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Ambiente, quando il clima fa ammalare

Esiste un legame sempre più stretto fra emergenze ambientali e salute. Perché è ormai evidente come l’inquinamento di aria e acqua, sommato con gli effetti del climate change – in assoluto la più grave minaccia sanitaria per l’umanità – abbia innescato una sorta di epidemia silenziosa, di cui già si sono visti (purtroppo) i primi esiti.

“L’Organizzazione mondiale della sanità ci avverte che ogni anno, nel mondo, sono oltre 13 milioni i decessi dovuti a cause ambientali, inclusa la crisi climatica. Eppure si tratta di fattori di rischio modificabili, sui quali avremmo la capacità e il dovere di intervenire”, evidenzia Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) e professore di Prevenzione ambientale all’Università Statale di Milano.

“Tutti questi decessi si potrebbero evitare scendendo in campo con una strategia ispirata a un approccio One Health, proprio perché la salute umana, 
la salute animale e la salute dell’ecosistema sono fra loro indissolubilmente legate”.

Se si considera la qualità dell’aria, è di nuovo l’Oms a certificare che “l’inquinamento atmosferico uccide 13 persone ogni minuto a causa di tumori ai polmoni, malattie cardiache e ictus”, prosegue Miani. “Ben 9 persone su 10 respirano aria inquinata, e a queste si aggiungono i 3,6 miliardi di persone che non possono contare su servizi igienici sicuri, e i 2 miliardi che non dispongono di acqua potabile controllata a causa della contaminazione delle falde sotterranee. Soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, nei territori colpiti da calamità naturali o nelle zone scenario di guerre”.

Non solo. “Il cambiamento del regime delle precipitazioni dovuto al riscaldamento globale provoca lo scioglimento dei ghiacciai, il prosciugamento dei corsi d’acqua e la conseguente carenza idrica, inoltre l’inquinamento delle falde favorisce l’aumento delle malattie trasmesse dall’acqua, come colera, tifo, dissenteria ed epatite”, aggiunge Luigi Falciola, professore ordinario di Chimica analitica dell’Università degli Studi di Milano, vicepresidente e responsabile del dipartimento qualità dell’acqua di Sima. Ogni anno (dato Oms), 1,8 milioni di persone muoiono per malattie diarroiche, molte delle quali dovute ad acqua ‘sporca’, senza contare che la mancanza di accesso all’acqua potabile, a maggior ragione se combinata con l’aumento delle temperature, porta alla disidratazione e mette a rischio le comunità più fragili, in particolare bambini e anziani.

Nel tempo, poi, “hanno iniziato a riversarsi in maniera massiccia nelle falde, ma anche in fiumi, laghi e mari, nuove categorie di contaminanti, legati alle attività antropiche”, continua Falciola. “Pensiamo alle microplastiche e ai Pfas, composti chimici fluorati difficili da degradare e che si trovano ormai dappertutto, dagli imballaggi ai detergenti, e ai Pfoa, usati in particolare per le pentole antiaderenti, che possono causare patologie immunitarie, epatiche e tiroidee, obesità, infertilità e neoplasie. Finiscono nell’acqua anche i residui di farmaci e le sostanze di abuso presenti nelle deiezioni umane, le molecole di sintesi contenute nei cosmetici e gli oli da cucina – un litro versato nello scarico inquina un milione di litri d’acqua – che invece vanno raccolti e portati in discarica”.

Se poi si pensa che le estati torride dell’ultimo periodo “hanno aumentato il numero di incendi, innalzando le temperature e intasando l’atmosfera di CO2 e sostanze tossiche che ricadono nell’acqua e sul suolo, è facile immaginare di qui a breve un’impennata della malattie respiratorie, ma non solo”, osserva Prisco Piscitelli, medico epidemiologo, presidente di Ehro (Environmental health research organization) e vicepresidente vicario di Sima. Per sapere cosa si rischia, basta inquadrare il QR Code.

La 28a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP28), che si è svolta a Dubai a fine 2023, ha riaffermato l’impegno di contenere il riscaldamento globale a +1,5 °C, limite già fissato dall’Accordo di Parigi del 2015. In realtà, sebbene molti Paesi si siano posti l’obiettivo della carbon neutrality entro il 2050, ai ritmi attuali ci si sta invece dirigendo verso un aumento di almeno +3 °C entro la fine del secolo.

Secondo l’ultimo bollettino dell’osservatorio europeo Copernicus, ad aprile è stata infatti registrata in Ue una temperatura media di 15,03 °C, mentre negli ultimi dodici mesi la temperatura globale è stata superiore alle medie stagionali di +1,61 °C e, dunque, ha sforato oltre il limite di + 1,5 °C. Andando avanti di questo passo, il traguardo si allontana.

