Longevità: il gene dei centenari e l’effetto nella progeria

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Per la prima volta uno studio condotto dall’Irccs MultiMedica con l’Università di Bristol ha dimostrato la capacità del ‘gene della longevità’ di ridurre i danni cardiovascolari in una rara malattia genetica caratterizzata da un invecchiamento accelerato: la progeria  di cui era affetto il giovane scienziato Sammy Basso. Aprendo la strada a una terapia genica ad hoc.

Progeria: chi era Sammy Basso, scienzato e paziente morto a 28 anni

Protagonista dello studio il gene che codifica la proteina BPIFB4, nella sua variante Lav (Longevity Associated Variant). Questa ‘tessera del Dna’ è molto frequente nelle persone che superano i cento anni di vita. Si era già scoperto che la variante genetica LAV-BPIFB4 protegge il cuore e i vasi sanguigni dei pazienti con questa malattia,che provoca un invecchiamento precoce e porta alla morte in giovane età.

Ora il nuovo studio coordinato dal professor Annibale Puca dell’Irccs MultiMedica di Milano e dal professor Paolo Madeddu dell’Università di Bristol, con finanziamenti del Medical Research Council GB e dal ministero della Salute, fa un nuovo passo avanti.

“Si tratta del primo studio che indica come un gene associato alla longevità possa contrastare i danni cardiovascolari della progeria”, commenta il professor Puca. I risultati, pubblicati su ‘Signal Transduction and Targeted Therapy’, “aprono la strada a nuove strategie di trattamento per questa rara malattia, che ha urgenza di farmaci cardiovascolari innovativi, in grado di migliorare sia la sopravvivenza a lungo termine sia la qualità della vita dei pazienti”.

La malattia dell’invecchiamento accelerato

Nota anche come sindrome di Hutchinson-Gilford, questa patologia è causata da una mutazione del gene LMNA, che determina la produzione di una proteina tossica, la progerina, capace di compromettere l’integrità del nucleo cellulare e accelerare il processo di invecchiamento.

I pazienti vivono in media solo fino ai 14-15 anni, principalmente a causa di gravi complicanze cardiovascolari. L’eccezionale caso di Sammy Basso, morto a 28 anni, ha riportato l’attenzione su questa patologia.

L’unico farmaco approvato, il Lonafarnib, riduce la sintesi e l’accumulo di progerina, mentre un secondo, il Progerinin, è attualmente in fase di sperimentazione clinica per ridurne gli effetti dannosi sulle cellule.

Passi avanti per una terapia genica della longevità

Lo studio internazionale è stato realizzato su modelli animali e cellule di pazienti. Nei topi affetti dalla patologia, la somministrazione della variante protettiva LAV-BPIFB4 tramite terapia genica ha migliorato la funzione diastolica e la vascolarizzazione cardiaca, ridotto la fibrosi perivascolare e l’invecchiamento cellulare nei tessuti cardiaco ed epatico, favorendo inoltre il recupero del peso corporeo.

“Alcuni di questi promettenti risultati sono stati osservati anche su cellule umane”, ha spiegato Monica Cattaneo, ricercatrice dell’Irccs MultiMedica. “Gli esperimenti sui fibroblasti del derma di pazienti con progeria hanno evidenziato che queste cellule, oltre a presentare elevati segni di fibrosi e senescenza (tipici indicatori di invecchiamento cellulare), mostrano bassi livelli della proteina BPIFB4. L’introduzione della variante protettiva ha ridotto significativamente queste anomalie, rafforzando la possibilita’ di traslare questo approccio terapeutico anche nell’uomo”.

In prospettiva, una terapia genica con la variante ‘buona’ potrebbe rivelarsi utile. “Stiamo conducendo numerosi studi per investigare il potenziale della LAV-BPIFB4 nel contrastare il deterioramento dei sistemi cardiovascolare e immunitario in diverse condizioni patologiche, con l’obiettivo di trasformare questi risultati sperimentali in un nuovo farmaco biologico”, spiega Puca.

Il segreto dei centenari

Oggi vivono nel nostro Paese circa 21mila centenari. “Due geni con funzioni opposte nell’invecchiamento possono stabilire interazioni molecolari in grado di attenuarne i segni patologici. Questa scoperta – conclude Paolo Madeddu, professore emerito dell’Universita’ di Bristol aggiunge – apre a prospettive scientifiche e cliniche di grande rilievo: i geni protettivi dei centenari, tramite espressione forzata o somministrazione delle relative proteine, potrebbero costituire un ‘cocktail terapeutico’ contro l’invecchiamento precoce”.

 

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