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Maria Chiara Carrozza (CNR): “Le sfide per l’Italia che fa ricerca”

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Siamo all’inizio di una nuova ondata di sviluppo, che investirà tanto le istituzioni quanto le imprese. Ma è cruciale fare le scelte più corrette per favorire il trasferimento tecnologico. Ne parliamo con la presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Maria Chiara Carrozza. 

Professoressa, abbiamo spesso scritto di una ricerca ‘Cenerentola’. Qual è lo stato di salute della ricerca italiana?

Oggi il mondo della ricerca ha di fronte la straordinaria opportunità offerta dal Pnrr. Non si tratta solo di avere a disposizione maggiori risorse, quanto dell’inizio di un processo di rinnovamento dal quale potrà derivare una nuova ondata di sviluppo, che investirà tanto le istituzioni quanto le imprese. Se il nostro Paese saprà cogliere con intelligenza questa sfida – mettere a frutto le competenze sviluppate, massimizzare l’impatto dei programmi di sostegno, far sì che il processo di rinnovamento si mantenga e prosegua nel tempo – i benefici andranno a vantaggio non solo della ricerca, ma di tutto il sistema produttivo.

Biomedicina, agritech, neurorobotica: quali sono le aree in cui l’Italia è più attiva? E quelle in cui dovremmo, invece, fare di più?

Certamente i settori che ha citato sono tra quelli oggi maggiormente trainanti per il loro impatto sulla competitività economica del nostro Paese in settori cruciali: proprio sul tema dell’agricoltura, ad esempio, il Cnr è tra i partner del Centro Nazionale ‘Agritech’, che coinvolge 28 Università, 5 centri di ricerca e 18 imprese per favorire lo sviluppo sostenibile delle produzioni agroalimentari, ridurre l’impatto ambientale e assicurare la sicurezza e la tracciabilità delle filiere. Sul fronte della biomedicina partecipiamo assieme a decine di altri soggetti tra atenei, enti privati di ricerca, imprese e istituzioni al Centro nazionale per lo sviluppo di terapia genica e farmaci con tecnologia a Rna: l’obiettivo è l’ideazione e la messa a punto di terapie ad alto valore innovativo applicate alla cura di malattie oncologiche, cardiache, neuronali ed ereditarie che integrano tecnologie basate su Rna con competenze di biocomputing avanzato e nanomateriali intelligenti, per una medicina di precisione sia in termini di bersagli molecolari che di somministrazione mirata (precision delivery).  Inoltre, siamo tra i promotori del Partenariato esteso INF-ACT, una rete nazionale che comprende le maggiori Università, l’Istituto superiore di sanità, gli Istituti zooprofilattici, grandi Irccs e realtà private, e che si prefigge di definire strategie e sviluppare strumenti
innovativi per fronteggiare le malattie infettive emergenti. Sulla biorobotica siamo coordinatori dell’iniziativa progettuale ‘Fit4MedRob’ nell’ambito del PNC Pnrr che riunisce oltre al Cnr altri 24 soggetti fra università, centri di ricerca, Irccs, ospedali e aziende private, volta a rivoluzionare gli attuali modelli riabilitativi e assistenziali per mezzo di nuove tecnologie robotiche e digitali, intervenendo in tutte le fasi
del percorso riabilitativo, dalla prevenzione fino all’assistenza domiciliare. Ma sono molti i settori che richiederanno scelte fondamentali nel segno della sostenibilità, in un’ottica globale e non solo locale: pensiamo alla tutela della biodiversità, alla transizione ecologica e digitale, alla tutela dell’areale Mediterraneo, e ancora alla necessità di colmare i divari socioeconomici e gli impatti climatico-ambientali.
In realtà non c’è scelta, ormai la soluzione è lavorare tutti insieme al meglio, per il nostro futuro.

Per anni abbiamo lamentato la difficoltà di tradurre la ricerca italiana in brevetti. Una recente analisi di Unioncamere ci ha raccontato però di una Italia da record nel 2022 per le domande di brevetto pubblicate dall’European Patent Office (Epo). Ce lo può confermare? E quali sono le aree del Paese più attive su questo fronte?

