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Biogenera, la biotech emiliana cresciuta col crowdfunding

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Nata a Ozzano nell’Emilia in provincia di Bologna, Biogenera è un’impresa biotecnologica made in Italy che punta alla quotazione in Borsa. Per la sua crescita ha seguito un percorso singolare che ha permesso di raccogliere investimenti per 14 milioni di euro, 10 dei quali attraverso quattro round di crowdfunding. Approfondiamo su Fortune Italia questo case-study insieme al founder Roberto Tonelli, che precisa: “Non chiamateci start-up, ma Pmi innovativa”.

Qual è l’idea attorno a cui è nata Biogenera?

Una dei maggiori bisogni medici insoddisfatti di oggi è quello di avere farmaci in grado di agire sulle cause alla base delle patologie, così da essere più efficaci rispetto ai medicinali che agiscono sui sintomi quando si parla di malattie gravi come i tumori, le patologie cardiovascolari o neurodegenerative. La nostra società ha puntato su un nuovo approccio utile a generare nuovi farmaci biotecnologici personalizzati a base di Dna, massimizzando l’efficacia terapeutica e minimizzando gli effetti avversi.

Tutto ruota attorno alla piattaforma bioinformatica proprietaria “MyBiogenera”. Essa progetta farmaci a Dna che si legano al singolo gene recante la mutazione che causa la patologia. Il gene viene bloccato e ciò porta alla soluzione della causa della malattia.
Rispetto alla terapia genica comunemente intesa, che modifica una porzione del Dna delle cellule su cui si applica, la nostra idea è quella di bloccare il gene senza modificarlo. Si tratta di un approccio unico a livello internazionale. La nostra piattaforma è studiata per poter generare, in pochi mesi, candidati farmaci molto mirati per specifiche patologie.

Roberto Tonelli

Pare di capire che l’attività di Biogenera arrivi fino alla fase I di sviluppo di una nuova molecola, quando poi si rende necessaria la ‘forza’ delle aziende farmaceutiche per proseguire nello sviluppo clinico…

Esatto. Parlando di oncologia, possiamo anche dire che la fase I da già alcune informazioni sull’efficacia della molecola tipiche della fase II.

Ci può fornire qualche dato che permetta di capire le dimensioni della vostra start-up?

Non direi che siamo una start-up. Non solo perché siamo nati nel lontano 2008, ma perché a oggi abbiamo raccolto finanziamenti per oltre 14 milioni di euro e siamo prossimi alla quotazione in Borsa. Preferirei utilizzare la definizione, peraltro più che legittima, di Pmi innovativa. Qui in Italia del resto, parlare di start-up porta con sé spesso un’accezione negativa. Di qualcosa di giovane e altamente a rischio.

Il nostro settore è molto diverso da qualsiasi altro. Le imprese innovative non fanno sempre ricavi, ma presentano potenzialità enormi rispetto ad aziende convenzionali. Biogenera per anni ha investito in ricerca e sviluppo e oggi detiene 55 brevetti. A un certo punto si arriva a un momento in cui si farà un vero e proprio salto di qualità, stringendo accordi con aziende farmaceutiche. Ciò avverrà ragionevolmente entro un anno. A quel punto, per il nostro candidato farmaco in fase più avanzata di sviluppo, non avremo più costi ma solo ricavi.

Tra l’altro l’ingresso in Borsa rappresenta un segno di maturità per un’azienda biotech, che prelude una grande visibilità e la possibilità conseguente di stringere accordi con realtà più grandi per lo sviluppo dei propri prodotti. Il nostro farmaco più avanzato, BGA002 per l’oncologia, ha già ricevuto da Ema (Agenzia europea dei medicinali) e da Fda (Food and Drug Administration) la designazione di farmaco orfano per il trattamento del neuroblastoma pediatrico, del tumore del polmone a piccole cellule e per i sarcomi delle parti molli. Le molecole che ricevono questo riconoscimento hanno il 70% di probabilità di riuscire ad arrivare al mercato, rispetto al 10% di un farmaco non orfano.

