Lilly H

Ambiente, come la biofilia rivoluzionerà le nostre città

Robert P Ruschak (courtesy Western Pennsylvania Conservancy)

“La biofilia è la tendenza innata a concentrare l’attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. Così nel 1984 il biologo statunitense Edward Osborne Wilson, il padre del termine biodiversità, definiva la biofilia, dal greco “amore per la vita” e, per esteso, della natura. Per Wilson, l’uomo è inserito in un sistema di relazioni al quale partecipa insieme ad animali, vegetali e minerali, e la biofilia si manifesta come l’impulso spontaneo a creare una connessione con gli altri protagonisti dell’habitat terrestre.

“Numerosi studi hanno dimostrato che oltre il 90% delle persone immagina di trovarsi in un ambiente naturale quando viene chiesto di pensare a un luogo in cui sentirsi rilassate e calme”, dice Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima) e professore di Prevenzione ambientale all’Università Statale di Milano. Il benessere psicofisico, quindi, “dipende dal tempo che trascorriamo a contatto con la natura, fattore che influisce anche sulla produttività e sullo stato di salute generale.

Nasce da queste considerazioni il cosiddetto ‘design biofilico’, che unisce gli elementi naturali ai principi dell’urbanistica, dell’architettura e dell’interior decoration con l’obiettivo di massimizzare l’interazione uomo-natura, per esempio valorizzando la luce diurna, ottimizzando le vedute sulle aree verdi, privilegiando materiali green ed elementi vivi, come le piante da interno e da esterno”.

Del resto, “è stato scientificamente dimostrato che esiste un rapporto di causa-effetto tra alcuni dei disturbi più diffusi – dall’insonnia alla depressione – e le caratteristiche sempre meno naturali delle costruzioni in cui si trascorre il 90% della nostra vita”, fa notare Daniele Guglielmino, architetto esperto di certificazioni di sostenibilità energetico-ambientale e di salubrità del costruito per Sima, “ed è per questo che, in un’ottica di transizione ecologica, le politiche urbane e territoriali ispirate a una visione biofilica rappresentano la chiave di volta per aumentare il benessere globale dei singoli e delle comunità. La tutela della salute mediante la rigenerazione degli ambienti outdoor e indoor e tramite la rinaturalizzazione dei contesti cittadini diventa così uno strumento strategico per ridisegnare i luoghi in cui si abita. Gli indicatori chiave connessi alla qualità biofilica degli spazi riguardano in primis la qualità dell’aria e della luce e l’accessibilità e la salubrità dell’acqua, ma anche le soluzioni per garantire il comfort termico, oltre ai sistemi per migliorare l’acustica e l’isolamento sonoro”, annota Guglielmino.

D’altro canto, come rileva Rita Trombin, psicologa ambientale ed esperta di Biophilic Design, “è urgente rispondere a quel bisogno ancestrale di vita e di natura che già nel 1964 lo psicoterapeuta Erich Fromm aveva messo a fondamento del suo concetto di biofilia: una necessità da cui dipende la sopravvivenza del genere umano, ma anche un’impronta che possiamo portare nelle nostre case con alcuni semplici accorgimenti”.

Le aree metropolitane contribuiscono per il 70% alle emissioni globali di carbonio e per oltre il 60% all’uso delle risorse. Senza contare che l’inquinamento dell’aria, soprattutto quella che si respira nei grandi centri, è la prima causa di morte nel mondo. “Creare un contesto che generi salute attraverso una miglior qualità dei servizi di prossimità, dei trasporti, della vita urbana e della presenza di verde e di natura è possibile e necessario, perché oggi più che mai è evidente come Urban Health e One Health corrano sullo stesso binario: le condizioni ambientali, climatiche, abitative, sociali delle città si riflettono infatti non solo sulla salute di chi ci vive, ma anche sul benessere di animali, piante ed ecosistemi”, osserva Daniele Guglielmino, esperto del WELL Building Standard, uno strumento di rating che certifica il livello di benessere delle persone negli ambienti confinati, sviluppato nel 2015 da IWBI (International WELL Building Institute).

“La sintesi fra salute e decarbonizzazione del patrimonio immobiliare richiede un approccio olistico, ma il fatto di abitare e lavorare in una città sana dipende dalle nostre scelte, dai format di pianificazione integrata e dai modelli di governance e policy. Oggi, in aggiunta, ci troviamo davanti a nuove esigenze, molte delle quali emerse con la pandemia: con l’uscita dell’industria dalle aree urbane ci sono enormi complessi produttivi dismessi da reinventare sotto il profilo delle funzioni e della riarmonizzazione degli usi indoor e outdoor, lo smart working ha svuotato gli uffici e ha spostato l’attenzione sulle aree esterne da sfruttare per il lavoro ma anche per l’aggregazione e l’attività fisica, e c’è inoltre una forte domanda di studentati e di luoghi ibridi e sicuri, di cui si è sentita la mancanza quando per esempio si dovevano collocare gli hub per tamponi e vaccini. C’è dunque da affrontare un problema del riproporzionamento degli spazi in chiave resiliente – continua – che suggerisce una profonda revisione del tessuto urbano”.

In Italia, peraltro, gli esempi virtuosi non mancano: basti pensare a Manifattura Tabacchi a Firenze, la ex fabbrica dei Monopoli di Stato da poco riconvertita in un vivace quartiere contemporaneo dove vivere, lavorare e trascorrere il tempo libero, e, a Milano, ai cantieri in progress di Welcome, il primo ufficio biofilico italiano progettato da Kengo Kuma Associati in zona Parco Lambro (in corso di certificazione WELL), e di BiM, il modello di rigenerazione urbana etica e sostenibile promosso da Studio Piuarch in collaborazione col paesaggista Antonio Perazzi, che entro il 2026 trasformerà un edificio monumentale – realizzato da Vittorio Gregotti a metà degli anni 80 nel quartiere di Milano Bicocca, sul sito della ex fabbrica Pirelli – in un nuovo distretto all’avanguardia ricco di terrazze e micro giardini.

“Vari studi sottolineano che, se ogni cittadino europeo potesse disporre di 5.000 mq di verde a 300 metri dalla propria abitazione, si potrebbero evitare 43.000 decessi prematuri all’anno, ma i vegetali aiutano anche a contrastare gli effetti del climate change”, prosegue Guglielmino: “Se nelle nostre città si eliminasse un po’ di asfalto a favore dei parchi, si migliorerebbe il drenaggio in caso di piogge torrenziali e si otterrebbe un abbassamento delle temperature percepite. Senza contare che gli alberi sono un potente filtro naturale anti smog”.

Quanto al costruito di interesse storico, “GBC ha definito un protocollo ad hoc, unico al mondo, per gli edifici di interesse culturale -GBC Historic Building- e in Italia siamo già a 20 certificati”, dice Fabrizio Capaccioli, presidente del Green Building Council (GBC) Italia. “Per operazioni di riassetto urbano di vasta portata, che riguardano sia il patrimonio storico che la rigenerazione di interi quartieri, sarebbe però necessario che all’intervento pubblico si affiancasse quello privato. E, in un’ottica di Urban One Health, è importante distinguere tra fabbricati di valore storico ed edifici semplicemente datati, come le costruzioni degli anni ’60 e ’70: in questi casi, è più lungimirante ed economico prevederne la rigenerazione o la demolizione e ricostruzione, purché nel rispetto di parametri sostenibili misurabili e certificati”. 

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