Dopo anni di tentativi deludenti, finalmente qualcosa si muove sul fronte della ricerca sull’Alzheimer. Abbiamo parlato dei nuovi medicinali – in alcuni casi approvati dalle agenzie regolatorie – per fermare la corsa del ‘ladro dei ricordi’, ma a fare scalpore in questi giorni è il disco verde negli Stati Uniti al primo test del sangue in grado di diagnosticare precocemente la malattia. Una novità salutata come una svolta dagli specialisti.Ma di che si tratta, e cosa dice la ricerca?
Il disco verde della Fda
L’esame autorizzato dalla Food and Drug americana è prodotto dall’azienda statunitense Fujirebio Diagnostics e si chiama ‘Lumipulse G pTau217/ß-Amyloid 1-42 Plasma Ratio’. È è indicato per individuare precocemente le placche amiloidi associate all’Alzheimer in adulti over 55 che presentano segni e sintomi della patologia.
Si tratta di un’opzione diagnostica meno invasiva rispetto alle metodiche tradizionali, come ha spiegato la stessa Fda, sottolineando l’innovatività del dispositivo. Ma come funziona? L’esame negli Usa si eseguirà in ambito sanitario e i risultati saranno interpretati insieme ad altre informazioni cliniche relative al paziente. Il test misura le proteine palsmatiche pTau217 e ß-amiloide 1-42 e calcola il rapporto tra le due sostanze. Per eseguirlo – e qui sta la svolta – basta un semplice prelievo di sangue.
I risultati della ricerca e il parere dei dottori anti-bufale
Numerosi studi scientifici hanno portato a questa strategia. Fra gli ultimi, una ricerca condotta presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Il test sviluppato a Pittsburgh è in grado di individuare le fasi iniziali di accumulo della proteina tau prima che le tradizionali tecniche di diagnostica per immagini cerebrale possano rilevare tali cambiamenti.
Lo studio, segnalano i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici), è stato pubblicato su ‘Nature Medicine’ ed è frutto di una collaborazione che ha coinvolto ricercatori delle università di Göteborg, di Warwick, McGill, San Diego e dello University College di Londra.
Questa ricerca ha coinvolto 902 partecipanti. Il team ha rilevato che i livelli accumulo della proteina tau erano più elevati nelle persone con sintomi riconducibili alla demenza di Alzheimer e che presentavano un lieve deterioramento cognitivo. Mentre non lo erano nelle persone che comunque presentavano problemi di memoria o di natura cognitiva, causati però da altre condizioni. Stando ai medici anti-bufale “l’importanza dello studio pubblicato su Nature Medicine sembra risiedere soprattutto nelle prospettive che potrebbe aprire a una nuova fase della ricerca per trovare una cura per la malattia di Alzheimer”.
I neurologi: una svolta nell’approccio all’Alzheimer
Per gli esperti della Società Italiana di Neurologia (Sin) il via libera al primo test del sangue è “una svolta destinata a rivoluzionare l’approccio diagnostico e terapeutico a questa malattia neurodegenerativa: per la prima volta, sarà possibile individuare le alterazioni cerebrali tipiche dell’Alzheimer attraverso un semplice prelievo di sangue”.
Un “progresso storico”, ha sottolineato Alessandro Padovani, presidente della Sin. Convinto che la mossa della Fda ponga “le basi per una medicina più predittiva e accessibile, proprio mentre in Italia cresce il numero di persone affette da demenza, oggi oltre un milione. È un’opportunità che il nostro sistema sanitario deve cogliere con prontezza, per garantire diagnosi tempestive, terapie mirate e assistenza più vicina al cittadino”. Perchè, in un Paese che invecchia, il peso di questa patologia rischia di moltiplicarsi rapidamente.
I vantaggi
Finora per diagnosticare l’Alzheimer occorrevano esami invasivi come la Pet cerebrale o la puntura lombare. Il nuovo test è dunque più semplice, accessibile e sostenibile. Stando ai neurologi è all’orizzonte un cambiamento radicale che consentirà, innanzitutto, una diagnosi più precoce e diffusa, anche nei centri non specialistici, rendendo possibile l’identificazione della malattia in fasi molto iniziali.
Non solo: l’esame permetterà di selezionare in modo più mirato i pazienti che possono beneficiare delle nuove terapie anti-amiloide – come lecanemab e donanemab – “che, secondo le evidenze disponibili, risultano più efficaci proprio nelle fasi iniziali dell’Alzheimer”, ricordano gli specialisti Sin.
Oltre a facilitare l’accesso alle cure, il test del sangue – che ancora non è disponibile nel nostro Paese – consentirà “di risparmiare risorse, riservando indagini più complesse solo ai pazienti selezionati, contribuendo così alla sostenibilità del Sistema sanitario nazionale”, chiosano gli specialisti.
Come spesso succede in medicina, a periodi di stasi seguono rapide ed entusiasmanti accelerazioni. Questo sembra dunque un momento decisivo per la lotta all’Alzheimer. Una buona notizia, pur con tutte le cautele del caso: la battaglia contro il ladro dei ricordi è ancora lunga.


