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Diversità e inclusione sul lavoro, storie italiane/ VIDEO

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Genere, colore della pelle, orientamento sessuale o religioso, fragilità. E’ brutto il risultato dell’Italia quando guardiamo all’assenza di discriminazioni sul posto di lavoro per la comunità Lgbt+: siamo al 26° posto su 27 Paesi secondo il report dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association). Ma in un quadro ricco di ombre, non mancano le luci: ad accenderle sono state le tante imprese che, in questi ultimi anni, hanno puntato davvero su diversità e inclusione, impegnandosi concretamente per modificare la qualità della vita professionale dei dipendenti.

A raccontare come il seme della cultura dell’inclusione possa essere coltivato anche in azienda, trasformando la diversità in ricchezza, è il nuovo libro del giornalista Claudio Barnini. L’autore è entrato dentro 10 aziende italiane e multinazionali alla ricerca delle diverse declinazioni  del tema della Diversity&Inclusion.

Storie ed esperienze concrete

“Quando parliamo di diversità e inclusione – sottolinea Johann Rossi Mason, editrice del volume e sociologa – parliamo di un range estremamente ampio di condizioni: può essere una malattia, una disabilità, una differenza etnica, di genere, di età, di credo religioso. Tutte queste condizioni vanno integrate e accolte in modo di valorizzarle. Alcune aziende lo hanno capito e si sono raccontate nel libro di Claudio Barnini: hanno sviluppato programmi per far sì che diversità e inclusione avvengano come uno strumento di cultura nelle imprese. C’è ancora molto da fare, ma questo libro ci consegna uno scenario ottimistico”.

Le aziende

Bitron, GXO, Mercer, Nespresso, Paramount, RINA, Thales Alenia Space e Unicredit, con il supporto di IGT, hanno raccontato le proprie esperienze e le buone pratiche nei confronti dei lavoratori portatori di qualsiasi tipo di diversità, in un ebook che sarà disponibile su Amazon, Kobo e sul sito masonandpartners.it.

Diversità, per qualcuno è un rebus

“Secondo un recente sondaggio – dice a Fortune Italia Claudio Barnini – in Italia ancora oggi solo il 49.6% della popolazione afferma di essere ben informato su diversità e inclusione (il 7% non lo ha sentito affatto nominare nel dibattito pubblico), mentre la conoscenza di questi temi è superiore nelle aziende, dove si raggiunge il 53.7%. Allo stesso tempo, dalla ricerca emerge che il 65.8% della popolazione concorda che ci sia molta diversità in Italia. Eppure, come ha certificato l’edizione 2021 del “Diversity brand index”, l’88% della popolazione è più propensa verso i brand più inclusivi e il gap tra i ricavi di una marca inclusiva rispetto a un marchio non inclusivo può superare il 23% a favore della prima”.

Come ricorda Barnini “i buoni esempi generano ulteriori buoni esempi. E se dunque,
in base ad una classifica stilata dalla società Refinitiv a ottobre scorso, tra le prime 100 società del mondo sulla D&I ce ne sono 6 italiane, due delle quali tra le prime dieci, mi voglio augurare che presto ci sia una azienda italiana leader nel mondo contro la diver-
sità e la non inclusione. Perchè Diversity & Inclusion non deve essere solo uno
slogan, un motivo di riflessione o di scatto culturale, ma anche un diverso modo di concepire e fare attività per le imprese. E le testimonianze di questo libro ne sono una bella evidenza”.

Paese che vai

Nel mondo del lavoro i temi della parità di genere uomo-donna, etnia o religione sono diventati “una mission per molte aziende. La parità di genere è maggiormente sentita nell’Europa Occidentale, mentre le differenze religiose hanno il loro peso soprattutto nei Paesi Arabi, e il tema del colore della pelle resta prioritario nei Paesi americani. Per meglio descrivere la situazione ho pensato di coinvolgere società di respiro nazionale e internazionale, proprio perché le problematiche sono diverse”, continua Barnini.

Il frutto di anni di battaglie

“Diversità, equità ed inclusione sono parole che sentiamo, e continueremo a sentire, sempre più spesso” spiega Gian Maria Fara, presidente di Eurispes che ha firmato la prefazione del libro. “Negli anni, questi termini si sono consolidati attraverso le battaglie di attivisti e minoranze tanto che, oggi, l’inclusione rappresenta uno degli elementi chiave nella scelta del lavoro. A livello sociale questo passo in avanti è stato possibile grazie ad una serie di concause individuabili nelle trasformazioni demografiche e del mercato del lavoro; nell’avvento della “Generazione Z”, ossia i nati tra il 1995 e il 2010, portatori di valori nuovi come la tendenza all’inclusività, il multiculturalismo e la sostenibilità”.

In Italia il legislatore con il D. Lgs. 81/2008 ha normato “il dovere di valutare ‘tutti i rischi per la sicurezza, ivi compresi quelli riguardanti lavoratori esposti a stress lavoro- correlati” e a particolari categorie che non possono essere riferite al soggetto neutro che coincide con il maschio adulto in salute di pelle bianca, un “tipo ideale” di lavoratore che abbiamo in mente, ma che non rende affatto conto di tutte le individualità.

Il peso degli stereotipi

“Esiste un peso dello stereotipo, un fattore socioculturale dal risvolto emotivo, identificato dallo psicologo sociale Steele, nel 1999” interviene la sociologa Luciana D’Ambrosio Marri. “E’ il fenomeno per cui le persone che appartengono ad un gruppo socialmente svantaggiato vivono uno stato di ansia che deriva dalla paura di confermare lo stereotipo, dell’aspettativa della discriminazione”.

Ma esistono anche ‘circoli virtuosi’: come ha certificato l’edizione 2021 del “Diversity brand index” sulla grande importanza del tema dell’inclusione anche tra i consumatori, l’88% della popolazione è più propensa verso i brand più inclusivi. E questo ha importanti riflessi sui bilanci: la differenza tra i ricavi di una marca inclusiva rispetto a una che non lo è favorisce la prima per il 23%. Una dimostrazione concreta di come la diversità generi ricchezza.

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