Talassemia: viaggio tra bisogni e prospettive della ricerca, il focus

talassemia

Una malattia rara è una sfida doppia per i pazienti: da un lato vengono investiti meno fondi nella ricerca, perché la soluzione sarebbe ‘per pochi’; dall’altro c’è un numero inferiore di clinici impegnati nel cercare di fare la differenza nel percorso per la soluzione della patologia. Eppure, malattie rare come la talassemia dimostrano che aziende e professionisti non si muovono solo per “convenienza”, ma soprattutto per convinzione e determinazione.

Il media tutorial “Viaggio nella Talassemia: burden, gestione clinica, cure di oggi e di domani”, organizzato a Milano da Avanzanite Bioscience ha dato voce a tre luminari della materia: Maria Domenica Cappellini, decana del Policlinico cittadino e professore onorario di Medicina Interna dell’Università di Milano, Filomena Longo, direttrice dell’UOC Talassemie ed Emoglobinopatie presso l’AOU Arcispedale S. Anna di Ferrara e Raffaella Origa, docente di Pediatria all’Università di Cagliari.

Indagare i bisogni della persona, i modelli di presa in carico e le soluzioni che potranno arrivare è stato il fulcro della disamina, arricchita dal contributo personale di Dario Martino, un paziente divenuto presidente di ATES, Associazione Talassemia Emoglobinopatie Sardegna e ambassador per la Fondazione Franco e Piera Cutino. Presente anche Giovanni Galliano, general manager di Avanzanite Bioscience Italia, realtà creata quattro anni fa con l’intento di far giungere molecole di farmaci orfani che altrimenti in Europa non arriverebbero. Avanzanite offre alle aziende di ricerca americane una piattaforma per arrivare ai pazienti europei e dal prossimo anno si occuperà della distribuzione di  uno dei nuovi farmaci dedicati alla talassemia.

Che cos’è la talassemia

Si tratta di una malattia genetica dovuta a un difetto nella produzione di emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno nel sangue: essa comporta anemia cronica e può causare complicanze gravi a carico di diversi organi.

In Italia si stima che circa 7.200 pazienti convivano con forme severe di talassemia – diagnosticata sempre più precocemente, ormai entro i primi sei mesi di vita – mentre circa 3 milioni di persone sono portatori sani del tratto talassemico. Le zone in cui è più diffusa sono le isole (Sardegna e Sicilia), alcune zone costiere e il Delta del Po: tendenzialmente tutte zone ex malariche, perché in quelle zone chi aveva i globuli rossi più piccoli sopravviveva meglio all’aggressione della malattia portata dalle zanzare. Solo che, da quella salvifica mutazione genetica, sono derivate poi le mutazioni che hanno determinato il difetto nella produzione dell’emoglobina che è alla base della talassemia stessa.

Come ha precisato la professoressa Cappellini, “occorre più correttamente parlare di sindromi talassemiche, perché la patologia comprende quadri clinici diversi, definiti secondo il tipo di mutazione genetica che incide sull’emoglobina: l’α-talassemia, legata ad alterazioni delle catene alfa (più rara nel nostro paese) e la β-talassemia, caratterizzata da un difetto nella sintesi delle catene beta”.

Inoltre, a seconda della gravità dell’anemia è possibile distinguere tra forme trasfusione-dipendenti, in cui i pazienti necessitano di trasfusioni regolari di globuli rossi ogni 2–4 settimane per mantenere livelli adeguati di emoglobina e prevenire danni d’organo, e forme non trasfusione-dipendenti, caratterizzate da un’anemia magari meno severa ma comunque associata, nel tempo, a complicanze cliniche per la ridotta ossigenazione dei tessuti e il progressivo accumulo di ferro. “Un tempo le forme non trasfusione-dipendenti venivano erroneamente sottovalutate, oggi non è più così”, ha precisato con franchezza Cappellini.

Come si cura la talassemia

Le trasfusioni di globuli rossi sono il cardine della terapia nella talassemia trasfusione-dipendente e consentono una crescita normale nei bambini e il mantenimento delle attività fisiche e lavorative negli adulti. Tuttavia, l’accumulo di ferro che ne deriva comporta la necessità di una terapia ferrochelante continuativa per prevenire complicanze d’organo talvolta severe.

Anche le forme non trasfusione-dipendenti possono inoltre richiedere monitoraggi e interventi terapeutici.

