Complesso, trasversale, ma anche entusiasmante e in forte espansione. È il biotech secondo Fabrizio Greco, amministratore delegato di AbbVie Italia da poco confermato per il triennio 2025-2028 alla guida di Assobiotec, l’Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie (parte di Federchimica).
Ingegnere con in tasca una tesi sull’intelligenza artificiale, Greco non ha dubbi: “Il futuro è biotech: queste tecnologie potranno consentirci di trovare soluzioni ai problemi della società in maniera nuova. Ma occorre accelerare. E, soprattutto, puntare sui giovani”.

Iniziamo a inquadrare il settore: di che numeri parliamo e qual è lo stato di salute del biotech in Italia?
Le biotecnologie sono tecnologie abilitanti e trasversali, con applicazioni che spaziano in molti ambiti strategici, come il farmaceutico e la bioeconomia circolare. Ma sono difficili da individuare con precisione. Utilizzando i codici Ateco e stimando la quota biotech nei diversi comparti industriali, abbiamo cercato di ‘fotografare’ le dimensioni di questo settore, trovando qualcosa di più ampio del previsto: quasi 5.000 aziende (4.888), con una forte concentrazione nel Nord Italia (73% del valore prodotto, 48% delle imprese), che danno lavoro a 80mila addetti, forti di un fatturato da circa 50 mld di euro. Insomma, il biotech in Italia è più diffuso delle attese e, oltre alla salute, è molto presente in agricoltura, prodotti chimici, tecnologie ambientali.
Le biotecnologie sono lo strumento migliore per l’approccio One Health, che guarda alla salute di ambiente, animali e persone. Non a caso l’Europa ha definito il biotech come una delle tecnologie più promettenti del secolo per risolvere i problemi della società.
Veniamo alla salute: quali sono le soluzioni più interessanti all’orizzonte?
Le biotecnologie saranno il futuro della salute. Farmaci, vaccini, terapie avanzate, diagnostica: tutto va nella direzione della medicina di precisione. Cioè soluzioni più efficaci e mirate ai singoli pazienti, che possono rivelarsi anche più efficienti. Già oggi sono disponibili più di 250 prodotti sanitari e vaccini biotecnologici, molti dei quali per malattie prima non curabili. E oggi circa il 50% delle terapie in sviluppo è biotech. Combinando diagnostica e terapia, di certo questo numero aumenterà rapidamente.
Dazi, conflitti, costi dell’energia: quali sono le sfide geopolitiche che vi preoccupano di più?
Direi che i temi sono due: l’incertezza che questi conflitti e i dazi creano e poi l’aumento dei costi. Per quanto riguarda le biotecnologie, credo che l’incertezza sia il problema principale. L’incertezza sulle catene di forniture e sulla disponibilità di materie prime crea infatti una pressione importante, non solo per le imprese. Stiamo assistendo a un tentativo di spostare tutte le componenti delle filiere all’interno delle diverse aree geografiche che puntano ad essere indipendenti.
Questo è l’elemento più preoccupante in prospettiva europea: dovremmo avere a disposizione nel Continente tutte le componenti della filiera per poter essere indipendenti nella produzione di soluzioni per cittadini e pazienti. Ma oggi tante, troppe tappe chiave del ‘biotech journey’ non sono presenti in quella che potremmo definire la ‘bolla europea’. C’è poi il riflesso sugli investimenti, che rallentano sempre in caso di incertezza. Ma il nostro è un settore che richiede elevati investimenti. Quello dei costi, invece, è un tema che esiste, ma non è l’elemento chiave per le biotecnologie.
All’ultima Assemblea di Assobiotec il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in una lettere che ha fatto pervenire, ha annunciato che è fondamentale accompagnare il settore con una strategia chiara, condivisa e tempestiva basata su innovazione e sostenibilità. È la chiave giusta per consentire alle aziende di crescere?
Ci stiamo muovendo: l’Italia ha iniziato a realizzare il potenziale delle biotecnologie. Però lo stiamo facendo un po’ in ritardo rispetto agli altri: dobbiamo accelerare. La Cina ha iniziato a investire nel 2015, gli Stati Uniti nel 2018. L’Europa solo nel 2023, ma ora si sta muovendo nella giusta direzione con l’annunciato European Biotech Act.
E l’Italia? Ha già individuato le biotecnologie come una delle aree su cui concentrarsi, ma per essere davvero competitivi in uno scenario globale in rapida trasformazione dobbiamo saper innovare, mettendo questo motore in macchine diverse. Serve, insomma, un ecosistema nazionale forte, in cui formazione, ricerca, sviluppo, produzione e accesso al mercato operino in modo sinergico. Perché l’innovazione biotech è una sfida collettiva, ma anche un’opportunità per l’intero Paese.
Quali sono allora le sue priorità per il nuovo mandato alla guida di Assobiotec?
In continuità con il passato, intendo puntare sulla formazione dei giovani e sulla ricerca, che però deve tradursi in soluzioni per i cittadini. Dobbiamo lavorare affinché venga percepita la necessità di arrivare a formare giovani che abbiano nuove idee da trasformare in soluzioni concrete. Dobbiamo parlare ai ragazzi, che sono molto attenti all’ambiente, spiegando loro che con le biotecnologie si aprono opportunità di lavoro davvero molto vicine ai loro ideali.
Parliamo di competenze: ci sono profili particolari che le aziende del settore guardano con interesse?
Non suggerirei di puntare da subito su aspetti specifici: il futuro è ancora tutto da disegnare. Quello che sappiamo è che occorrono le competenze di base. Penso alle materie Stem: ecco, questo sarebbe un ottimo inizio. Il mio suggerimento ai giovani è: restate con uno sguardo ampio, cercate di capire cosa vi piace e dove sono le opportunità migliori. Poi cercate di capire cosa va bene per voi. Io stesso ai miei tempi non ho deciso di entrare nel farmaceutico fin da subito, ma ora eccomi qui.
Perché un giovane oggi dovrebbe puntare a una carriera nel biotech?
Posso dirlo? Le biotecnologie sono una ‘figata’ (sorride, ndr). Offrono tante possibilità di trovare soluzioni ai problemi più variegati. E credo che questo aiuti anche per una crescita personale. Certo, è un percorso lungo, ma che può dare una realizzazione alla propria vita. Ecco perché dobbiamo trovare il modo giusto per raccontare ai ragazzi cosa possono fare con le biotecnologie, accendendo il loro entusiasmo.
Perché i giovani, insieme alle tecnologie, sono il futuro. Occorre però che la politica, che ha la responsabilità di individuare le strade per lo sviluppo del Paese, lo dica in modo forte e chiaro. Come Assobiotec siamo disponibili a dare il nostro contribuito: non possiamo aspettare oltre.


