Dall’epidemiologia ai fattori di rischio, fino alle novità della ricerca. Alla scoperta del tumore del colon, in aumento tra i giovani.
La ‘bomba‘ è esplosa un anno fa sul New York Times: sono sempre più i giovani che si ammalano di tumore del colon, come rivelava un report dell’American Cancer Society che suggeriva tassi in rapido aumento tra i ventenni, i trentenni e i quarantenni.
Un fulmine a ciel sereno, visto che stiamo parlando di uno dei big killer (il secondo tumore più diffuso in Italia, con circa 50 mila nuovi casi l’anno e oltre 24 mila decessi stimati nel 2022). Per questo c’è chi ha suggerito di anticipare lo screening per questo tumore a 45 anni e chi di fare campagne rivolte ai giovani.
“Di certo è un fenomeno da monitorare con attenzione – afferma il professor Filippo Pietrantonio, direttore dell’Unità di Oncologia Medica Gastrointestinale, Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori di Milano e componente del consiglio direttivo della Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) – anche se la maggior parte dei casi di tumori del colon retto continua ad essere diagnosticata negli over 65“.
Sono tanti i fattori di rischio: quelli modificabili sono il fumo di sigaretta, l’alcol, una dieta povera di frutta e verdura e ricca invece di carni rosse (soprattutto se cotte ad alte temperature) e carboidrati raffinati (farina, zucchero).
Conta anche l’attività fisica, nella misura dei 300 minuti di esercizio moderato a settimana. Ma è importante partire col piede giusto. “Bisogna parlare ai genitori – afferma l’esperto – raccomandando loro una maggior attenzione allo stile di vita dei figli; basta vedere quanti bambini obesi ci sono e quanto è scorretta la loro alimentazione. Molto importante è anche istruire i giovani a non sottovalutare determinati sintomi: sangue nelle feci, spesso scambiato per emorroidi, che perdura; alterazioni dell’alvo (stipsi alternata a diarrea); dolore addominale e dimagrimento sono spie e campanelli d’allarme da non sottovalutare”.
Il vero tema, a qualsiasi età, è quello della diagnosi precoce. Perché oggi questa patologia, se individuata e trattata precocemente, può essere guarita o almeno cronicizzata a lungo.

“Diagnosi precoce vuol dire aderire ai programmi di screening, facendo il test del sangue occulto nelle feci (a partire dai 50 anni, ogni due anni) e la colonscopia (almeno una volta nella vita).
La vergogna, l’imbarazzo possono diventare un ostacolo allo screening, ma vanno assolutamente messi da parte, perché ne va della vita. Diagnosticare in fase precoce un tumore significa poterlo asportare con un intervento chirurgico e guarirlo; la colonscopia inoltre ha anche un valore preventivo perché permette di individuare lesioni pre-neoplastiche, come i polipi, e rimuoverle prima che si trasformino in tumore”.
Le nuove possibilità
Anche nelle fasi più avanzate oggi ci sono molte nuove possibilità di cura, che vengono modellate sulle caratteristiche del paziente e del suo tumore.
“Nel 5% dei casi di malattia in fase avanzata, ad esempio, è presente la cosiddetta ‘instabilità dei microsatelliti‘ – ricorda Pietrantonio – una caratteristica genetica che rende il tumore del colon molto sensibile all’immunoterapia e che in questi casi ha completamente sostituito la chemioterapia. Ma anche per i pazienti che non presentano questa caratteristica, abbiamo un ampio ventaglio di opzioni terapeutiche”.
Nella maggior parte dei casi il trattamento è rappresentato ancora dalla chemio, associata però a farmaci biologici, scelti sulla base delle caratteristiche molecolari del tumore. “Dobbiamo immaginare le alterazioni molecolari del tumore del colon come una torta divisa in tanti spicchi. Ogni ‘spicchio’ ha la sua terapia mirata. I primi biologici arrivati vent’anni fa – ricorda l’esperto – sono stati i farmaci anti-EGFR (cetuximab e panitumumab) che oggi sono una standard di cura per la prima linea di trattamento nei pazienti con uno stato ‘non mutato’ di alcuni geni di resistenza (KRAS, NRAS e BRAF). Accanto a questi, abbiamo i farmaci anti-angiogenetici (che ‘tagliano’ i rifornimenti di sostanze nutritive e di ossigeno ai tumori), per i pazienti che non hanno un bersaglio molecolare da colpire. Ma intanto stanno emergendo nuovi target terapeutici, contro alcune proteine (ad esempio BRAF), che possono attivare una proliferazione incontrollata. L’associazione di inibitori di BRAF (es. encorafenib) con altri agenti monoclonali (anti-EGFR, come cetuximab) e la chemioterapia ha rivoluzionato in questi pazienti la pratica clinica. All’ultimo congresso ASCO GI di San Francisco sono stati presentati i dati preliminari dello studio di fase 3 Breakwater sull’associazione encorafenib, cetuximab, che ha dato risultati nettamente superiori, rispetto alla sola chemioterapia”.