Quella dei pazienti è dunque una vita molto legata all’ospedale e al personale medico e paramedico: la presa in carico resta un nodo cruciale in termini di risorse sanitarie, accessi ospedalieri e approccio, che deve essere non solo multidisciplinare ma anche multiprofessionale, come ha spiegato bene la professoressa Origa: “Accanto al paziente non ci sono soltanto i medici: le figure infermieristiche in questo campo, ad esempio, possono avere e hanno tantissimi ruoli. C’è un ruolo ‘tecnico’, che per quanto riguarda la talassemia non è banale: ricercare l’accesso venoso una volta è un conto, ma cercarlo per la millesima volta sullo stesso soggetto non è semplice. I pazienti adulti non si abituano mai, mentre i bambini non capiscono quello che succede. C’è poi un ruolo ‘educativo’ dell’infermiere rispetto all’aderenza alle terapie, che vanno mantenute per tutta la vita. I pazienti talassemici sono particolarmente fragili e complessi dal punto di vista psicologico, per questo gli infermieri hanno bisogno di tanta formazione”.

Cruciali anche i ruoli di figure come farmacisti e psicologi. “Stiamo cercando di rendere la presa in carico il più omogenea possibile”, ha aggiunto la dottoressa Longo: “Ad oggi ci sono ancora situazioni di vario tipo: dai centri di eccellenza che seguono pazienti di tutte le età, ai centri trasfusionali che hanno in cura pazienti adulti, dai centri pediatrici che non sono dedicati esclusivamente alla talassemia alle ematologie o medicine interne, quasi mai dedicate esclusivamente alla patologia. Il compito della nascente Rete nazionale per le talassemie potrebbe essere proprio quello di uniformare l’approccio, migliorare le varie realtà e rendere più omogenea la presa in cura con una vera rete di professionisti che si aiutano come già accade in alcune regioni. Questo anche per le numerose comorbidità, cioè le diverse patologie che possono accompagnare la talassemia: molte sono simili a quella della popolazione generale più anziana, come l’osteoporosi e la fibrillazione atriale. I pazienti talassemici sono pazienti complessi”.

Le prospettive per un futuro che è già qui

Sono fondamentalmente tre le prospettive future di cura per la talassemia. Spiega Origa: “È recentemente stata approvata la rimborsabilità del primo tipo di terapia genica in Italia, una sorta di trapianto autologo in cui il paziente è donatore di se stesso e le sue cellule vengono modificate in laboratorio. Si ripristina la possibilità di produrre emoglobina fetale e, dopo chemioterapia, queste cellule si reinfondono nel paziente e dovrebbero liberarlo dalle trasfusioni. Al momento sono stati ottenuti ottimi risultati con un trial su pazienti tra i 12 e i 35 anni, per cui la soluzione potrà essere proposta a pazienti in questa fascia d’età”.

“Ci sono poi le terapie innovative non curative quali Luspatercept* e Mitapivat*: quest’ultimo ha mostrato ottimi risultati in due trial e dovrebbe arrivare nel 2026. Hanno due approcci diversi, ma tutte e due riescono in un sottogruppo di pazienti con talassemia trasfusione-dipendente a ridurre le necessità trasfusionali. In quelli che invece non fanno trasfusioni riescono ad aumentare il valore di emoglobina e questo chiaramente sul paziente ha un impatto pratico molto importante”.

Quello che emerge a summa dell’incontro è che non esiste una cura che vada bene per tutti. Come racconta la dottoressa Longo, “cerchiamo di personalizzare al massimo gli interventi. Siamo in grado di fare un po’ di predizione e, con molta sincerità, spieghiamo a ogni paziente le diverse opzioni, anche quelle che non lo riguarderanno. Tutto ciò richiede tempo e colloqui ripetuti: ci mettiamo a tavolino e decidiamo insieme, anche a seconda dell’impatto che il singolo paziente è disposto ad accettare sulla sua vita, soprattutto quando la soluzione prevede un condizionamento chemioterapico”.

Dalla compliance alla concordance, dunque: il gruppo medico non impone nulla, bensì decide con il paziente. In generale, le innovazioni terapeutiche in corso di sviluppo puntano a migliorare ulteriormente il controllo dell’anemia e del sovraccarico di ferro, per rendere il percorso di cura più sostenibile e di accompagnare i pazienti verso una migliore qualità e aspettativa di vita, oggi giunta anche oltre i 70 anni.

“Quando ho cominciato negli anni Sessanta”, conclude Cappellini, “non esistevano talassemici anziani. Oggi, grazie a un monitoraggio e a un follow-up attento dei pazienti, siamo nelle condizioni di intercettare abbastanza precocemente i problemi e possiamo cominciare a scrivere il capitolo degli anziani e delle comorbidità negli ultracinquantenni”.

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