Intervista a Rocco Bellantone, presidente dell’Iss, che tra AI, robotica e dispositivi indossabili non dimentica il fattore umano.
In un’Italia che invecchia, anche l’attenzione alla salute è cambiata. L’obiettivo (finalmente) è diventato difenderla quando ancora c’è, piuttosto che ‘chiudere la stalla quando i buoi sono scappati’. E un aiuto ci arriva dalle tecnologie. Magliette, anelli, orologi, sensori: i device indossabili oggi sono una scommessa da 4,9 mld di dollari, ma si stima che nel 2030 potrebbero valerne 10,54 (dati Mordor Intelligence), diventando fondamentali per la prevenzione.
“La medicina del futuro permetterà a ognuno di noi di inviare al medico segnali e dati direttamente da casa grazie a questi device. Non è un film di fantascienza: credo davvero che, nel giro di 10 anni, dalla nostra casa indossando un paio di occhiali, un anello o un orologio, potremo essere avvisati tempestivamente di un problema acuto che ci potrebbe colpire”. Parola di Rocco Bellantone, prima commissario e poi dal 2024 presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.
Nato a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) nel 1953, Bellantone si è laureato in Medicina all’Università Cattolica specializzandosi in Urologia e in Chirurgia generale. È stato per tre mandati consecutivi preside della Facoltà di Medicina della Cattolica e ha condotto come primo operatore oltre 20.000 interventi di media e alta chirurgia, alcuni dei quali eseguiti per la prima volta al mondo.
Affascinato dalla robotica, Bellantone è stato fra i primi in Italia a dare spazio alle moderne tecniche di endocrinochirurgia mini-invasiva, ideando una nuova tecnica di chirurgia tiroidea video assistita che gli ha valso un riconoscimento a livello internazionale.
Professore, a suo parere come sta cambiando l’approccio alla salute degli italiani?
Man mano che andiamo avanti con l’età aumentano gli acciacchi, per cui c’è maggiore attenzione a tutta una serie di patologie legate all’invecchiamento. Poi le nostre indagini ci dicono che 9 italiani su 10 ritengono che il Ssn sia strategico per il Paese.
Nel giro di due anni è passata dal 50 al 70% la quota di connazionali che indicano salute e sanità come priorità assolute per gli investimenti governativi, davanti al lavoro e a tutto il resto. Secondo questi connazionali andrebbero privilegiati pronto soccorso, assistenza ospedaliera e, appunto, prevenzione.
La prevenzione, per anni una ‘Cenerentola’, sta tornando al centro del dibattito. Perché è importante e in che modo può contribuire alla sostenibilità del Ssn?
Calcoliamo che ogni euro investito in prevenzione ne fa risparmiare tre. Purtroppo in Italia solo il 5% della spesa sul fondo sanitario viene investita in prevenzione, nonostante la nostra salute dipenda al 43% proprio da essa e all’11% dalle cure, sulle quali invece concentriamo il 45% delle risorse.
Purtroppo in Italia la prevenzione non viene attuata in modo adeguato: quasi il 50% della popolazione è in sovrappeso oppure obeso, quasi il 40% è iperteso o con problemi di colesterolo, circa il 6% è diabetico e abbiamo un 20% di italiani con il vizio del fumo, abitudine purtroppo in forte crescita specialmente tra i giovani.
L’Italia ha quello che si potrebbe definire un problema di screening: i cittadini spesso non rispondono alla chiamata. Coma mai?
Purtroppo c’è un andamento diverso da regione a regione: il report Passi evidenzia una profonda differenza tra Nord e Sud in termini di adesione agli screening. Va sottolineato, e lo faccio da calabrese a Roma, che mentre in Emilia-Romagna il tasso di adesione agli screening supera l’80%, in Calabria scende al 10%. Questi numeri ci dicono che dobbiamo cambiare.
L’Istituto sta facendo tanto con i propri osservatori, fotografando il problema, ma anche con l’alfabetizzazione sanitaria, che in Italia è ancora carente. Pensiamo che si spende una cifra spropositata in maghi e non si fanno gli screening anche per questioni di ignoranza sanitaria.
Nel frattempo la medicina evolve rapidamente e le terapie sono sempre più intelligenti e avanzate. La sfida è anche quella della formazione e dell’aggiornamento degli operatori?
Assolutamente sì. Abbiamo un centro dedicato e nel 2024 sono stati erogati 162 eventi, di cui quasi 70 Ecm (Educazione continua in medicina) e la quasi totalità gratuiti.
Abbiamo contribuito a formare professionisti in tanti ambiti, dalla prevenzione delle malattie alla sicurezza in ospedale, ma anche sull’alcol, i disturbi fetali, l’emergenza-urgenza. Infine voglio ricordare i corsi Fad (Formazione a distanza) sull’uso dell’intelligenza artificiale in sanità.
A suo parere in che modo l’intelligenza artificiale sta cambiando la medicina?
La sta trasformando in maniera incredibile: sono un chirurgo e in chirurgia l’avvento dei robot ha consentito interventi di alta precisione e la possibilità di operare a distanza, dando maggiori opportunità a chi si trova in zone svantaggiate. Non dimentichiamo mai però che è l’uomo che guida il robot.
Inoltre l’AI sta accelerando la diagnosi: in radiologia e radiodiagnostica è capace di esaminare migliaia di esami con risultati simili a quelli dell’occhio attento del radiologo, che però magari alla millesima lastra non sarà così attento.
Nella sanità pubblica i sistemi basati sull’AI possono andare a caccia di segnali per identificare minacce per la salute pubblica in largo anticipo, o creare modelli predittivi incrociando dati da varie fonti, per aiutarci a gestire meglio le risorse, anche in caso di emergenza. Fondamentale è però un aspetto: nessuna AI potrà e dovrà avere l’ultima parola sulla diagnosi.
Dal suo osservatorio privilegiato, prima all’Università Cattolica del Sacro Cuore e oggi all’Istituto Superiore di Sanità, cosa ne pensa delle giovani generazioni di ricercatori e medici?
Tutto il bene possibile. La mia generazione poteva essere anche attratta da questa professione come fonte di prestigio e guadagno. Adesso le cose sono molto cambiate e chi si dedica alla sanità, penso agli infermieri ma anche ai medici, ha guadagni molto inferiori rispetto alla media europea.
Dunque ad avvicinarsi al mondo della salute sono ragazze e ragazzi davvero motivati. Il rischio è che, fidandosi troppo delle indagini strumentali e dell’intelligenza artificiale, dimentichino di usare gli occhi e le mani.
Posso chiederle di tornare indietro a quando era bambino: che lavoro avrebbe voluto fare da grande?
Fare il medico, in particolare il chirurgo, era la professione dei miei sogni. Sono stato un uomo fortunato: ho potuto realizzare al meglio i miei sogni, anche perché ho incontrato sulla mia strada grandi maestri.
Oggi consiglierebbe a un giovane di puntare sulla medicina?
Solo se ha passione. Oggi non si può andare verso una professione sanitaria se non se ne è innamorati e non la si esercita con passione e attenzione per le persone che soffrono. Se questa passione non c’è, lo sconsiglio fortemente: sarebbe una pessima vita.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)