La terapia per questo tumore oggi consiste proprio nella costruzione di cocktail sofisticati e mirati alla singola alterazione genetica, riscontrata nella carta d’identità molecolare del paziente.
“La tendenza attuale – spiega – è proprio quella di ‘spacchettare’ la patologia in tanti sottogruppi; quello che una volta chiamavamo ‘tumore del colon’ sono in realtà tante patologie diverse, definite dall’assetto genetico. E per ognuna di queste si sta affacciando un trattamento specifico. Ad esempio, nei pazienti con tumori HER2-positivi si stanno sviluppando combinazioni di monoclonali e inibitori del recettore HER2, molto promettenti anche nel trattamento iniziale”.
Ma la next big thing saranno gli inibitori di KRAS, una vera rivoluzione e non solo per il tumore del colon. “Il gene RAS – spiega l’oncologo – è mutato in circa il 50% dei tumori del colon e questo rappresenta un fattore di resistenza alle terapie e di prognosi peggiore. Sono almeno 40 anni che si cerca di bloccare questa proteina mutata, con un fallimento dietro l’altro. Oggi grazie all’ingegneria biochimica, aiutata dall’intelligenza artificiale, siamo riusciti ad identificare un ventaglio di molecole mirate, precise e promettenti contro questo bersaglio. Quando mi sono laureato vedevamo una novità nella pratica clinica ogni due-tre anni, ma anche periodi di stagnazione. Grazie allo sviluppo tecnologico, che va di pari passo con i sequenziamenti genici di ultima generazione e con l’ingegneria biochimica, oggi riusciamo a sviluppare molecole molto mirate in pochissimo tempo e stiamo assistendo a una escalation di cambiamenti epocali nel trattamento di questa malattia”.
L’arte della terapia (personalizzata)
La terapia va costruita su misura del singolo paziente dall’équipe multidisciplinare. “In alcuni pazienti, dopo la fase di induzione, possiamo proporre una pausa dal trattamento (‘stop and go‘), la cosiddetta ‘vacanza terapeutica’ per preservare la loro qualità di vita. In altri facciamo terapie di mantenimento, che significa depotenziare i trattamenti iniziali, alleggerendo ad esempio il carico della chemioterapia e proseguendo i farmaci monoclonali. Fondamentale è anche il discorso delle sequenze; oggi per il tumore del colon abbiamo a disposizione almeno 5-6 linee terapeutiche, validate e raccomandate dalle linee guida, che ci consentono di ‘addomesticare’ la malattia e di estendere l’aspettativa di sopravvivenza. La gestione multidisciplinare è fondamentale; oggi arriviamo ad operare anche metastasi epatiche, polmonari o peritoneali“.
L’ultimo trend
Un’altra tendenza è anticipare tutte le novità terapeutiche nella fase precoce, guaribile, di malattia. Se i farmaci sono efficaci nel tumore metastatico, potrebbero esserlo ancora di più in una malattia in fase precoce, magari solo con diffusione microscopica.
La ricerca sta dunque cercando di traslare tutte queste novità terapeutiche nella fase della malattia guaribile, per aumentare le possibilità di cura, addirittura prima della fase chirurgica, perché a volte sono in grado di portare a una ‘eradicazione farmacologica‘.
Un approccio sperimentale, per casi selezionati, ma sempre più potrà essere allargato ad altri pazienti. L’immunoterapia precoce con dostarlimab è già una realtà nei pazienti con tumore del retto e instabilità dei microsatelliti, grazie alla legge 648 di Aifa (che permette il rimborso Ssn di alcuni farmaci, non ancora supportati da studi su vasti numeri).
I dati preliminari sono estremamente promettenti, perché questo approccio offre una risposta completa e la conservazione dell’organo, laddove la chirurgia del retto è molto più invasiva e invalidante rispetto a quella del tumore del colon.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del maggio 2025 (numero 4, anno 8)