Sicuramente la ripresa delle attività conseguente allo stop dovuto alla pandemia ha permesso di registrare un trend di crescita significativo nella brevettazione, nel nostro Paese come nel resto del mondo : i dati Epo, poi, mostrano chiaramente l’intervallo che intercorre tra i primi depositi – che normalmente interessano solo il territorio nazionale per il primo anno – e le successive estensioni a livello europeo.
Proteggere i risultati della ricerca è il primo passo per gestire quella ‘catena del valore’ da cui scaturisce l’innovazione tecnologica: per questo la tutela della proprietà intellettuale presuppone la giusta mentalità da parte dei ricercatori, e va incentivata favorendo una cultura della brevettazione. In questo senso, nel nostro Paese un ottimo supporto viene offerto dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha messo a disposizione una serie di strumenti per potenziare il trasferimento tecnologico nelle istituzioni; una nuova spinta, poi, verrà dalla prossima riforma del Codice della proprietà industriale che – abbattendo il cosiddetto ‘professor privilege’ – renderà più semplice per le istituzioni proteggere il proprio know-how. Quanto alle aree, regioni come Piemonte, Lombardia e Veneto sono ancora le più virtuose: ma questo è un fenomeno che ha profonde radici storiche oltre che economiche .

Qual è il ‘peso’ del Cnr in termini di pubblicazioni e di brevetti registrati ogni anno?

Siamo un ente di ricerca trasversale e multidisciplinare: questo significa avere ogni anno migliaia di pubblicazioni su una varietà di temi, mentre a livello di tutela della proprietà intellettuale al 31 dicembre 2022 risultano 376 privative industriali di cui 319 brevetti, 43 marchi e 14 nuove varietà vegetali nati dalle attività della rete scientifica nel suo complesso, anche in collaborazione con altre istituzioni di ricerca,
Università, imprese o altri soggetti privati. Se i dati relativi alla brevettazione sono stabili, segno che abbiamo raggiunto un plateau, mi preme sottolineare la significativa crescita dell’attività di licensing quali accordi di licenza e accordi di valorizzazione: oltre che generare un ritorno economico (quantificabile in circa un milione di euro nel 2021), anch’essi sono segno di una mentalità maggiormente orientata alla
valorizzazione, di cui beneficia il sistema economico nel suo complesso.

La ricerca spaziale spesso si traduce in avanzamenti importanti per la scienza: è così? E lo sarà anche in futuro?

Certo: la “space economy” è un comparto in forte espansione, dal quale deriveranno opportunità tecnologiche in diversi e importanti settori, da quelli industriali alla sicurezza e difesa. Inoltre, è un settore che permette di attivare collaborazioni strategiche con il mondo dell’impresa e qualificare il sistema delle PMI attraverso il trasferimento di conoscenze e competenze di elevato livello tecnologico, con importanti risvolti economici.  Come Cnr siamo fortemente interessati a promuovere le attività scientifiche legate allo spazio e aerospazio: alcune settimane fa tutto il mondo ha assistito al successo della missione Virtute 1, la prima missione suborbitale scientifica con equipaggio italiano dell’Aeronautica Militare e del Cnr. Ma le attività proseguono su vari altri fronti, come dimostra la firma del recente accordo con la regione Marche proprio per lo sviluppo di programmi di ricerca congiunti nel settore aerospaziale.

Oggi vediamo gli istituti di ricerca riunirsi in consorzi e dar vita a spin-off: quali sono a suo parere le soluzioni per favorire al massimo il trasferimento tecnologico?

Proprio grazie al Pnrr, stiamo sperimentando nuovi modelli di partenariato con il mondo imprenditoriale: molti dei progetti in corso, infatti, sono coordinati da hub che poggiano su una sinergia virtuosa tra pubblico e privato. Inoltre, attraverso i bandi a cascata, i finanziamenti del Pnrr coinvolgono fortemente il mondo imprenditoriale, permettendo di attivare progetti specifici di technology transfer e open innovation. Questo è un punto di svolta fondamentale, perché ci permette di implementare la nostra capacità di networking, e lavorare alle sinergie tra ricerca e industria che garantiscono a entrambe le realtà la possibilità di essere ancora più competitive.

L’Italia ospiterà la Terza sezione dell’Ufficio brevetti europeo. Perché per Milano – e per il Paese – è una buona notizia? Vede delle criticità?

È un’ottima notizia, che riconosce e conferma il ruolo di eccellenza del nostro Paese e del capoluogo lombardo in particolare, città che ogni anno vanta un numero significativo di registrazioni di brevetti. Al di là dell’orgoglio, poi, sono convinta che il progredire della conoscenza dipenda anche dalla capacità di interazione e scambio con colleghi di tutto il mondo: in questo senso, avere un’antenna come l’European patent office in Italia non potrà che favorire nuove sinergie e occasioni di networking.

A livello europeo quali sono dopo Brexit le locomotive dell’innovazione, e nel mondo come siamo messi?

