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Pharma a prova di futuro, intervista a Peter Guenter (Merck)

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Fondata nel 1668, la multinazionale farmaceutica tedesca Merck ha un legame particolare con il nostro Paese. Presente in Italia da oltre un secolo, con 1.190 dipendenti in quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Lazio e Puglia), l’azienda da 1,2 mld di euro di fatturato l’anno nel 2022 ha investito 23,8 mln di euro in R&D.

“Ma ciò che rende l’Italia davvero unica a livello globale è che qui è rappresentata l’intera catena del valore: dalle collaborazioni con il mondo accademico nella ricerca di base, alle attività di ricerca e sviluppo di piccole molecole e biotecnologie a Guidonia Montecelio (Roma), fino al sito produttivo di Modugno (Bari). Parliamo dell’intero processo, dalla preparazione del farmaco biotecnologico fino alla spedizione in circa 150 Paesi nel mondo”. Parola di Peter Guenter, membro dell’Executive board e Ceo Healthcare di Merck.

“Abbiamo i nostri siti di ricerca di base in Italia, a Colleretto Giacosa, vicino Torino, e le nostre attività commerciali a Roma. Parlando di numeri, è impressionante il dato dei pazienti arruolati negli studi clinici in Italia: oltre 5.500 in 85 trial negli ultimi tre anni. Una testimonianza non solo di quanto sia importante l’Italia per noi, ma anche della qualità dell’intero sistema di ricerca e sviluppo, produzione e sperimentazione clinica del Paese”, sottolinea il manager belga, incontrato a margine di una sua recente visita al sito di Guidonia. Una struttura di eccellenza nella ricerca biotech, dove si preparano campioni destinati ai trial clinici in tutto il mondo.

La sede di Guidonia
Il sito Merck di Guidonia Montecelio

L’intervista

La farmaceutica italiana è ormai ai vertici in Europa, ma la vera sfida è attrarre investimenti nel nostro Paese. Quali sono le priorità secondo lei?

Dal punto di vista manifatturiero l’Italia è ormai diventata il più importante polo in Europa. Una performance meravigliosa, ma si potrebbe fare ancora meglio se il Governo sostenesse un ecosistema vivace non solo in termini di produzione, ma anche sul fronte della ricerca, favorendo gli studi clinici. Tutto questo può essere realizzato solo se si rafforza l’accesso all’innovazione. Questa, poi, è la nostra missione: trovare nuove soluzioni terapeutiche per i pazienti. È davvero molto frustrante però che, una volta che le soluzioni sono state messe a punto, sapere che ci vuole molto tempo per farle arrivare alle persone. E questo per via della procedura di determinazione dei prezzi: una di rimborso, una di valutazione tecnica. Spero che in Italia si possa andare più veloci, perché uno dei grandi problemi è che l’accesso all’innovazione avviene in ritardo rispetto alla media europea. Il mio auspicio, dunque, sarebbe quello di assicurare maggiore rapidità. Inoltre i tetti della spesa farmaceutica dovrebbero essere più realistici. Oggi in Italia abbiamo già  prezzi più bassi rispetto al resto d’Europa. Poi c’è il tema del payback: tutte le aziende farmaceutiche sono penalizzate. E questo non aiuta. Da parte mia, quando dovrò decidere dove investire, guarderò quanto è grande il mercato interno e se c’è uno sforzo serio da parte del Governo per finanziare le nuove soluzioni terapeutiche. L’Italia dunque dovrebbe muoversi sul fronte della velocità di accesso all’innovazione e di budget realistici.

L’abbiamo visto in questi anni: la salute muove l’economia. Ma il mondo sta cambiando: come far sì che il pharma continui a generare valore? A livello europeo le sfide sono molteplici…

La globalizzazione si sta arrestando e il mondo è sempre più diviso in blocchi: in tema di innovazione abbiamo da una parte la Cina, dall’altra l’Europa, dall’altra ancora gli Stati Uniti. Allora dovremmo chiederci quali sono le industrie per le quali l’Europa può davvero essere leader. Noi non abbiamo molte risorse naturali, ma abbiamo il cervello, la preparazione e la qualità delle persone. Ecco perché il biotech, l’industria biofarmaceutica, è un settore in cui possiamo vincere contro Cina e Stati Uniti. C’è però un grosso ma: la Commissione europea è alle prese con una nuova proposta di legislazione farmaceutica, la prima in 20 anni, che potrebbe creare l’ecosistema giusto. Parliamo di proprietà intellettuale, di adeguamenti normativi che tengano conto delle nuove tecnologie, di creare un sistema dinamico tra ricerca di base, capitale di rischio e sviluppo di nuovi farmaci per i pazienti. Sfortunatamente però la Commissione europea va verso la direzione opposta, con la riduzione della durata della tutela della proprietà intellettuale. Questo dimostra che la Commissione in realtà non considera prioritario il nostro settore. Da parte mia, scommetterei sulla farmaceutica, sulla digitalizzazione, probabilmente sull’industria green: in questi campi possiamo davvero eccellere. Ma la buona notizia è che il Parlamento europeo sembra aver compreso la situazione, migliorando la proposta iniziale della Commissione. Questo però ancora non basta: speriamo si possa procedere  ulteriormente su questi aspetti, fondamentali per non penalizzare il settore. Il messaggio chiave è che quella farmaceutica è davvero un’industria a prova di futuro. E che l’Europa dovrebbe scommettere sul pharma. Solo venti anni fa gli investimenti delle aziende del settore in ricerca e sviluppo tra Europa e Stati Uniti erano più o meno equivalenti. Oggi gli Stati Uniti investono 20 mld in più. Il nostro continente è in ritardo rispetto agli Usa e alla Cina: la politica e le istituzioni dovrebbero impegnarsi per favorire un ecosistema che consenta di investire nella ricerca, nella scienza, nello sviluppo clinico e nell’innovazione.

AI, Big data e digitalizzazione: è in corso una vera e propria rivoluzione. Come si colloca la vostra azienda sul fronte dell’innovazione?

Siamo di fronte a un potenziale breakthrough. Pensiamo che l’intelligenza artificiale, i Big data, abbiano molte potenziali applicazioni lungo l’intera catena del valore dell’industria farmaceutica. Ma il più grande potenziale è nella ricerca e sviluppo: grazie ai Big data e all’AI scopriremo più velocemente potenziali candidati farmaci e bersagli molecolari. Intelligenza artificiale e Big data hanno il potenziale per portare la produttività della R&D a un livello superiore. Per rendere questa fase più economica e veloce, più produttiva insomma. Qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno.

 

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