Stretto di Hormuz, la tregua tra Usa e Iran vacilla: cresce il rischio di una guerra navale

Usa navy aircraft

La battaglia per il controllo dello Stretto di Hormuz si sta intensificando, mentre Stati Uniti e Iran aumentano l’intensità degli attacchi nel tentativo di controllare uno dei principali snodi energetici mondiali. Nell’ultima settimana le forze armate statunitensi hanno condotto tre diverse ondate di attacchi, rispondendo alle offensive iraniane contro navi commerciali e difendendo la rotta che costeggia l’Oman.

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), le forze americane hanno colpito complessivamente 300 obiettivi “per ridurre la capacità dell’Iran di attaccare i marittimi civili e le navi commerciali che transitano liberamente nello Stretto”. L’operazione più ampia è avvenuta nella tarda serata di sabato, quando sono stati colpiti circa 140 obiettivi militari iraniani, tra cui basi missilistiche e per droni, infrastrutture navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e sistemi di sorveglianza costiera.

Una quarta ondata di attacchi è stata lanciata domenica. Secondo fonti citate dal Financial Times, gli Stati Uniti hanno effettuato “alcuni raid” contro sistemi missilistici, difese aeree e piccole imbarcazioni iraniane nell’area dello Stretto. Nel frattempo, l’Iran ha colpito anche alcuni Paesi arabi del Golfo, tra cui Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Oman, nella più ampia escalation militare registrata dall’aprile scorso.

Washington e Teheran si contendono il controllo della navigazione

Nonostante Teheran continui a sostenere che lo Stretto di Hormuz sia nuovamente chiuso, Washington respinge questa ricostruzione.“Le forze statunitensi sono schierate e pronte a garantire la libertà di navigazione nonostante l’aggressione, le intimidazioni, le minacce e le dichiarazioni arbitrarie dell’Iran. L’Iran non controlla lo Stretto. Il traffico continua a scorrere”, ha dichiarato domenica il Comando Centrale. Dall’inizio di maggio le forze statunitensi hanno assistito il transito di oltre 800 navi commerciali e di circa 400 milioni di barili di petrolio greggio attraverso lo Stretto.

Allo stesso tempo, l’Iran sostiene che il memorandum d’intesa firmato con gli Stati Uniti il mese scorso gli attribuisca il potere di regolamentare il traffico navale e ha attaccato le navi che non utilizzano il corridoio sostenuto dal regime lungo la costa iraniana. Lo scontro ha alimentato combattimenti sempre più violenti, mentre Teheran cerca di preservare il proprio principale strumento di pressione: la capacità di bloccare di fatto il traffico attraverso Hormuz.

I dati sul traffico marittimo mostrano infatti che gli attraversamenti lungo la rotta protetta dagli Stati Uniti, vicina alle coste dell’Oman, sono diminuiti dopo gli ultimi attacchi iraniani. Allo stesso tempo, se da una parte l’Iran non è riuscito a difendersi efficacemente dai raid aerei americani, dall’altra gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire completamente lo Stretto con la sola forza militare, né a proteggere tutte le navi dagli attacchi iraniani o a scoraggiare Teheran dal lanciare nuovi droni e missili.

La tregua è solo una “facciata”?

Per Sal Mercogliano, professore della Campbell University ed esperto di storia militare e marittima, gli ultimi sviluppi rappresentano un segnale preoccupante e riflettono le ambiguità e le debolezze del memorandum d’intesa. “Ho la sensazione che la situazione possa precipitare molto rapidamente. È questo il rischio quando si scatenano i cani della guerra”, ha affermato in un video pubblicato su YouTube domenica. Mercogliano ha inoltre definito il cessate il fuoco una “facciata” destinata a favorire un’ulteriore escalation.

Ha ricordato che la cosiddetta “guerra delle petroliere” degli anni Ottanta, durante la quale la Marina statunitense difendeva le navi commerciali dagli attacchi iraniani, innescò un coinvolgimento americano in Medio Oriente protrattosi per decenni e culminato nell’attuale conflitto con l’Iran. “È una facciata ormai da tempo”, ha aggiunto. “E uno dei miei timori è che ci stiamo ritrovando in una guerra navale non dichiarata. E una guerra navale non dichiarata può rapidamente degenerare”.

L’ipotesi di un compromesso e il peso del blocco navale

Con nessuna delle due parti intenzionata a fare passi indietro, le speranze di ripristinare completamente la libertà di navigazione si sono ridotte. I mediatori stanno ora cercando una soluzione di compromesso.

Secondo indiscrezioni, l’Oman avrebbe elaborato una proposta che prevede la gestione del traffico attraverso due corridoi distinti: uno meridionale nelle acque territoriali omanite e uno settentrionale sotto controllo iraniano. Nel frattempo, gli Stati Uniti mantengono una massiccia presenza militare nella regione. Questa settimana il Comando Centrale ha reso noto che 20 navi da guerra della Marina americana stanno pattugliando le acque del Medio Oriente. Washington ha inoltre voluto dimostrare la propria libertà di movimento, sottolineando che il mese scorso navi da guerra e velivoli militari hanno attraversato il Mare Arabico operando in stretta formazione.

Dal canto suo, il presidente Donald Trump ha mostrato cautela rispetto a un ritorno a una guerra su larga scala, ma ha recentemente dichiarato di essere disposto a valutare il ripristino del blocco navale, che tra metà aprile e metà giugno aveva costretto 139 navi a cambiare rotta e ne aveva bloccate altre nove.

L’impatto sull’economia iraniana

L’interruzione delle esportazioni di petrolio iraniano aveva privato il regime di una delle principali fonti di entrata, aggravando una situazione economica già molto fragile prima dello scoppio del conflitto. Secondo il New York Times, il blocco navale si era rivelato talmente efficace da spingere alcuni alti funzionari iraniani ad avvertire la Guida Suprema che stava soffocando l’economia del Paese. Il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe descritto la situazione economica come drammatica, definendo il blocco navale americano paralizzante e minacciando di dimettersi qualora non fosse stato approvato un accordo di cessate il fuoco, riferiscono funzionari iraniani citati dal quotidiano.

Anche il governatore della banca centrale iraniana avrebbe segnalato una grave crisi di bilancio, l’impossibilità di esportare petrolio in quantità sufficienti attraverso rotte alternative e il rischio di esaurire entro la fine di agosto le scorte essenziali di alimenti e medicinali se il blocco non fosse stato revocato.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

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