Parkinson: novità dalla ricerca e spiragli per interventi precoci

Parkinson

Anticipare l’andamento della malattia di Parkinson per ‘tarare’ gli interventi in modo personalizzato. Ricercatori dell’Erasmus MC hanno scoperto un biomarcatore nel sangue in grado di predire la progressione del morbo di Parkinson.

Non solo: in occasione della Giornata Nazionale del Parkinson, vogliamo raccontarvi di uno studio – quasta volta pubblicato su ‘The Journal of Nuclear Medicine’ – che indaga sul meccanismo alla base della malattia, identificando nella neuroinfiammazione cronica un fattore determinante per la progressione dei sintomi. Ma vediamo meglio queste nuove ricerche, preziose per i circa 300mila italiani colpiti da questa patologia.

Invecchiamento e Parkinson

Un effetto ben noto dell’invecchiamento è il graduale accumulo di danni al Dna: con il passare degli anni, infatti, le cellule diventano meno efficaci nel mantenere intatto il loro materiale genetico.

Ebbene, nel sangue dei pazienti affetti da Parkinson i ricercatori dell’Erasmus MC hanno riscontrato una riduzione dei meccanismi cellulari che normalmente riparano il Dna. Inoltre, come si legge su ‘Nature Aging’, il team ha identificato un marcatore nel sangue caratteristico dei pazienti che in seguito hanno sviluppato sintomi più gravi del Parkinson.

“Il Dna è costantemente messo alla prova. Può essere danneggiato da fattori esterni come il fumo e le radiazioni Uv della luce solare, così come dai normali processi del corpo umano. Con l’avanzare dell’età, il danno al Dna si accumula per molte ragioni complesse, compromettendo le normali funzioni dell’organismo. Questo problema sembra essere più pronunciato nei pazienti affetti da Parkinson, che mostrano meccanismi di riparazione del DNA ridotti rispetto alle persone sane della stessa età”, spiega il responsabile del team Pier Mastroberardino.

I ricercatori non hanno riscontrato gli stessi difetti in tutti i pazienti. “Tuttavia, quelli che li presentavano si sono rivelati più gravi dopo tre anni“, afferma Mastroberardino.
I ricercatori sono giunti a questa conclusione analizzando un ampio database di pazienti: il  Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), coordinato dalla Michael J. Fox Foundation. Hanno esaminato campioni di sangue dei pazienti per un periodo di tre anni e li hanno confrontati con i dati sulla progressione della malattia.

Il fatto è che oggi predire il decorso del Parkinson è molto difficile. “Se ciò fosse possibile, offrirebbe a pazienti e medici molta più certezza. E se i medici sapessero già quanto grave sarà la malattia tra tre anni, il trattamento potrebbe essere pianificato con molta più precisione”, sottolinea Mastroberardino. Nei pazienti affetti da Parkinson, la perdita di cellule nervose causa una carenza di dopamina, che porta a tremori e altri sintomi. “La dopamina agisce come un freno ai movimenti“, spiega lo scienziato. “Quando questo freno cede, si inizia a tremare. Ma somministrare dopamina in eccesso può anche avere gravi effetti collaterali, come discinesia, movimenti incontrollati e irregolari. Quindi, idealmente, si dovrebbe usare il farmaco solo quando si è certi che sarà necessario”.

In futuro un semplice esame del sangue potrebbe aiutare a prevedere la progressione della malattia. Ovviamente, sono necessari ulteriori studi per trasferire questi risultati dal laboratorio alla clinica.

Parkinson e neuroinfimmazione

E vediamo ora l’altro studio: grazie a un tracciante PET innovativo e di ultima generazione, gli scienziati haìcnno potuto osservare una marcata attivazione della microglia – le cellule immunitarie del cervello – in aree cerebrali specifiche dei pazienti. Questa attivazione conferma l’esistenza di una risposta infiammatoria costantemente attiva, strettamente associata al peggioramento dei sintomi motori e cognitivi del Parkinson.

“È stato utilizzato il tracciante che si lega al recettore P2X7, un marcatore specifico della microglia proinfiammatoria – spiega il professor Salvatore Cuzzocrea, ordinario di Farmacologia presso il Dipartimento Chibiofarm dell’Università degli Studi di Messina – Al centro di questo processo neuroinfiammatorio e disfunzionale c’è l’alfa-sinucleina, una proteina che, se non degradata correttamente, si accumula formando aggregati tossici, chiamati corpi di Lewy. Questi aggregati stimolano il fenotipo proinfiammatorio della microglia, creando un circolo vizioso che alimenta la neurodegenerazione”. 

La comprensione di questi meccanismi aiuta a spiegare non solo i sintomi motori del Parkinson, ma anche quelli non motori – come affaticamento, depressione, dolore neuropatico e disturbi del sonno – che possono precedere di anni tremore, rigidità muscolare e bradicinesia.

Non solo. “Lavoriamo su molecole capaci di prevenire l’accumulo di alfa-sinucleina, modulare la risposta neuroinfiammatoria e proteggere i mitocondri, le centrali energetiche delle cellule”, aggiunge Cuzzocrea. I suoi studi mostrano  che una sostanza già prodotta dal nostro organismo (Palmitoiletanolamide) somministrata in forma biodisponibile (ultra-micronizzata) da sola o in combinazione con specifici antiossidanti come la quercetina, sarebbe in grado di “controllare la neuroinfiammazione prevenendo l’accumulo di alfa-sinucleina”.  

Insomma, il lavoro apre la strada a una strategia promettente per rallentare la progressione della malattia e migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti, come spiegano i ricercatori italiani.

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