Quindi in prospettiva avete già in programma partnership con Big Pharma? Anche con aziende italiane?

Il prossimo anno prevediamo accordi di partnership e licenza con diverse aziende farmaceutiche internazionali, tra cui anche alcune italiane.

Quanti finanziamenti italiani ha ottenuto Biogenera dalla fondazione a oggi?

Complessivamente 14 milioni. I primi 2,7 milioni arrivarono inizialmente dal fondo di Venture capital Meta Group, che al suo interno contava 70 business angel degli Italian Angels for Growth. Altri 10 milioni circa sono arrivati da oltre 1000 investitori privati attraverso quattro campagne di crowdfunding.

Perché la scelta del crowdfunding?

È stata una necessità, perché in Italia non ci sono molti fondi di investimento sulle biotecnologie farmaceutiche. Avevamo inoltre verificato che c’era molto interesse di investitori privati a investire in una realtà con grandi potenzialità di sviluppo, ma anche con il risvolto etico e sociale di poter trovare nuove cure. Ancora, abbiamo ricevuto un finanziamento di un milione di euro da Emilbanca.

Lo step successivo più volte annunciato sarà la quotazione. Si parla della piazza di Parigi. Perché questa scelta rispetto a Piazza Affari?

La quotazione rientra tra le nostre opzioni di crescita. E Parigi è tra le piazze più idonee: è la prima piazza europea per i titoli biotecnologici; c’è anche l’indice Next Biotech dedicato proprio alle biotecnologie ed è una Borsa che ha più analisti specializzati nel life science rispetto a quella italiana. Non escludiamo di quotarci anche a Milano. Nel nostro percorso vorremmo approcciare anche il Nasdaq nell’arco dei prossimi anni.

La quotazione era stata programmata per il 2021-22. Poi è slittata. Ci conferma che sarà quest’anno?

Slittò perché era necessario riuscirsi a presentare nel migliore dei modi agli investitori. Rendere comprensibile la documentazione necessaria per la quotazione di un’azienda come Biogenera ha richiesto più tempo di altri tipi di società. La quotazione rientra nei nostri progetti di breve termine, ma le tempistiche precise rappresentano informazione riservata.

Qual è la situazione del technology transfer in Italia e quali sono da un lato le criticità da superare per favorire la produzione di valore creando impresa? Dall’altro, quali indicazioni si sente di dare ai ricercatori che vogliono diventare imprenditori nel settore delle life sciences?

Rispetto ad anni fa abbiamo più bioincubatori che possono aiutare i ricercatori a fare impresa. Il punto è che i primi passi si potrebbe riuscire a farli, ma settore biotech servono finanziamenti importanti anche quando ricavi non se ne generano subito.
La nostra esperienza ci dice che in Italia l’investimento nell’innovazione è ancora indietro rispetto a quanto avviene in altri Paesi. C’è una minore propensione al rischio. Anche gli investitori istituzionali tendono a rimanere nella propria zona di comfort. E il life science è un settore ad alto rischio.

Noi siamo stati costretti a proporci a investitori privati. E abbiamo trovato, con sorpresa, una maggiore propensione a investire in qualcosa che ha grandi potenzialità future.
Oggi un ricercatore deve sapere comunicare e riuscire a far capire la portata della propria innovazione. Stante l’interesse manifestato dagli investitori privati per il nostro progetto, mi fa capire che siamo stati in grado di far comprendere le nostre potenzialità.
Si parla di Cassa depositi e prestiti che ha mezzo miliardo, ma i tempi e i criteri di assegnazione dei fondi non sono sempre compatibili con le esigenze di aziende come la nostra. I fondi di investimento, poi, pretendono di impegnare pochi milioni e avere subito il controllo dell’impresa condizionando i fondatori nelle scelte strategiche. Ritengo che gli investitori privati non siano prescindibili per chi vuole creare una nuova impresa.

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