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Tumore dell’ovaio, l’AI ci dice se la cura sarà efficace

Tac tumore

L’AI sta già cambiamento la medicina, in un modo che forse non riusciamo ancora a comprendere del tutto. Un impatto ormai visibile sia nella ricerca, che nella diagnosi e sul fronte della terapia. Ebbene, oggi parliamo del tumore dell’ovaio, che colpisce ogni anno più di 5mila donne in Italia, che si aggiungono alle oltre 30mila in trattamento.

Poiché nelle fasi precoci questo tumore non dà sintomi specifici, spesso la diagnosi avviene quando la malattia è già a uno stadio piuttosto avanzato. Ebbene, l’intelligenza artificiale è in grado – e lo ha dimostrato – di aiutare i medici prevere le risposte delle singole pazienti alla terapia. Consentendo dunque un approccio personalizzato. È quanto emerge da uno studio – tra tech e medicina – pubblicato su “Nature Communications”. Grazie a un tool sviluppato e testato tra Gran Bretagna e Italia si può, dunque, applicare una strategia davvero mirata e migliorare i risultati della terapia anti-tumore.

Il dispositivo

Basato sull’intelligenza artificiale, il tool Iron predice il successo della terapia (ovvero la riduzione delle lesioni tumoral)i, nell’80% delle pazienti con tumori ovarici, con una accuratezza dell’80%, cioè “di gran lunga superiore a quella dei metodi usati attualmente in ambito clinico”, sottolineano i ricercatori.

Ma come funziona? Iron (Integrated Radiogenomics for Ovarian Neoadjuvant therapy) analizza diverse caratteristiche clini della paziente: Dna tumorale circolante nel sangue (biopsia liquida), caratteristiche generali (età, stato di salute, etc), marker tumorali e immagini della malattia acquisite con la TAC. Dopodichè  esprime una previsione sulle chance di successo della terapia.

Lo studio

I risultati sono stati ottenuti su 134 pazienti con tumore dell’ovaio di alto grado, in un lavoro coordinato dalla professoressa Evis Sala, ordinario di Diagnostica per immagini e radioterapia alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica (direttrice del Centro Avanzato di Radiologia, Fondazione Policlinico Gemelli Irccs) e portato avanti dall’Università di Cambridge (che è arrivata alla Cattolica proprio dall’ateneo britannico).

Il tumore dell’ovaio più aggressivo

Il carcinoma ovarico sieroso di alto grado è una delle forme più aggressive e rappresenta circa il 70-80% dei tumori ovarici: spesso resiste alla chemio e la risposta alle terapie si può predire con una accuratezza massima del 50%.

Per questa forma del tumore, per di più, sono noti pochissimi biomarcatori clinicamente utilizzabili a causa dell’elevato grado di eterogeneità della malattia, che si diversifica molto da paziente a paziente. Di qui l’idea di sviluppare uno strumento basato sull’intelligenza artificiale in grado di predire con elevata accuratezza le pazienti che risponderanno alla chemioterapia.

Il lavoro tra GB e Italia

“Abbiamo messo insieme due set di dati indipendenti con un totale di 134 pazienti (92 casi nel primo set di dati, 42 nel secondo set di test indipendente) – hanno raccontato la professoressa Sala e la dottoressa Mireia Crispin Ortuzar di Cambridge – Per tutte prima del trattamento abbiamo ottenuto dati clinici, dati demografici e dettagli del loro trattamento, nonché biomarcatori presenti nel sangue come CA-125 e Dna tumorale circolante, nonché caratteristiche quantitative del tumore dedotte dalle immagini della Tac di tutti i siti tumorali primari e metastatici”.

I ricercatori hanno individuato le caratteristiche più importanti in termini di risposta alle cure. Sulla base dell’analisi delle Tac sono emersi sei sottogruppi di pazienti con caratteristiche biologiche e cliniche distinte, rivelanti per la risposta alla terapia. Tutte le caratteristiche del tumore sono state date come dati di input ad algoritmi di intelligenza artificiale che formano insieme il tool. Il modello è stato successivamente addestrato e, quindi, messo alla prova.

Le prospettive

Questo strumento di AI è stato pensato per “identificare precocemente le pazienti che probabilmente non risponderanno alla terapia neoadiuvante e che potrebbero essere indirizzate a un intervento chirurgico immediato”, ha concluso Sala. Insomma, questa tecnologia potrebbe fare la differenza per molte donne che stanno affrontando un tumore all’ovaio.

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