A livello europeo un ambito su cui possiamo giocare un ruolo cruciale è quello dello sviluppo delle tecnologie quantistiche: l’Italia in particolare, grazie al recente avvio del National Quantum Science and Technology Institute è fra i primi paesi in Europa ad avere una iniziativa quantistica nazionale, un presidio che potrà integrarsi all’interno di una futura rete europea sviluppando un know-how elevato e
supportando tutta la filiera di aziende legata a questo settore. Se allarghiamo lo sguardo a livello globale, poi, ritengo che la ricerca e l’innovazione saranno sempre più coinvolte nel fornire risposte e soluzioni ai grandi problemi mondiali: la gestione della pandemia ne è stato, forse, l’esempio più eclatante, ma pensiamo anche alle grandi sfide della tutela dell’ambiente e della biodiversità, l’approvvigionamento energetico, la progettazione di ecosistemi urbani intelligenti e sostenibili.

I ‘cervelli’ sono essenziali per alimentare la ricerca: chi sono i vostri ricercatori, che età hanno, da dove arrivano?

Italiani e con un’età media purtroppo molto alta: di 51 anni. Questo è stato fino ad oggi l’identikit dei ricercatori e ricercatrici Cnr. Oggi però, con la messa a punto del Piano di rilancio dell’Ente, stiamo “ridisegnando” molti processi nella consapevolezza che un Paese misura il proprio livello di innovazione sulla capacità di attrarre talenti, formarli e trattenerli. Per questo stiamo mettendo a punto strumenti innovativi di reclutamento, crescita e carriera scientifica, che possano mettere i nostri ricercatori al passo con altre realtà internazionali.

Quest’anno il Cnr festeggia il secolo di vita. Come è cambiato e quali sono gli obiettivi per il futuro?

Con la celebrazione del Centenario abbiamo voluto dare vita a un ampio programma, trasversale sotto il profilo delle discipline per evidenziare la ricchezza di questo Ente, e il più possibile dislocato geograficamente così da valorizzare le tante strutture e laboratori distribuiti sul territorio nazionale. Abbiamo ideato una serie di iniziative per favorire la conoscenza da parte dei cittadini, perché è questo un obiettivo fondamentale a cui dobbiamo tendere: far sì che quante più persone possibile possano avvicinarsi alla scienza, condividerne i valori e il suo ruolo nella società. In questo vasto processo di cambiamento che sta investendo tutta l’istituzione, i traguardi della comunità scientifica sono racchiusi nelle dieci parole chiave che abbiamo scelto per il Centenario, e che rispecchiano i grandi temi della scienza per cambiare il mondo: sostenibilità; biodiversità; transizione ecologica; transizione digitale; energia pulita; economia circolare; scienze della vita; one health; patrimonio culturale; pace e diplomazia scientifica.

Scienziata, ministra, guida di un centro di ricerche: se tornasse indietro c’è qualcosa che sceglierebbe di fare in modo diverso?

No, ogni esperienza mi ha ugualmente arricchita sotto il profilo professionale e umano. La ricerca scientifica è stata la mia grande passione, quella che ha acceso il mio percorso professionale e che mi ha portato anche a sviluppare soluzioni a favore delle persone più fragili. Successivamente, le esperienze svolte sia come rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna, sia come ministro mi hanno permesso di acquisire maggiori competenze in campo organizzativo e gestionale, ugualmente importanti per fornire al mondo scientifico strumenti per un rilancio competitivo: mai come in questo momento la ricerca scientifica deve tornare ad assumere un ruolo centrale quale asset fondamentale su cui investire.  E tuttavia, anche se ho meno tempo per dedicarmi alla ricerca, cerco comunque dedicare alcune ore a continuare a studiare: mi sento sempre ‘in formazione’.

In cento anni lei è il primo presidente donna del Cnr: quale messaggio vuole lasciare alle giovani che sognano una carriera nella ricerca?

Direi loro di non arrendersi, di superare con coraggio gli stereotipi culturali che per anni hanno ammantato il mondo della ricerca al femminile. Oggi il numero di donne impegnate in ricerca scientifica è cresciuto rispetto al passato, e le donne rappresentano più della metà dei dottori di ricerca del nostro Paese.
Certamente la mia nomina è stata una novità e un simbolo di empowerment femminile, ma se vogliamo davvero favorire un cambio di mentalità dobbiamo lavorare su più livelli: le scuole, perché è lì che parte l’orientamento; le famiglie, affinché incoraggino le ragazze a intraprendere studi scientifici; e non ultime le istituzioni, perché mettano a punto i giusti strumenti di supporto e di inclusione: è importante, infatti, raggiungere quei luoghi che non hanno una cultura scientifico-accademica, le periferie, la provincia, le aree in cui si registra maggiore dispersione scolastica. Servono anche investimenti: penso ad agevolazioni nei costi di iscrizione all’università o negli alloggi: segnali che possano far capire ai giovani e alle giovani che dall’investimento in scienza e tecnologia derivano gli strumenti che ci metteranno in grado di affrontare le sfide del futuro.

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