Esercizio fisico e tumore: cosa dice la ricerca

esercizio fisico

I risultati di una ricerca presentata a Chicago sull’effetto anti-cancro dell’esercizio fisico e le potenzialità di questo approccio per restare in salute.

Che l’esercizio fisico sia un pilastro della prevenzione di tante malattie croniche non è una novità. Ma una serie di recenti studi ha consolidato questo messaggio e definito l’entità dei benefici. Che sono in certi casi davvero sconvolgenti e paragonabili, come magnitudine dell’effetto, a quelli di una terapia farmacologica. Uno degli esempi più recenti viene da un lavoro canadese presentato all’ultima edizione del congresso della Società Americana di Oncologia Medica (Asco) e pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’.

I risultati non lasciano adito a dubbi. Nelle persone sottoposte a resezione completa di un tumore del colon (in III stadio o in II stadio ad alto rischio) e a un successivo ciclo di chemioterapia, seguire un programma di esercizio fisico strutturato e supervisionato da un personal trainer per tre anni ha aumentato la sopravvivenza libera da malattia e ha ridotto il rischio di mortalità per questo tumore del 30%.

Risultati molto solidi e paragonabili come entità a quelli di una terapia anti-tumorale classica. Va però chiarito che l’esercizio fisico non è andato a sostituire le terapie oncologiche standard, ma è stato un add-on, qualcosa da aggiungere alla terapia medica per consolidarne ed espanderne nel tempo i benefici. Peraltro ad un costo molto ridotto e senza gli effetti indesiderati delle terapie.

Lo studio, presentato da Christopher Booth a Chicago, ha un impianto scientifico inappuntabile perché nel disegno di questo trial fase 3, condotto su 889 pazienti (si tratta di uno studio randomizzato, caso-controllo, multicentrico), l’esercizio fisico è stato valutato alla stessa stregua di un farmaco.

Il primo insegnamento che scaturisce da questo lavoro è che, per funzionare, l’esercizio fisico non va solo ‘consigliato’ dal medico, ma ‘prescritto’ come se fosse una terapia farmacologica e condotto sotto stretto controllo di un addetto ai lavori, in questo caso un personal trainer.

Pioniere dei benefici dell’attività fisica dopo un tumore del colon è stato uno studio osservazionale pubblicato nel 2006, seguito poi da numerosi altri inerenti a diverse altre patologie tumorali, che hanno tutti prodotto risultati simili in termini di benefici sulla sopravvivenza.

Tuttavia uno studio osservazionale per definizione non può individuare un rapporto di causa-effetto, ma solo una correlazione. Poi resta sempre il dubbio del ruolo giocato dai fattori confondenti, come ad esempio il fatto che magari i pazienti che fanno esercizio fisico siano solo quelli che stanno meglio o che abbiano un tumore meno aggressivo. Il dubbio è insomma che il beneficio di sopravvivenza sia imputabile a queste condizioni di base e non all’esercizio fisico di per sé.

D’altra parte però non mancano evidenze precliniche del fatto che l’esercizio fisico sia in grado di rallentare la crescita tumorale, mentre piccoli studi clinici, condotti su persone con e senza tumori, hanno evidenziato che l’esercizio fisico è in grado di migliorare dei biomarcatori metabolici, infiammatori e immunologici e che potrebbe anche contribuire ad una migliore aderenza ai trattamenti anti-neoplastici.

Tuttavia, fa notare Melinda L. Irwin in un editoriale pubblicato sullo stesso numero del New England, nonostante i segnali provenienti dagli studi scientifici e dal fatto che le linee guida americane consiglino ai pazienti oncologici di aumentare l’attività fisica, questa pratica non risulta ancora integrata nei percorsi di cura anti-tumore. Forse proprio perché mancava la prova definitiva dei suoi benefici.

Una prova arrivata con la pubblicazione dello studio di fase 3 Challenge (Colon Health and Lifelong Exercise Change), firmato da Booth. In questo trial i pazienti ai quali era stato ‘somministrato’ un programma strutturato di esercizio fisico aerobico per tre anni consecutivi, dopo un follow up mediano di 7,9 anni, presentavano una riduzione del rischio di recidiva di malattia, della comparsa di un nuovo tumore primitivo (ad esempio a carico di seno, prostata o colon) del 28% e una riduzione del 37% del rischio di mortalità rispetto al gruppo di controllo, al quale l’attività fisica era stata solo ‘suggerita’, con tanto di materiale educazionale di supporto.

Insomma ecco la prova provata dell’effetto scudo dell’esercizio fisico ‘prescritto’ contro la ricomparsa del tumore del colon. Nello studio i pazienti del gruppo ‘attivo’ venivano ingaggiati in un programma di esercizi cardio-respiratori a intensità moderata (come la camminata a passo veloce) e di esercizi funzionali per 1,5-2,5 ore a settimana per tre anni consecutivi.

I benefici di questo programma sono risultati indipendenti dal peso dei pazienti, rimasto stabile nei tre anni di durata dello studio. Questo suggerisce dunque che i benefici osservati siano sostanzialmente indipendenti dalla perdita di peso, ma attribuibili solo all’esercizio fisico. Un dato che andrà indagato a fondo, visto che l’obesità è correlata ad un aumentato rischio di 13 diversi tipi di tumore.

Sono in corso ulteriori trial per valutare se questi exploit dell’esercizio fisico (magari anche associati ad un regime nutrizionale ad hoc e ad una perdita di peso basata sulla dieta) potranno essere replicati anche in altre tipologie di tumori, quali quelli di ovaio e mammella.

Il vero tallone d’Achille del Challenge è la possibilità di replicarlo in un contesto real life; gli ospedali non dispongono in generale di infrastrutture per l’attività sportiva (anche se si potrebbero nel frattempo sfruttare le palestre utilizzate per la riabilitazione cardiaca o motoria), i personal trainer ‘sanitari’ devono essere adeguatamente formati e il Servizio sanitario nazionale, come quello di altre nazioni, non prevede per il momento la possibilità di prescrivere (e di rimborsare) né l’attività fisica, né interventi sullo stile di vita strutturati e supervisionati nel tempo. Che alla luce dei risultati di questo studio andrebbero però seriamente considerati.

Senza questa ‘rivoluzione prescrittiva’ insomma sarà ben difficile che l’esercizio fisico verrà integrato nel percorso di cura dei pazienti oncologici. E fino ad allora, gli eccellenti risultati presentati a Chicago sono destinati a restare sulla carta.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2025 (numero 7, anno 8)

 

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