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Obesità, l’effetto del farmaco per perdere peso dipende dal Dna

Novo Nordisk semaglutide

Dopo il ‘gioiellino’ Novo Nordisk per contrastare l’obesità, sono in arrivo sul mercato una serie di soluzioni ad hoc. Ma questi farmaci sono davvero efficaci? E convengono rispetto alla chirurgia bariatrica? A cercare di rispondere sono diversi studi che tornano ad accedere i riflettori su semaglutide, il best seller nato contro il diabete e rivelatosi efficace per combattere l’obesità.

Ebbene, ancora una volta emerge come il peso sulla bilancia sia collegato al Dna: chi ha un particolare profilo genetico, detto fenotipo dell’intestino affamato, e inizia la terapia a base di semaglutide, in meno di un anno arriva a perdere quasi il doppio del peso rispetto a chi non ha questo fenotipo. Non solo: le persone con ‘intestino affamato’ si possono individuare attraverso un test che, dunque, permetterebbe di capire chi è destinato a beneficiare di più del medicinale. Anche perchè la lotta all’obesità è anche una questione di costi.

Lo studio che confronta il farmaco con la chirurgia

A dar da pensare ai medici che si occupano di obesità è anche un recente studio, pubblicato su ‘Jama Network Open’. Il lavoro, firmato dal team di Christopher C. Thompson del Brigham and Women’s Hospital di Boston,  ha confrontato i costi di semaglutide con quelli della chirurgia bariatrica. Parliamo di trattamenti che non sono indicati per tutti i pazienti e che, dunque, non vanno pensati come alternative. In ogni caso i risultati di questo lavoro suggeriscono che la gastroplastica endoscopica comporti un risparmio importante dei costi rispetto alla terapia con semaglutide nel trattamento dell’obesità di classe 2. Stando alle analisi, il prezzo del medicinale dovrebbe scendere di 3 volte per riequilibrare la bilancia da questo punto di vista.

Il peso dei geni

Torniamo al profilo genetico dei pazienti: Phenomix Sciences – azienda biotecnologica di medicina di precisione – ha annunciato i risultati di uno studio innovativo condotto dalla Mayo Clinic e presentato alla Digestive Disease Week 2024. Lo studio dimostra l’utilità clinica del test MyPhenome* Hungry Gut (l’intestino affamato, appunto) per prevedere la risposta a semaglutide.

Gli scienziati hanno utilizzato un algoritmo di intelligenza artificiale per identificare un punteggio di rischio genetico in grado di prevedere il fenotipo ‘intestino affamato’, associato a un dimagrimento maggiore dopo la terapia con semaglutide. Usando poi le informazioni contenute in una banca multicentrica che registra i risultati ottenuti in pazienti adulti trattati per perdere peso, i ricercatori si sono concentrati sugli 84 soggetti che avevano preso il farmaco Novo Nordisk, effettuando per ognuno degli studi genetici.

Come riferisce Adnkronos Salute, dopo 9 mesi di terapia “i pazienti con fenotipo dell’intestino affamato avevano perso 14,4 libbre (circa 6,5 chili), rispetto agli altri che ne hanno perse 10,3 (4,7 kg). A 12 mesi, i pazienti con intestino affamato erano dimagriti 19,5 libbre (8,8 kg), rispetto alle 10 (4,5 kg) degli altri. Il test del fenotipo – concludono gli autori – potrebbe essere impiegato nella pratica clinica per selezionare i soggetti che più rispondono al semaglutide”. Ottimizzando, dunque, la spesa.

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