Alzheimer: solitudine alleata del ladro dei ricordi, il focus

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Difendere il cervello che invecchia da demenza e Alzheimer in parte si può. Ecco le strategie di prevenzione suggerite dal neurologo. Che assicura: soli è peggio.

Meglio soli che male accompagnati? Per il cervello non è proprio così. E a dircelo è la ricerca. La mancanza di contatti sociali può aprire la strada a malattie come l’Alzheimer, soprattutto se la solitudine è subita e persistente. In una società che invecchia il ‘ladro dei ricordi’ fa sempre più paura, ma come sfuggirgli? Lo abbiamo chiesto a Paolo Maria Rossini, responsabile del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’Irccs San Raffaele di Roma.

I numeri

Stando alle stime in Italia sono più di un milione le persone con demenza e oltre 600.000 quelle con Alzheimer. La buona notizia è che “il numero di pazienti negli ultimi anni non è aumentato in modo significativo, anzi. In alcuni Paesi avanzati, inclusa l’Italia, sembra che il trend vada verso una lenta riduzione”.

Ma come mai? “Probabilmente questo è legato al fatto che sono state implementate campagne e politiche mirate a favorire l’attività fisica e quella relazionale, che secondo la ricerca sono fattori di protezione molto importanti. In dettaglio – raccomanda Rossini – 45 minuti al giorno di ginnastica intensa, attività cognitive e di relazione stanno cambiando le abitudini delle persone”.

Per l’Italia il problema è collegato alla demografia: “La nostra è una società che invecchia: il primo fattore di rischio che non possiamo eliminare è l’età. Avendo un numero crescente di anziani, avremo a che fare con più persone affette da demenza”. Attenzione: “La demenza è diversa dall’invecchiamento: si tratta di una malattia, ma la buona notizia è che la maggioranza degli anziani mantiene una funzione cognitiva normale. Insomma, la malattia non è ineluttabile. Inoltre c’è più consapevolezza: si fanno più diagnosi”.

Udito e vista

Esistono legami molto forti tra il ‘ladro dei ricordi’ e alcune condizioni che si verificano con l’età, come la perdita dell’udito e quella della vista.

“L’isolamento sensoriale, soprattutto se legato a vista e udito come presbiopia e presbiacusia – dice Rossini – è un fattore di rischio. Queste condizioni legate all’invecchiamento possono e devono essere corrette: con lenti, interventi alla cataratta, protesi acustiche. Correggendo, anche solo in parte, il deficit uditivo o visivo, il cervello isolato torna a sentire, vedere e ad essere sollecitato in modo normale”.

Il messaggio del neurologo è chiaro: non bisogna aspettare, se ci rendiamo conto di non sentire o vedere più bene. “Questi deficit, quando si può, vanno corretti. Quindi facciamo una visita oculistica o un esame audiometrico e fidiamoci del consiglio del medico”.

La promessa dei nuovi farmaci

La Fda Usa ha approvato tre anticorpi monoclonali per le forme di Alzheimer iniziali, l’Ema per il momento uno solo. “Si tratta di lecanemab, cui forse seguirà donanemab.

L’Italia su questo fronte non si è ancora mossa. Occorre che Aifa e ministero della Salute inizino la procedura per capire a chi rimborsare questi medicinali. Per ora solo il San Raffaele di Milano eroga il farmaco, a pagamento. E questo davvero non va bene. Anche perché lo strumento per capire chi andrebbe trattato c’è, ed è stato messo a punto dalla ricerca italiana.

Grazie al progetto Interceptor (coordinato da Rossini, ndr) abbiamo consegnato ad Aifa e ministero un righello elettronico che può essere utilizzato in qualsiasi studio medico per capire che pericolo hanno persone in fase molto iniziale di sviluppare l’Alzheimer nei successivi tre anni”.

Prevenzione

È possibile proteggere la nostra mente? “Parlare di prevenzione è un tema scivoloso, perché presuppone che si conoscano esattamente i fattori di rischio e, per quelli modificabili, si possa intervenire per tempo. Non siamo a un livello di conoscenza tale da applicare questo ragionamento all’Alzheimer. E questo per due motivi: nessuno sa esattamente quanto tempo prima dei sintomi inizi la neurodegenerazione, si parla di anni e forse decenni. Poi ci sono fattori di rischio non modificabili: penso all’età o alla genetica. Però possiamo fare qualcosa: sedentarietà, obesità, scarsa attività cognitiva, cattivo controllo di diabete, ipertensione, cardiopatie e colesterolo concorrono a facilitare l’insorgenza della malattia e ad accelerarne la progressione. Ebbene, su tutti questi fattori si può agire. Come? Non c’è una ricetta unica: vanno bene ginnastica, nuoto, ballo, camminata a piedi e bici. Ma anche cruciverba, sudoku, scacchi, carte, dama e un lavoro intellettualmente ricco. Non dimentichiamo le relazioni sociali: i single che stanno tutto il giorno in casa, avranno un cervello poco stimolato”.

La soluzione? “Centro anziani, parrocchia, associazioni culturali, politica: stare in mezzo agli altri aiuta – assicura Rossini – Abbiamo prove che arrivano da moltissimi studi: anche i topi solitari, a parità di fattori di rischio, si ammalano prima e stanno peggio di quelli che hanno compagni e stimoli”. Insomma, soli è peggio per il nostro cervello.

Cervello e AI

E l’intelligenza artificiale? “Non sarà certo l’AI a impedirci di usare il cervello, anzi. Potrebbe diventare un competitor che ci stimola a usare meglio il piccolo computer che abbiamo nel cranio. Detto questo, i rischi sono molteplici: se la addestri su un tema qualunque in poco tempo diventa imbattibile. Ma allo stesso tempo quella generativa ogni tanto è ‘allucinata’, inventa le cose. Ebbene, penso che la chiave stia nell’addestramento giusto. Pensiamo poi che il cervello umano nei secoli è cambiato in base alle tecnologie che ha avuto a disposizione: prima della stampa si muoveva sulle immagini, poi abbiamo imparato a costruire la memoria delle parole. Quindi sono arrivate radio e tv. Credo che il cervello dei nostri figli non sarà come il nostro, ma non posso dire se sarà peggio o meglio”.

Drizziamo le antenne

Veniamo ora ai segnali di allarme, che sono gli stessi del normale invecchiamento. “Per questo la malattia è subdola. Se però la dimenticanza degli occhiali o delle chiavi  si ripete e diventa sempre più grave, occorre allarmarci”. E se a sfuggirci è un nome? “L’afasia nominum fa parte del normale invecchiamento del cervello: di per sé non è preoccupante, ma quando inizia ad essere ripetuta e riguarda persone molto vicine, le cose cambiano. Specie se abbiamo una storia famigliare di demenza”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

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