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Gravidanza surrogata o utero in affitto, la parola al pediatra

utero in affitto

Sono giorni caldi per il dibattito sull’utero in affitto. Ecco, chiamatelo “utero in affitto” oppure “gravidanza surrogata”: si tratta sempre di un fenomeno che non è né di destra né di sinistra. Da pediatra, basandomi sulle acquisizioni scientifiche,  lo chiamerei “la madre sparita”.

Lascio ad altri le valutazioni sulla mercificazione del corpo umano, lo sfruttamento, anche economico, della donna. Mi fermo a esaminare la questione utero in affitto dalla parte del bambino. Gli studi di fisiologia e psicologia prenatale hanno dimostrato e documentato scientificamente, con pubblicazioni facilmente reperibili in tutte le banche date mondiali, che il feto dal sesto mese di gravidanza partecipa attivamente alla vita della mamma: riconosce la voce, la distingue fra le altre e, se sta zitta, mostra di preferire una voce femminile o, in subordine, quella che usa lo stesso idioma.

Inizia a formarsi il gusto: il feto gradisce i cibi che la mamma assume, perché trasmettono la sapidità al liquido amniotico. È dimostrato anche che quando sente la voce della mamma, aumenta il battito cardiaco e la frequenza respiratoria. Su questa base si è sviluppata il comportamento al momento del parto.

Se il bimbo nasce pretermine e sta in un’incubatrice, si cerca di far stare la mamma anche nella terapia intensiva,per quanto è possibile, in modo da  garantire la continuità della presenza materna, proprio perché è la prima persona al mondo che il bambino abbia conosciuto.

Con la madre durante la vita intrauterina si crea un legame così forte che per i primi tre mesi di vita il neonato pensa di essere una sola cosa con lei. Allontanandolo repentinamente dalla madre, perde il punto di riferimento di base della sua conoscenza del mondo e dell’ambiente esterno.

Per lo stesso motivo, come accennavo, è cambiata anche l’impostazione al momento del parto. Prima di questi studi il bambino veniva dato in braccio alla mamma dopo qualche ora, perché prima si privilegiavano i trattamenti di adattamento alla vita neonatale. Oggi invece il bambino viene dato immediatamente alla mamma proprio perché ne conosce la voce e l’odore. 

È un modo per fargli capire in modo concreto che c’è continuità col mondo precedente. Ma non è finita. E’ stato promosso l’allattamento al seno rispetto a quello artificiale non solo dal punto di vista nutrizionale e di trasmissione delle difese immunitarie, ma anche per garantire la relazione con la madre, che ripeto è stata la prima persona che il piccolo ha conosciuto.

È dimostrato anche che l’allattamento al seno nei primi giorni di vita viene favorito dall’odore del liquido amniotico e da quello della pelle della madre. Ora, se il bambino viene separato dalla madre e affidato a persone che non conosce, con voce, lingua e odore diversi da quelli della madre, si esercita una forma di violenza ed è veramente un trauma molto forte.

Senza allattamento al seno, giustamente definito “materno”, si priva il bambino di vantaggi talmente conosciuti da essere scontati: si ammalerà di più, avrà un maggior rischio di allergia, sarà privato di tutti i vantaggi psico-affettivi che il contatto con il seno materno determina. Insomma, avremo un bambino deprivato di molte cose per lui importanti. E non per un caso fortuito o un evento imponderabile.

*Italo Farnetani, professore ordinario di Pediatria alla Libera Università degli Studi di Scienze Umane e Tecnologiche United Campus of Malta.

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