È sveglio, ma non si applica. Qualche decennio fa questa era l’etichetta per i bambini che facevano i conti con la dislessia. Il percorso scolastico era tutto in salita e solo la presenza di insegnanti illuminati poteva fare la differenza. Poi, nel 2010, le cose sono cambiate: in Italia esiste una norma che riconosce i Disturbi specifici dell’apprendimento e tutela gli studenti che ne sono portatori.
A ricordarcelo, in occasione della Settimana nazionale della dislessia, sono i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici). Che fa chiarezza su tanti aspetti. Ma partiamo dai numeri.
Stando ai numeri del ministero dell’Istruzione, il 7,9% di alunni nell’anno scolastico 2020/2021 aveva un disturbo specifico dell’apprendimento. E la dislessia era il più diffuso (con il 42,5%).
Una didattica ad hoc
Come ricordano i dottori antibufale, la Legge 170/2010 è stata un punto di svolta: da allora i bambini e i ragazzi con dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia hanno diritto a una didattica personalizzata, a strumenti adeguati e a modalità di valutazione che tengano conto delle loro caratteristiche.
Che cos’è la dislessia
Questo disturbo specifico dell’apprendimento non è una malattia né un deficit di intelligenza, ma una differenza nel funzionamento del cervello che rende più difficile leggere in modo fluido e accurato.
“Non è corretto dire che oggi ci siano più casi di dislessia rispetto al passato”, assicurano i dottori anti-bufale. Ciò che è cambiato è la capacità di riconoscere la dislessia: un tempo i ragazzi venivano etichettati come “svogliati” o “pigri”, mentre oggi hanno il diritto di essere individuati e sostenuti.
Come sospettare la presenza di un problema? Secondo Fondazione Irene la diagnosi può essere effettuata una volta che le difficoltà di apprendimento diventano evidenti, generalmente con l’inizio della scolarizzazione. Questo significa che il momento più comune per diagnosticare un Dsa è tra la fine della prima elementare e la seconda elementare, quando i bambini iniziano a confrontarsi con le prime attività di lettura, scrittura e calcolo.
Tuttavia, alcuni indicatori di rischio possono emergere già nella scuola dell’infanzia o nei primi mesi di scuola primaria, come:
Difficoltà a riconoscere lettere o numeri.
Problemi di attenzione o coordinazione.
Ritardo nell’apprendimento del linguaggio.
In questi casi, si parla di una fase di osservazione e monitoraggio, durante la quale i genitori e gli insegnanti possono segnalare le difficoltà per avviare eventuali approfondimenti.
La certificazione
La certificazione di Dsa è il documento ufficiale rilasciato dal Servizio Sanitario Nazionale o da centri accreditati. “È indispensabile perché obbliga la scuola ad attivare le misure previste dalla normativa, a partire dal Piano didattico personalizzato”, spiegano gli esperti di Dottoremaeveroche. La legge prevede che la scuola possa predisporre un Piano didattico personalizzato (Pdp) anche prima della certificazione, se emergono difficoltà evidenti.
Non è un modulo “ma un progetto educativo costruito insieme da scuola e famiglia, che individua strategie, strumenti e obiettivi pensati per quello specifico studente”.
Se i diritti non vengono rispettati
La diagnosi, la certificazione e il Pdp sono strumenti importanti, altrimenti lo studente rischia di vivere la scuola come un luogo di esclusione. “Possono comparire ansia, perdita di autostima e rifiuto scolastico”. Le famiglie, in questi casi, hanno diritto a chiedere chiarimenti, a presentare segnalazioni e, se necessario, ad avviare ricorsi presso gli organi competenti, suggeriscono i dottori anti-bufale.
Linguaggio e dislessia: bimbi che parlano tardi e potere del placebo


