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Ambiente, un approccio globale per i migranti climatici

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Il cambiamento climatico danneggia gli ecosistemi, la biodiversità e la salute, ma ha ripercussioni anche sui flussi migratori. “Nell’ultimo decennio i fenomeni atmosferici si sono via via intensificati fino a trasformarsi in eventi drammatici, che hanno costretto ampie fette di popolazione a lasciare i propri Paesi d’origine”, spiega Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) e professore di prevenzione ambientale all’Università Statale di Milano.

“Le ondate di calore anomalo, le trombe d’aria e le alluvioni sono aumentate per frequenza, entità e durata, delineando uno scenario di crisi mai visto in passato. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che, entro il 2050, fra i 200 e i 250 milioni di persone si sposteranno per cause legate al clima, alla perdita di aree abitabili dovuta all’innalzamento del livello del mare e ai conflitti per l’acqua, il cibo e le risorse energetiche.

E non è tutto. Perché il rialzo termico causato dalle attività antropiche che, in un futuro non così remoto, potrebbe trasformare la Pianura Padana in una regione simile al Pakistan e il Sud Italia in un ambiente affine al Golfo Persico, rischia di far saltare anche gli impegni assunti con gli accordi di Parigi, in base ai quali – per contenere l’aumento delle temperature a un massimo di 2 gradi – è prevista una riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030, per arrivare a zero nel 2050”.

Il Mediterraneo è stato per secoli al centro dei fenomeni migratori, anche se in passato i flussi tendevano ad andare in direzione opposta, da Nord a Sud. “All’inizio dell’era moderna, tra il XVI e il XVIII secolo, erano soprattutto le persone provenienti dall’Europa che si recavano in Africa e Medio Oriente in cerca di una vita migliore o per sfuggire alle persecuzioni religiose”, conferma Roberto Montella, segretario generale dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

“Fu solo nel XX secolo che i contadini impoveriti sfollati dalla colonizzazione europea migrarono dal Nord Africa verso il Vecchio Continente, seguiti dal ritorno dei colonizzatori europei dopo l’ondata di indipendenza alla fine della seconda guerra mondiale. Poi, negli anni ’70, i lavoratori migranti furono incoraggiati dai governi a reinsediarsi in Europa per contrastare la carenza di manodopera. In futuro, a influenzare le migrazioni ci saranno anche la guerra in Ucraina, la crisi della catena di approvvigionamento globale, il peggioramento della sicurezza in molti Paesi, e i cambiamenti del clima e le catastrofi naturali porteranno a loro volta a un incremento degli sfollati: basti pensare che il numero di tempeste, siccità e inondazioni è triplicato negli ultimi 30 anni con effetti devastanti sulle comunità più vulnerabili, in particolare nei Paesi in via di sviluppo”.

Nel 2022 l’Italia ha continuato ad accogliere la quota maggiore di rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo centrale. “Si registrano oltre 105.000 persone arrivate via mare, con un aumento del 56% e del 208% rispetto allo stesso periodo del 2021 e 2020 – continua Montella – Secondo l’UNHCR nel 2022 i rifugiati e i migranti che hanno raggiunto le coste italiane provenivano principalmente da Egitto (20%), Tunisia (18%), Bangladesh (14%), Repubblica Araba Siriana (8%), Afghanistan (7%), Costa d’Avorio (5%), Guinea (5%), Pakistan (3%), Repubblica islamica dell’Iran (2%) ed Eritrea (2%). Lo scorso anno la rotta terrestre più attiva per la migrazione irregolare è stata inoltre quella dei Balcani occidentali, che di solito inizia in Turchia e attraversa la Bulgaria o la Grecia. I migranti, in larga parte siriani e afgani, si dirigono poi più a nord, raggiungendo infine la Slovenia o l’Ungheria verso Paesi come la Germania”.

Nonostante i dati sulla migrazione climatica nelle aree Osce siano limitati, il climate change sta davvero influenzando gli spostamenti. “Nel 2020 si è verificato un numero record di nuovi sfollamenti in Europa e in Asia centrale, con 234.000 persone costrette a migrare a seguito di disastri ambientali, come i terremoti in Croazia, Grecia e Turchia, le inondazioni in Kazakistan e Uzbekistan e le forti tempeste nell’Europa occidentale. La tendenza è proseguita nel 2021, con un ulteriore aumento degli spostamenti interni dovuti al clima, pari a 276mila persone. Questi flussi sono legati a eventi come gli incendi nel Mediterraneo, tempeste e inondazioni nell’Europa occidentale e centrale e un’eruzione vulcanica nelle Isole Canarie, in Spagna”.

Si prevede che nei decenni a venire l’accesso a cibo e acqua sarà più difficile per molti, e l’innalzamento dei mari, la desertificazione accelerata e il degrado del suolo determineranno un aumento della migrazione climatica: “Già nel 2014 l’Assemblea parlamentare dell’Osce ha adottato una risoluzione in cui si riconosce che il cambiamento climatico può innescare conflitti per le risorse naturali, insicurezza alimentare e idrica e migrazione delle persone. La Dichiarazione di Berlino del 2018 ha ribadito la necessità di un approccio globale per affrontare il cambiamento climatico e il suo impatto sulla sicurezza, temi che ritornano anche nella Dichiarazione di Birmingham dello scorso anno, che ha riconosciuto il significativo aumento migranti ambientali e ha sottolineato la necessità di una maggiore cooperazione tra gli Stati Osce per affrontare i rischi legati al climate change e al degrado ambientale. È urgente, ora più che mai, che i governi adottino strategie lungimiranti, da attuare in modo sistematico ed efficace. Serve uno sforzo globale per prevenire le crisi climatiche, e i Paesi devono cooperare per identificare le aree più a rischio e aiutarle a rafforzarne la resilienza e, naturalmente, fornire aiuti umanitari a coloro che sono stati costretti a lasciare le loro case”.

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