Un clinico dell’Università di Torino che abbiamo intervistato di recente su questi stessi temi, il professor De Rosa, si è soffermato sulla necessità per il Ssn di rafforzare la disponibilità per i professionisti, in tempo reale, delle tante informazioni delle quali il sistema nel complesso dispone. Cosa ne pensa? 

Penso che abbia ragione. Oggi disponiamo di una mole di dati veramente enorme, e moltissimi di essi andrebbero utilizzati in maniera più proficua. Spesso ci scontriamo, poi, con problemi di natura legale legati alla privacy, che è un aspetto del quale tenere sempre conto quando si parla di dati sanitari, perché esistono limiti inviolabili previsti dalle normative europee e nazionali che non ci consentono di sfruttarli appieno, e questo è un elemento per certi versi irriducibile.

C’è anche un altro elemento da considerare, ed è la scarsa abitudine ad utilizzare i sistemi di monitoraggio già esistenti. Intendo dire che esistono una serie di strumenti, per esempio al livello europeo, a cura dell’Ecdc (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, n.d.r.), come la point prevalence condotta regolarmente, o il sistema di sorveglianza delle antibiotico resistenze, che servono proprio a monitorare i fenomeni relativi all’andamento delle forme infettive all’interno delle strutture ospedaliere. L’assiduità e la continuità con le quali si aderisce a questi sistemi di monitoraggio già esistenti andrebbe incrementata, non tutti gli ospedali italiani forniscono a tutt’oggi dati per concorrere ad alimentare entrambi questi strumenti di monitoraggio. Utilizzare i canali già esistenti rappresenterebbe un miglioramento strategico non da poco.

 

  1. L’ultima domanda riguarda ancora il tema della formazione. L’Oms sostiene che per un buon contrasto dell’antimicrobico resistenza sarebbe necessario formare tutto il personale, non solo quello sanitario, al momento dell’assunzione e monitorare e aggiornare periodicamente le sue conoscenze. È sostenibile un approccio di questo genere, ed è una prassi adottata anche nel nostro Paese?

Si fa, ma a macchia di leopardo, e non tutte le Aziende sanitarie impegnano a questo scopo la stessa energia. Bisognerebbe far passare il concetto che una formazione adeguata sulla prevenzione delle infezioni è un requisito fondamentale per il lavoratore che opera in ambito sanitario, allo stesso modo dei corsi antincendio o sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

È chiaro che riguardo a questi due esempi, per il datore di lavoro si tratta di ottemperare a obblighi di legge, non altrettanto è per la formazione alla prevenzione delle infezioni. Inoltre, manca ancora il rigore necessario, e siamo poco abituati a verificare se le attività di formazione su questi temi sono state effettivamente svolte, e la loro frequenza e qualità.

 

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