Una piccola lampadina ingeribile illuminata al led può essere la soluzione per uccidere l’Helicobacter pylori. Un batterio causa di ulcere e gastriti può essere sconfitto dalla luce.
Nello stomaco del 20% della popolazione italiana si annida un ‘vampiro’ che non assomiglia a un aristocratico pluricentenario come Dracula, né a un giovane eternamente bello come quelli di ‘True Blood’ o ‘The Vampire Diaries’. È un batterio chiamato Helicobacter pylori che può causare ulcere, gastriti e viene talvolta correlato ai linfomi dello stomaco.
“Riesce a resistere a pH molto bassi”, spiega Franco Fusi, docente di Fisica medica all’Università di Firenze. “L’Helicobacter, infatti, costruisce un biofilm che gli permette di alzare il pH e sopravvivere; la sfida è distruggere questa barriera, tenendo conto che il batterio è diventato resistente a gran parte degli antibiotici in commercio”.
Negli Usa si sono accorti che l’Helicobacter, come ogni vampiro, è sensibile alla luce. Così il professor Fusi con il suo team ha ideato una capsula luminosa ingeribile in grado di ucciderlo. Il brevetto è stato possibile grazie a finanziamenti della Regione Toscana, dell’Europa e a Probiomedica, uno spinoff dell’UniFi fondato da Fusi insieme al professor Giovanni Romano, anch’egli fisico medico all’Università di Firenze.
La fotosensibilità deriva dalla capacità del batterio di accumulare porfirina; qui scienza e folklore si incrociano: “La porfirina si trasforma in eme con al centro un atomo di ferro che assorbe ossigeno e lo rilascia. Questo, legandosi alla globina, che fissa l’ossigeno molecolare, forma l’emoglobina il componente fondamentale del sangue. Ora può accadere che a causa di un blocco patologico la porfirina non si trasformi in eme”, spiega Fusi.
“Ciò causa la porfiria, da cui deriva il mito del vampiro. La carenza di emoglobina e quindi di ferro nel sangue determinano per il malato il bisogno di sangue dall’esterno. La porfirina accumulata assorbe poi i fotoni della luce e li scarica sull’ossigeno molecolare che si trasforma in ossigeno singoletto o in radicali ossigeno, varianti citotossiche che ossidano tutto ciò che le circonda. Così chi soffre di porfiria a contatto con la luce può avere eruzioni cutanee anche molto gravi”. L’idea alla base della capsula è quindi quella di far assorbire la luce alla porfirina accumulata nel batterio, per distruggerlo dall’interno.
“La capsula è simile a una lampadina, fatta con led e alimentata a batterie”. I colori scelti per la luce sono il rosso e il blu e questo non è un caso: “Il viola e il blu sterilizzano molto bene in superficie ma l’Helicobacter è più in profondità, nella mucosa gastrica, vicino alla valvola dell’intestino. Abbiamo visto che il rosso riesce a essere assorbito meglio dalla porfirina del batterio dentro la mucosa”. L’idea è quella di sprigionare il massimo della luce in circa 20 secondi e gradualmente ridurre il numero di capsule da assumere.
Non solo: il professor Fusi – specializzatosi in fototerapia con una tesi sul trattamento dell’ittero neonatale – insieme al suo team ha elaborato anche uno strumento in fibra ottica. “Funziona con un laser classico, un super pointer molto più potente rispetto a quello da diapositiva, mandato su fibra ottica. Ha uno spessore di circa mezzo millimetro di diametro ed è utilizzato come un gastroscopio, andando a individuare la zona dove probabilmente è l’Helicobacter. L’idea è proprio quella di un piccolo vampiro, rafforzato dall’antibiotico resistenza: noi vogliamo essere i Van Helsing della situazione, capaci di ucciderlo col supporto della luce”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)


