Adolescenti e suicidio, la storia di Adam e le ombre dell’AI

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Chi guarda all’AI con diffidenza non sarà rimasto indifferente rispetto alla storia di Adam Raine, morto suicida a 16 anni. Ne avrete sentito parlare: dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGPT, il chatbot di OpenAI, e un primo tentativo infruttuoso di darsi la morte, il ragazzo nell’aprile scorso si è tolto la vita. Ora i legali della famiglia hanno fatto causa dall’azienda produttrice. Ma se gli adolescenti appaiono in generale più vulnerabili, come gestire questo nuovo strumento?

“L’AI ci è stata consegnata senza istruzioni per l’uso. E probabilmente non sono state prese alcune precauzioni”, dice a Fortune Italia Maurizio Pompili, ordinario di Psichiatria della Sapienza di Roma e direttore di Psichiatria all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea.

Non solo. Nell’era dell’AI “abbiamo un elemento di vulnerabilità in più rispetto a quelli letterari relativi al suicidio – pensiamo al giovane Werther o a Jacopo Ortis – Oggi abbiamo l’ingresso ufficiale dell’intelligenza artificiale come mezzo facilitante per acquisire informazioni su modalità per procurarsi la morte”, aggiunge Claudio Mencacci, past president della Società italiana di psichiatria (Sip) e co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf). “E questo – dice a Fortune Italia – in una popolazione particolamente vulnerabile come quella degli adolescenti, dove il suicidio è la seconda causa di morte”. Ma vediamo meglio le contestazioni dei genitori di Adam.

Suicidio: l’identikit del rischio in Italia e le parole salvavita

La storia di Adam

La famiglia del giovanissimo ha avviato un’azione legale contro OpenAI, accusandola di non aver studiato sufficienti protezioni per i giovanissimi utenti come Adam, e di aver lanciato sul mercato la versione ‘nel mirino’ – quella usata dal ragazzo: GPT-4o – nonostante gli alert interni riguardo ai rischi. Stando alle affermazioni dei legali della famiglia, Adam aveva discusso più volte con ChatGPT dei suoi pensieri suicidi. E il chatbot non solo gli avrebbe fornito indicazioni su come mettere in atto il suo piano, ma gli avrebbe anche offerto aiuto per scrivere la lettera d’addio destinata ai suoi genitori.

Adolescenti ed ‘effetto Papageno’

“In Italia i numeri del suicidio fra gli adolescenti sono più contenuti rispetto all’Europa. La questione è che gli stimoli a idealizzare il gesto sono notevoli, mentre manca lo spazio a storie di superamento delle crisi. Occorre invece raccontare ai giovani che è possibile andare oltre. Insomma, manca l’effetto Papageno”, continua Mencacci.

Ma di che si tratta? In pratica, lo psichiatra allude al potere della narrazione positiva, che i mass media possono suscitare presentando alternative per superare una crisi. Il fenomeno prende il nome da un personaggio del flauto magico di  Mozart: l’innamorato Papageno, pensando di aver perduto per sempre l’amata, pensava al suicidio, fino a quando non gli hanno mostrato soluzioni diverse. “Occorre mostrare agli adolescenti che il suicidio si può prevenire e il dolore si può comprendere e superare”, scandisce Mencacci. 

Suicidio e AI: luci e ombre su Internet

“Bisogna anche dire che l’intelligenza artificiale si basa su fonti che trova sul web. Il problema su Internet è che ci sono molti contenuti che aiutano a prevenire il suicidio e altrettanti che lo promuovono come gesto“, avverte Pompili. Insomma, abbiamo luci e ombre.

“Nel caso dell’AI probabilmente mancano alcune precauzioni messe in campo da altri: oggi, se si digita la parola suicidio su Google o su diversi social media, viene proposta la possibilità di essere aiutati e sostenuti. Dunque dovremmo far fare un salto all’intelligenza artificiale, che dovrebbe proporre una sorta di ‘codice di sicurezza’ per contribuire a ridurre la sofferenza del soggetto”, suggerisce lo psichiatra, che da anni si occupa di prevenzione del suicidio.

I segnali d’allarme

La mente suicidaria “nasconde una volontà di vivere, a patto di ricevere aiuto. Allora è fondamentale intercettare quello che noi chiamiamo i ‘segnali d’allarme'”, prosegue Pompili.

Quali sono? “Il giovane comunica sconforto, presenta alterate abitudini del sonno o dell’appetito, si distacca dagli amici e dagli hobby o dà via cose care. Occhio anche ai cambiamenti di umore repentini, al calo di performance a scuola, all’aumentato uso di sostanze. Ma anche al cimentarsi in attività rischiose. Ecco che occorrerebbe fare la domanda fatidica: ‘Hai mai pensato di morire?'”.

È difficile, certo, “ma così si dà la possibilità agli adolescenti di aprirsi e di trovare una riposta per lenire la loro sofferenza e trovare aiuto”, conclude.

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