Ci sono bimbi che iniziano con le prime parole mentre ancora gattonano e altri decisamente meno precoci. Stando ad alcune stime in Italia il 15% dei bambini è un parlatore tardivo: a 2-3 anni parla poco o nulla. Circa 400mila piccoli che, nel 25% dei casi sviluppano un disturbo primario del linguaggio, ancora troppo spesso confuso con altre difficoltà o identificato tardi.
Ne hanno parlato gli esperti riuniti a Villa Contarini, a Piazzola sul Brenta (Padova), al convegno “Evidence Based Medicine nel neurosviluppo: un focus sul Disturbo Primario del Linguaggio”. Un evento organizzato dalla Fondazione G.E. Ghirardi E.T.S. in collaborazione con CLASTA (Communication & Language Acquisition Studies in Typical & Atypical populations), FLI e LabAcademy. Il tutto mentre dall’Università di Padova e da quella di Bergamo arriva un’interessante ricerca sul potere dell’effetto placebo nel caso di un altro disturbo del linguaggio: la dislessia.
I parlatori tardivi
Ma torniamo ai piccolissimi. Come ha ricordato Tiziana Rossetto, presidente della Federazione Logopedisti Italiani, nella fascia 0-3 anni ci sono tappe di sviluppo fondamentali. “Per questo sarà centrale il tema dello screening precoce entro i 36 mesi, insieme all’uso di strumenti di potenziamento nella scuola dell’infanzia e al coinvolgimento dei genitori. In Italia abbiamo a disposizione strumenti validati come il Primo vocabolario del bambino, che consente una valutazione semplice ma efficace delle competenze linguistiche”.
Quando allarmarsi? “A due anni un bambino dovrebbe produrre almeno 50 parole della lingua a cui è stato esposto dalla nascita. E a 2 anni e mezzo dovrebbe combinare almeno due parole per formare le prime frasi”, ha detto Alessandra Sansavini, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’Università di Bologna.
Non solo parole: “Anche il gesto di indicare è importante: serve a condividere l’attenzione con l’adulto su ciò a cui il bambino è interessato e vuole comunicare. Se è assente a 12 mesi o ancora scarsamente prodotto a 18 mesi, è un indicatore da considerare. Questi indicatori predittivi sono condivisi in letteratura devono essere individuati precocemente dai pediatri con la collaborazione di genitori, educatori e insegnanti, e valutati da una équipe multiprofessionale, costituita da neuropsichiatra, logopedista e psicologo, mediante un percorso di valutazione e monitoraggio, attivando anche percorsi per promuovere gli scambi comunicativi tra genitori e bambini e favorire lo sviluppo del linguaggio”, ha raccomandato Sansavini.
Lo studio sul potere del placebo
Andiamo avanti con la crescita: il lavoro pubblicato su “Psychological Research” da ricercatori coordinati dalle Università di Padova e Bergamo svela in che modo l’effetto placebo – l’aspettativa positiva – abbia migliorato la lettura nei bambini con dislessia evolutiva. E questo più dei tradizionali programmi di riabilitazione.
I risultati, replicati anche in studenti universitari, mostrano che la tradizionale riabilitazione della dislessia non “pesa” quasi mai l’effetto placebo. Mentre dovrebbe farlo. Per chiarezza in questo caso l’effetto placebo consiste nella risposta automatica a stimoli positivi condizionati in cui segnali verbali (la voce di un amico), visivi (il volto sorridente) e sociali (il camice del dottore) producono reali cambiamenti nei comportamenti e negli esiti dei trattamenti.
Dislessia in numeri
La dislessia evolutiva è il disturbo specifico dell’apprendimento più frequente tra i bambini in età scolare (5-10%); compromette l’acquisizione della lettura e della scrittura e questo nonostante un’istruzione adeguata e un’intelligenza nella norma.
Studi neurofisiologici hanno dimostrato che i trattamenti con placebo aumentano il rilascio di oppioidi e dopamina, riducendo l’attivazione nelle regioni cerebrali correlate alle emozioni negative.
La ricerca
Il team ha studiato i possibili effetti di costosi occhiali “lampeggianti”, recentemente arrivati sul mercato e che regolano la frequenza del passaggio della luce per aiutare le persone con dislessia. L’uso di questi occhiali sembra indurre straordinari miglioramenti nelle capacità di lettura, ma non ci sono evidenze scientifiche a supporto. Due gli scopi della ricerca: indagare la presenza dell’effetto placebo indotto dall’uso di questi occhiali a diverse età e stimare il reale effetto del device sulle capacità di lettura.
Lo studio in doppio cieco è stato realizzato su due gruppi: 49 bambini con dislessia e 48 studenti universitari con fragilità di lettura. Come racconta Sandro Franceschini, primo autore della ricerca del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, il team ha misurato le abilità di lettura in tre diverse condizioni sperimentali: occhiali spenti, occhiali spenti + aspettativa positiva, occhiali accesi.
Gli occhiali lampeggianti tra lettura e linguaggio
“Le abilità di lettura nella condizione occhiali spenti + aspettativa rispetto alla condizione occhiali spenti ci hanno permesso di scoprire per la prima volta un forte effetto placebo sia sugli errori commessi nella lettura di parole conosciute, sia sulla velocità nel decifrare parole nuove. La grandezza di questo effetto immediato è maggiore rispetto a quella riportata in lunghi trattamenti tradizionali di riabilitazione della dislessia”.
Un effetto “clinicamente sorprendente”, per Giovanna Puccio, del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova. I bambini, pur avendo gli occhiali spenti, hanno commesso un minor numero di errori. “La sola aspettativa che gli occhiali fossero efficienti ha permesso loro di fare la stessa quantità di errori che si osserva solitamente in un ragazzo con dislessia frequentante la scuola media”.
Negli studenti universitari, inoltre, l’effetto placebo ha ridotto gli errori di lettura in quelli con difficoltà, portandoli allo stesso livello di coloro che leggono bene. Tutto questo, secondo Sara Bertoni del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, “suggerisce che i miglioramenti indotti dai diversi trattamenti per la dislessia evolutiva potrebbero essere spiegati dall’aspettativa che si crea nei partecipanti”.
Quanto all’effetto reale degli occhiali lampeggianti, “i risultati non escludono che possano esistere effetti a lungo termine che inducono da un lato il sistema visivo a decodificare parole nuove, ostacolando parzialmente il riconoscimento di parole conosciute”, conclude Franceschini.

