È uno di quei tumori rimasti in un cono d’ombra per tantissimi anni, per mancanza di innovazioni terapeutiche. Ma dall’ultimo congresso della Società Europea di Oncologia (ESMO) arrivano ottime notizie per i pazienti con un tumore alla vescica.
E questo sia per le forme precoci (cosiddette non muscolo-infiltranti, quelle che interessano solo lo strato di rivestimento interno della vescica), sia per quelle più estese, che si approfondiscono verso lo strato muscolare della vescica (forme muscolo-infiltranti).
Le persone con tumore della vescica – 31mila nuovi casi l’anno in Italia – sono spesso anziane e fragili, con insufficienza renale e altre comorbilità che non le rendono idonee a ricevere un trattamento chemioterapico dopo l’intervento chirurgico di rimozione del tumore o, nei casi più gravi, di asportazione di tutta la vescica (cistectomia radicale).
Negli ultimissimi anni l’immunoterapia portato una ventata di novità per questi pazienti. Ma adesso è arrivato il momento del fine tuning e di mettere a terra ulteriori soluzioni, che prevedano l’utilizzo di questi nuovi farmaci in fase sempre più precoce di malattia o in associazione con altre terapie innovative, per dare un impatto più robusto sulla sopravvivenza, ma anche sulla qualità di vita.
Le recidive infatti sono frequentissime nelle forme non muscolo-invasive e questi pazienti passano da un intervento chirurgico all’altro, senza arrivare mai davvero a risolvere il loro problema e al prezzo di una disabilità sempre maggiore.
Nelle forme ‘superficiali’ di tumore della vescica, lo studio POTOMAC, presentato all’ESMO e pubblicato in contemporanea su Lancet, ha dimostrato che la terapia con durvalumab (un immunoterapico), somministrata a ‘sandwich’, cioè prima e dopo l’intervento chirurgico (resezione trans-uretrale della vescica o TURB), per un anno di trattamento, riduce del 32% il rischio di recidive, rispetto al solo trattamento di induzione classico, con instillazioni endovescicali di BCG (Bacillo di Calmette Guerin, che dà un booster al sistema immunitario, rappresentando così una sorta di immunoterapia ante-litteram).
“Il trattamento standard del tumore della vescica (TURB + instillazioni di BCG) – spiega Lorenzo Antonuzzo, Direttore dell’Oncologia Medica Careggi, Università di Firenze – riduce il rischio di recidive locali, ma questi pazienti presentano comunque un’alta percentuale di ricadute, che possono portare a interventi chirurgici ripetuti e trattamenti più invasivi (fino alla cistectomia). I risultati dello studio POTOMAC dimostrano che l’aggiunta di durvalumab alla terapia di induzione con BCG riduce ulteriormente il rischio di recidiva e consente a un maggior numero di pazienti di rimanere vivi e ancora liberi da malattia dopo due anni. Si tratta di una vera innovazione, in un campo nel quale non si registravano progressi da almeno un decennio. I risultati del POTOMAC si aggiungono a quelli dello studio NIAGARA, che ha migliorato la sopravvivenza globale nel tumore della vescica muscolo-invasivo. In Italia è attivo un Expanded Access Program, che consente il trattamento dei pazienti con malattia muscolo-invasiva”.
E per i pazienti con la forma più aggressiva di tumore della vescica, quella muscolo invasiva, altre buone notizie dall’ESMO 2025 arrivano dallo studio di fase 3 KEYNOTE-905/EV-303, presentato nella sessione più importante del congresso, il Presidential Symposium.
Anche in questo caso, protagonista l’immunoterapia (pembrolizumab), associata a un anticorpo farmaco-coniugato (la chemioterapia ‘smart’, rappresentata in questo caso da enfortumab vedotin). E i risultati si commentano da soli. Nelle persone con tumore della vescica muscolo-invasivo, la somministrazione di questa ‘combo’, dopo la cistectomia radicale, riduce il rischio di nuovi eventi del 60% e dimezza la mortalità, rispetto all’attuale standard di cura, nei pazienti non eleggibili alla chemioterapia.
“Per decenni – ricorda Giuseppe Procopio, Direttore del Programma Prostata e della struttura Dipartimentale di Oncologia Medica Genitourinaria, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (INT) di Milano – i pazienti con tumore della vescica muscolo-invasivo, non candidabili a terapia con cisplatino, hanno spesso avuto a disposizione come trattamento solo l’intervento chirurgico (e la sopravvivenza a due anni con la sola cistectomia è di appena il 30%). Lo studio KEYNOTE-905/EV-303 per la prima volta dimostra che la terapia perioperatoria con questi farmaci consente di ottenere questi risultati eclatanti, practice changing. Risultati che rafforzano l’importanza del lavoro in team e della collaborazione tra urologo e oncologo. Questo studio conferma infatti il ruolo centrale della chirurgia, ma in un contesto più ampio di gestione integrata”.
“Sono risultati che emozionano – ammette Patrizia Giannatempo, dell’INT di Milano – Oggi abbiamo la possibilità di far invecchiare i nostri pazienti e di far godere loro i nipotini, vivendo meglio e più a lungo”.
E sempre in tema di tumore della vescica muscolo-invasivo e di immunoterapia (in questo caso atezolizumab), all’ESMO 2025, con pubblicazione contemporanea sul New England Journal of Medicine, è stato presentato uno studio (IMvigor011) che suggerisce una modalità innovativa per la selezione dei pazienti da sottoporre a terapia dopo cistectomia. In questo studio di fase 3 è stata utilizzata come guida la biopsia liquida (ctDNA, monitorata per un anno) che permette di individuare la cosiddetta malattia molecolare residua (cioè la persistenza o le recidive di malattia attraverso la rilevazione di frammenti di DNA tumorale circolanti), che definisce una popolazione ad alto rischio di recidiva, dopo cistectomia radicale.
I pazienti con ctDNA positivo sono stati randomizzati a ricevere terapia con atezolizumab o placebo per un anno; quelli persistentemente negativi alla biopsia liquida non facevano ulteriore terapia. I pazienti positivi al ctDNA e trattati con l’immunoterapia hanno presentato una riduzione del 36% di recidive e mortalità rispetto al gruppo placebo (la sopravvivenza media nel gruppo atezolizumab è stata di 32,8 mesi contro i 21,1 mesi del gruppo di controllo, pari ad una riduzione di mortalità del 41%).
Tra i pazienti con biopsia liquida sempre negativa e che dunque non erano stati avviati a ulteriori trattamenti dopo chirurgia, la sopravvivenza libera da malattia era del 95% al termine del primo anno di monitoraggio e del 88% a due anni.
“Il take home message di questo studio insomma è che ai pazienti che risultano persistentemente negativi al ctDNA, possiamo risparmiare il trattamento con l’immunoterapia – commenta il primo autore dello studio Thomas Powles, Barts Cancer Institute, National Institute for Health Research Biomedical Research Centre, Queen Mary University di Londra – Questo ci permette di risparmiare loro l’eventuale tossicità di una terapia della quale non hanno bisogno e di evitare una spesa inutile per i sistemi sanitari”.