Dall’ambiente alla salute umana

Il surriscaldamento dell’atmosfera, al di là degli effetti sulle riserve idriche e dei disagi che provoca alla popolazione, in particolare alla fasce più vulnerabili, impatta sull’ambiente anche in altri modi: è fra le prime cause degli incendi. In base ai dati Effis (European Forest Fire Information System) nel 2022 in Europa si sono verificati 2.709 incendi, più del triplo della media degli ultimi 17 anni; le emissioni totali provocate dagli incendi boschivi dell’Unione europea e del Regno Unito nel 2022 sono state pari a 9 mega tonnellate di carbonio, equivalenti a quelle emesse da 10 milioni di automobili nello stesso periodo: il livello più alto registrato dal 2007.

“Quando vanno a fuoco ampie porzioni di territorio, s’innesca un circolo vizioso per cui le ingenti masse di CO2 emesse dalla combustione di foreste aumentano a loro volta il surriscaldamento globale”, spiega Prisco Piscitelli, medico epidemiologo, presidente di Ehro (Environmental Health Research Organization) e vicepresidente vicario di Sima. “L’uomo ha innescato cambiamenti climatici che a loro volta sono responsabili di temperature tali da favorire il susseguirsi di incendi in grado di alimentare ancor più negativamente le emissioni di gas climalteranti. Infatti, se è vero che circa l’80% di queste emissioni di CO2 potrà essere riassorbito con la ricrescita della vegetazione, almeno il restante 20% resta disperso nell’atmosfera, e dovremo essere noi a compensarlo con una riforestazione o tramite tecnologie di mitigazione atte a rimuoverlo”.

In base ai calcoli dell’Università della California a Irvine, nel solo anno 2021 – l’anno nero per gli incendi nella parte nord del globo terrestre (+150% rispetto ai 20 anni precedenti) – sono stati rilasciati in atmosfera 1,76 miliardi di tonnellate di CO2. In Italia, nel 2022, gli incendi hanno prodotto 1 milione e 900 mila tonnellate di CO2, valore pari alla combustione di circa 5 milioni di barili di petrolio ma anche a quanto si brucia in Italia per produrre energia elettrica per poco meno di una settimana, per non parlare delle 2.750 tonnellate di ossidi di azoto e delle 7.500 tonnellate di Pm 2.5 emesse nello stesso periodo sempre a causa degli incendi divampati nel nostro Paese.

In effetti, in aggiunta all’anidride carbonica e alle ceneri, “gli incendi intasano l’atmosfera di altre sostanze tossiche che possono ricadere nelle zone più o meno limitrofe all’incendio stesso”, precisa Prisco Piscitelli. “Per alcuni di questi composti la tossicità è riconosciuta dalla comunità scientifica, e diversi studi dimostrano che la concentrazione dei composti chimici liberati in atmosfera rappresenta un pericolo dal punto di vista sia ambientale che sanitario. Tra questi, i più aggressivi sono gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le diossine e i PCB (policlorobifenili), che possono permanere nell’aria e ricadere al suolo anche dopo lo spegnimento dell’incendio, nei pressi dell’area incendiata o anche a distanza sulla base dell’intensità e della direzione dei venti”.

Una ricetta per salvare l’ambiente e i suoi abitanti

Come correre ai ripari? “Uno studio modellistico, condotto da Istituto Oikos, mostra come buone pratiche di gestione del paesaggio ‘fire-smart’ – e dunque azioni che mirano a ridurre la biomassa infiammabile aumentando la diversità ambientale con azioni di ripristino del paesaggio – su appena il 5% del territorio ad alto rischio possono ridurre del 14% l’area bruciata annualmente”, risponde Alessandro Miani, “limitando di riflesso anche le emissioni di CO2 per il rispetto degli obiettivi di neutralità climatica fissati per il 2050”.

Non bisogna inoltre dimenticare che gli incendi che dalle aree boschive si propagano nei centri abitati o nelle zone industriali “provocano la combustione di materiali o rifiuti considerati pericolosi a causa dei prodotti chimici utilizzati e dei processi di produzione adottati, che possono generare emissioni tossiche e contaminare il suolo e le falde acquifere superficiali o profonde”, fa notare Luigi Falciola.

L’Oms rileva anche che l’aumento delle temperature e le inondazioni favorite dai cambiamenti climatici negli anni a venire metteranno altri 2 miliardi di persone a rischio di infezione da dengue, la ‘febbre spaccaossa’ trasmessa dalle zanzare Aedes aegypti e Aedes albopictus, che dalle aree tropicali, dove la malattia è endemica, sono approdate di recente anche nel Nord Italia: ancora una volta, si tratta di fattori di rischio modificabili.

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