Sanità e liste d’attesa: quanti sono gli italiani che rinunciano a curarsi

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Prevenzione, screening e controlli regolari sono fondamentali per tutelare la nostra salute e intercettare, per tempo, eventuali patologie. Ma in quanti, di fronte alla prospettiva di un’attesa di mesi con la sanità pubblica, decidono di mettere mano al portafogli o si vedono costretti a rinunciare a visite o esami?

Stanto all’Istat nel 2024 un connazionale su dieci ha rinunciato ad almeno una prestazione, il 6,8% a causa delle liste d’attesa in sanità e il 5,3% per ragioni economiche. A evidenziarlo è l’ultimo report di Fondazione Gimbe sulla sanità, che fa riflettere su una serie di criticità.

L’espressione rinuncia alle cure “è ormai entrata nel linguaggio comune di politici e media, ma dovrebbe essere abbandonata perché fuorviante: la rinuncia, infatti, riguarda test diagnostici e visite specialistiche, non le terapie”, spiega il presidente Nino Cartabellotta. Anche se senza le prime talvolta non si arriva alle ultime.

Secondo la definizione Istat, comunque, parliamo di persone che dichiarano di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche (escluse quelle odontoiatriche) o esami diagnostici pur avendone bisogno, a causa di almeno uno dei seguenti motivi: tempi di attesa troppo lunghi, problemi economici (impossibilità di pagare, costi eccessivi), difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi).

L’attuazione del DL

Ma vediamo meglio il report. A un anno dalla pubblicazione del DL Liste d’attesa “abbiamo condotto un’analisi indipendente sullo status di attuazione della norma”, dice Cartabellotta. Al 10 giugno 2025 solo tre dei sei decreti attuativi previsti sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Dei rimanenti, uno è scaduto da oltre nove mesi, mentre due non hanno una scadenza definita.

Lavori in corso per il “cruscotto” nazionale con gli indicatori di monitoraggio delle liste d’attesa, completo dei dati di tutte le Regioni e Province autonome. Il decreto sulla piattaforma ‘mappa-attese’ è approdato in Conferenza Stato-Regioni il 18 dicembre 2024, l’intesa è stata siglata solo il 13 febbraio 2025 e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è slittata all’11 aprile. Da quella data le Regioni hanno avuto 60 giorni (raddoppiati rispetto ai 30 inizialmente previsti) per presentare i progetti necessari.

“Ad oggi – precisa Cartabellotta – non esiste alcun dataset pubblico che documenti una riduzione dei tempi di attesa. Qualsiasi valutazione sull’efficacia del Decreto potrà essere condotta solo quando i dati saranno resi accessibili in modo trasparente”.

Sanità impossibile: chi rinuncia e perchè

Ma torniamo ai dati. Secondo le elaborazioni Gimbe nel 2024 il 9,9% della popolazione – circa 5,8 milioni di persone – ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, rispetto al 7,6% del 2023 (4,5 milioni di persone) e al 7% del 2022 (4,1 milioni di persone). Il dato è sostanzialmente omogeneo in tutto il Paese, senza differenze significative: 9,2% al Nord, 10,7% al Centro e 10,3% al Sud.

“Negli ultimi due anni il fenomeno non solo è cresciuto, ma coinvolge l’intero Paese, incluse le fasce di popolazione che prima della pandemia si trovavano in una posizione di “vantaggio relativo”, come i residenti al Nord e le persone con un livello di istruzione più elevato”, rileva Cartabellotta.

La crescita delle rinunce a visite ed esami rilevato sarebbe dovuta soprattutto ai lunghi tempi d’attesa: indica questa motivazione il 4,2% nel 2022 (2,5 milioni di persone), il 4,5% nel 2023 (2,7 milioni di persone), e il 6,8 % nel 2024 (4 milioni di persone).

Ma anche le difficoltà economiche pesano sempre più: il dato in questo caso passa dal 3,2% del 2022 (1,9 milioni di persone) al 4,2% del 2023 (2,5 milioni di persone), fino al 5,3% del 2024 (3,1 milioni di persone).

La proposta dei medici

La questione preoccupa anche i ‘camici bianchi’, che hanno le idee chiare. Per ridurre le attese occorre abbreviare la previsione dei piani terapeutici e semplificare tutti quei processi che tolgono tempo all’attività clinica del medico. E, dall’altra parte, investire sui medici e sugli altri professionisti sanitari, dal punto di vista economico ma anche delle condizioni di lavoro, per rendere attrattivo e ritentivo il Servizio sanitario nazionale.

Lo ha sottolineato il presidente della Fnomceo Filippo Anelli, ascoltato in audizione presso la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. Anelli apprezza l’impegno del Governo a realizzare delle misure per affrontare le liste d’attesa e superare definitivamente la pratica della loro chiusura, “al fine di consentire ai cittadini di ottenere prestazioni nei tempi di attesa corretti a carico del Servizio sanitario nazionale”.

Ma in quest’ottica “occorre abbreviare la previsione dei Piani terapeutici, alla luce di un risparmio di visite specialistiche e strumentali che sono oggi propedeutiche alla prescrizione dei farmaci”. Un risparmio che Anelli ha quantificato in cinque milioni di visite specialistiche l’anno, da poter mettere a disposizione dei pazienti che ne hanno bisogno, utilizzandole per l’attività clinica anziché per meri adempimenti burocratici.

Pensiamo solo ai pazienti fragili, quasi due milioni e trecentomila persone, per il 69% over 70, che devono recarsi più volte all’anno dallo specialista. E questo non per una visita, ma solo per rinnovare il piano terapeutico, da consegnare poi al medico di medicina generale per ottenere la prescrizione con la quale ritirare il farmaco. Snellire questo processo comporterebbe un risparmio in termini di spostamenti, tempo, energie, denaro per milioni di cittadini e con un aumento dell’efficienza, anche economica, del Servizio sanitario nazionale.

“La nostra proposta è che i farmaci sottoposti a piano terapeutico, dopo un anno di monitoraggio dalla prima prescrizione dello specialista del Ssn per l’avvio del trattamento, possano essere prescritti, senza ulteriori impegni amministrativi, da tutti i medici, ferme restando le condizioni di rimborsabilità stabilite dall’Agenzia Italiana del Farmaco per ciascuna specialità medicinale”, chiarisce Anelli.

Se la sanità fa fatica a rispondere ai bisogni

Per Cartabellotta comunque non si tratta più solo un problema di soldi, ma della “capacità del Ssn di garantire le prestazioni in tempi compatibili con i bisogni di salute”. Quando i tempi del pubblico diventano inaccettabili, molte persone sono costrette a rivolgersi alla sanità privata. “Ma se i costi superano la capacità di spesa, la prestazione diventa un lusso. E alla fine, per una persona su 10, la scelta obbligata è rinunciare”, riflette Cartabellotta.

Il presidente Gimbe resta convinto che le liste d’attesa in sanità non siano “una criticità da risolvere a colpi di decreti: sono il sintomo del grave indebolimento del Ssn, che richiede investimenti consistenti sul personale sanitario, coraggiose riforme organizzative, una completa trasformazione digitale e misure concrete per arginare la domanda inappropriata di prestazioni sanitarie. Dedicarsi ad alleviare il sintomo (tempi di attesa), piuttosto che risolvere la grave malattia equivale a somministrare ad un paziente oncologico cure sintomatiche, anziché una terapia radicale”, conclude Cartabellotta.

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