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Gli italiani non si curano e le Regioni accumulano debiti

Ssn

Nei giorni scorsi è emerso un dato preoccupante, nato essenzialmente durante Covid-19, che riguarda ben 4,5 milioni di nostri connazionali che ormai rinunciano persino a curarsi.

Non si citano con esattezza quanti siano quelli che non fanno prevenzione, lasciando presagire che le patologie aumenteranno esponenzialmente nei prossimi decenni.
Il governo Meloni ha incrementato di ben due miliardi di euro la dotazione del Servizio sanitario nazionale. Ma il quadro che emerge dalle Regioni del Centro-Sud è davvero preoccupante.

Il presidente del Molise ha lasciato l’incarico di commissario straordinario per il piano di rientro, in aperta polemica con le strutture burocratiche ministeriali. Il suo collega calabrese gli ha dato praticamente ragione, mentre il neo presidente Rocca ha denunciato un debito “monstre” di ben 22 miliardi nel Lazio.

Lascia perplessi l’eredità che Rocca raccoglie, con una forte emigrazione sanitaria, in una regione che vanta strutture universitarie e cliniche tra le più prestigiose d’Europa.
Occhiuto, dal canto suo, ha avuto l’indubbio merito di accertare l’entità del debito che dovrebbe ammontare (il condizionale è d’obbligo) a circa un miliardo, anche se gravato da un contenzioso abnorme. In Calabria, come denunciato dallo stesso Occhiuto, ci sono state Asl che hanno saldato più volte la stessa fattura milionaria.

Parlare di conti serve a capire perché i livelli essenziali di assistenza in realtà non siano più assicurati in larga parte d’Italia. E il Governo (che sul punto ha impegnato alacremente sia il ministro Schillaci, sia il sottosegretario Gemmato) non ha di fatto alcuna responsabilità per tale situazione.

In realtà, è fallito il sistema gestionale regionale che nel Mezzogiorno ha favorito interessi privati non di qualità e probabilmente continua a farlo. L’emigrazione passiva nelle regioni del Sud è altissima. E lo è anche per il Lazio, che nel passato chiudeva in netto avanzo nel computo con le altre regioni.

Tutto questo ha depauperato le professionalità. La carenza di medici è impressionante. Le liste di attesa non consentono di poter gestire adeguatamente patologie complesse.
Addirittura, la Calabria è dovuta ricorrere a medici cubani perché non è più attrattiva per i professionisti italiani e i suoi bandi di concorso vanno deserti.

Nel contempo, senza garantire quell’assistenza di base scolpita nella legge 833/78 ed antecedente ad essa, vengono spesi milioni di euro per le cooperative di medici e le prestazioni aggiuntive (cento euro l’ora per ogni medico che aderisce). In questo quadro il grande assente, anche al Nord, è il servizio territoriale. La medicina che dovrebbe occuparsi di prevenzione e riabilitazione non sì vede. L’assistenza domiciliare integrata funziona solo in poche realtà.

Se consideriamo la Calabria, commissariata addirittura dal 2009, ci rendiamo conto che non inserisce a livello locale prestazioni che poi è costretta a pagare il doppio alle altre aree del sistema sanitario e utilizza i fondi Fas (le fece il 2011), sottraendoli alle imprese, per pagare il suo debito storico con l’aumento delle aliquote fiscali per cittadini e aziende.

Su questo punto, nel Centro-Sud il regionalismo ha fallito. Le colpa del fallimento sono condivise tra politica e strutture burocratiche stratificatesi cui non si può non addossare almeno la responsabilità oggettiva di una oggettiva e percepibile assistenza negata.

Mentre nel Mezzogiorno il tutto si riduce agli ingressi in ospedale, il mondo viaggia verso la telemedicina. Con un sistema così poco competitivo, rischia di restare una chimera l’ambizione di possedere la migliore offerta qualitativa europea. Le startup innovative della ricerca medica si propongono numerose, ma le Regioni non consentono loro di acquisire spazio. Da noi al Campus Bio-Medico sono una realtà acquisita e promossa a livello istituzionale.

Sulla voce che assorbe la maggiore consistenza della spesa pubblica c’è da pretendere un cambiamento che non sia solo di facciata. In gioco ci sono la salute e il benessere dei cittadini, soprattutto i più deboli economicamente, che non hanno possibilità di rivolgersi al privato che dovrebbe, in ogni caso, rappresentare un’opzione e non una necessità.

Una parentesi va aperta guardando alla condizione degli anziani. La speranza di vita si allunga sempre più, ma aumentano le patologie dell’invecchiamento e i criteri di assistenza privilegiano l’ospedalizzazione che costa cinque volte di più dell’assistenza domiciliare.

Gli atti di indirizzo governativi spingono verso logiche di concretezza, ma tutto poi rimane nelle mani delle Regioni. E forse è giunto il tempo di cambiare qualcosa. Il centralismo assicurava un’assistenza sicuramente migliore, certo in una logica sbagliata. Negli anni settanta le mutue, e poi il nascente Ssn ,rimborsavano a piè di lista anche la citrosodina, mentre oggi alcune categorie di persone hanno difficoltà a ottenere i farmaci salvavita.
La Conferenza Stato Regioni dovrebbe porsi il problema. E nell’ambito di una riforma dell’architettura costituzionale forse si può mantenere la concorrenzialità, a patto di garantire orizzontalità nei servizi. È almeno una speranza.

*Roberto Guida, ordinario di Economia al Campus Bio-Medico di Roma

 

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