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Sulla carta, anzi su ‘X’, è una company californiana di Fremont specializzata in neurotecnologie fondata dall’eclettico Elon Musk nel 2016. Ma in termini scientifici questo è sostanzialmente tutto ciò che si può dire di Neuralink, visto che l’azienda non comunica i risultati delle sue ricerche in base ai metodi dell’ortodossia scientifica, cioè con pubblicazioni peer-reviewed su riviste specializzate, né registra i suoi studi su ClinicalTrial.gov, il repository di tutti i trial clinici del mondo.

Un buco nero di informazione insomma, un’assoluta mancanza di trasparenza molto frustrante per il mondo della scienza, che non consente nemmeno di paragonare le performance della creatura di Musk con quelle di altri gruppi di ricerca sulle interfacce cervello-computer (BCI, brain-computer interfaces), come la Blackrock Neurotech di Salt Lake City (Utah, Usa), o la Synchron di New York. I neuroscienziati e i bioingegneri che stanno lavorando al progetto di Musk, che spera di rivoluzionare il settore riuscendo per ora a generare solo una grande risonanza a livello mediatico, affermano che quella di Neuralink sia una tecnologica trasformativa, che potrebbe consentire a persone con gravi patologie neurologiche di riacquisire una serie di funzioni letteralmente con la forza del pensiero.

Merito di questo chip impiantabile nel cervello umano (il primo paziente, dopo il semaforo verde dell’Fda, è stato trattato lo scorso gennaio ed è attualmente in corso un trial in fase di arruolamento attivo di soggetti tetraplegici). Ma anche in questo caso, l’unica comunicazione trapelata dalla torre d’avorio è stato un post pubblicato dallo stesso Musk sulla piattaforma ‘X’ il 29 gennaio e un video che mostra il paziente americano, paralizzato dalle spalle in giù a causa di un incidente, tornato a giocare a scacchi e a videogame, muovendo il cursore del computer con la mente. Ma si tratta di ben poca cosa in questo campo: il primo essere umano a ricevere un impianto BCI è riuscito a manovrare un cursore nel lontano 2004. Ed è infatti sempre Musk a mettere le mani avanti con un altro intervento su ‘X’: “Immaginate se Stephen Hawking fosse riuscito a comunicare più velocemente di una dattilografa o di un banditore. È questo l’obiettivo”.

Quindi si punta a performance in velocità. Quello di Neuralink è un sofisticato chip (un impianto neurale dotato di 64 fili polimerici flessibili, contenenti 1.024 elettrodi per il monitoraggio e la registrazione dell’attività cerebrale) che, impiantato nella corteccia cerebrale, riesce a captare e a trasmettere wireless gli impulsi elettrici generati da alcuni neuroni (potremmo chiamarli i ’pensieri’, i comandi della corteccia cerebrale deputata al movimento), generando una comunicazione bidirezionale estremamente precisa tra il cervello e device esterni. “Presumo che la Fda e Neuralink – ha commentato Tim Denison, neuroingegnere dell’Università di Oxford – stiano seguendo le regole in una certa misura. Ma non avendo il protocollo, non possiamo saperlo per certo”.

L’impianto di Musk viene effettuato (ma neppure questo è chiarissimo) da un robot chirurgico con una precisione a livello di micron (un millimetro = 1.000 micron). Il primo paziente impiantato è riuscito a muovere il cursore di un computer apparentemente con la forza del pensiero, ma forse un domani – questa la vera grande promessa di Musk – potrebbe ritrovare i movimenti di un arto paralizzato. Secondo molti scienziati queste sono affermazioni proditorie, wishful thinking, scollate da solide evidenze scientifiche. Che magari ci sono pure. Peccato che nessuno le abbia mai viste, perché la cortina di fumo che circonda il progetto ‘Telepathy’ è impenetrabile e, come visto, non mette i dati acquisiti sul piatto della scienza. Ma Musk, impassibile e tetragono alle critiche, anziché rassicurare rilancia annunciando il suo prossimo progetto, ‘Blindsight’, che promette addirittura di restituire la vista.

Nonostante le sfide etiche, mediche, medico-legali e tecnologiche insite nella ricerca sulle interfacce neurali, queste tecnologie – ricorda Ethan Waisberg dell’Università di Cambridge in un recente articolo su ‘Annals of Biomedical Engineering’ – sono davvero promettenti e potrebbero portare ad una nuova era della medicina, con ricadute notevoli a livello sociale e individuale. Ma non essendo scevre da rischi, è dunque essenziale assicurare un’innovazione responsabile. Tra i primi punti da smarcare c’è quello del consenso informato. “I pazienti – spiega Waisberg – devono essere pienamente consapevoli dei potenziali rischi insiti nella natura invasiva di questa nuova tecnologia. Gli impianti possono ‘migrare’ verso altre zone del cervello e, nel caso in cui si renda necessaria la loro rimozione, questo potrebbe causare dei danni”.

Inoltre, vista l’assenza di studi di lunga durata, c’è chi giustamente mette anche in dubbio la validità del consenso dato dai pazienti. Ci sono poi questioni etiche più complesse, del tipo: un paziente con un impianto neurale è in grado di mantenere il controllo dei suoi pensieri, dei processi cognitivi e di decision-making? In altre parole il suo libero arbitrio è minacciato da questi impianti? È una questione non da poco, visto che gli avanzamenti tecnologici procedono spediti e ci sarà un’integrazione sempre più spinta con l’intelligenza artificiale; chi ci assicura che questi algoritmi non andranno a influenzare le decisioni di una persona e ad incidere sulla sua identità personale?

E se un hacker riuscisse ad effettuare un accesso indesiderato nei suoi pensieri più profondi e, magari, a dirottarli? Sono preoccupazioni reali, che fanno apparire ridicole quelle attualmente mainstream sulle possibili conseguenze di ChatGpt. Qualcuno poi comincia a considerare questi impianti come una sorta di ‘techno-doping’, in grado di avvantaggiare i portatori dell’impianto stesso, rispetto agli altri (apprendimento accelerato, visione ad ultra-alta risoluzione, ecc). C’è poi il problema etico relativo all’equità di questi trattamenti. Visti i costi prevedibilmente stellari, chi potrà avervi accesso se non una minoranza di miliardari? Insomma tutto questo sarà a lungo materia di studio e di lavoro per eserciti di bioeticisti e agenzie governative, oltre che per medici e ricercatori. E il primo passo sarà la redazione di linee guida stringenti per proteggere non solo la salute dei pazienti, ma anche autonomia e identità.

 

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