“Cuor contento il ciel l’aiuta”, recita un famoso proverbio. La saggezza popolare, con la sua attenta osservazione del comportamento umano, lo aveva capito ancor prima delle evidenze scientifiche: guardare la vita con animo positivo può avere benefici sulla salute, in particolare sul benessere mentale. Arriva la conferma da un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American Geriatric Society: l’ottimismo non serve solo a vivere meglio, ma potrebbe fungere da scudo contro la demenza senile.
Un gruppo di ricercatori dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston ha misurato l’entità di questo legame con precisione, scoprendo una forte correlazione tra ottimismo elevato e un più lento declino cognitivo.
Lo studio
La base su cui gli autori hanno lavorato è quella dell’Health and Retirement Study, che offre un campione rappresentativo a livello nazionale degli anziani americani.
Gli studiosi hanno coinvolto 9.071 persone sane entro due anni dalla prima misurazione della loro funzione cognitiva, misurando il grado di ottimismo con il Life Orientation Test-Revised, validato e riconosciuto a livello internazionale. I casi di demenza, invece, sono stati identificati tramite un algoritmo sviluppato per garantire prestazioni ottimali nei principali gruppi etnici, attingendo ai dati raccolti in otto fasi di rilevazione tra il 2006 e il 2020.
I risultati sono chiari: chi mostra livelli di ottimismo più alti rispetto alla media, ha un rischio inferiore del 15% di sviluppare demenza rispetto a chi si colloca nella fascia opposta. Un dato che, nel quadro globale della malattia (circa 57 milioni di persone ci convivono), è ancora più significativo.
Il periodo di osservazione si è protratto per 14 anni, un arco temporale significativo che ha permesso di studiare a fondo il fenomeno. Le analisi della sensibilità hanno confermato che l’associazione rilevata è solida, non spiegabile con causalità inversa, non dipendente da fattori confondenti né da una salute mentale di base compromessa.
Come si spiega il legame tra ottimismo e demenza
I ricercatori riconoscono che i meccanismi esatti di questa correlazione sono ancora da esplorare. Due le possibili strade di natura biologica. La prima ha a che fare con i meccanismi diretti: chi tende all’ottimismo presenta risposte immunitarie più efficienti e un minor rischio neuroinfiammatorio, da cui dipende invece il deterioramento cognitivo.
La seconda spiegazione riguarda i meccanismi indiretti. Chi ha più fiducia, tende ad avere reti sociali più solide, livelli di stress mediamente più bassi e stili di vita più salutari. Tutti fattori che, uniti, incidono positivamente sulla traiettoria dell’invecchiamento cerebrale.
Cosa possiamo fare
“Data l’alta incidenza e le limitate opzioni di trattamento, l’identificazione di strategie di prevenzione è fondamentale”, osservano i ricercatori, ricordando come i fattori psicosociali siano correlati al rischio della patologia.
Un elemento interessante riguarda la natura stessa dell’ottimismo. Sebbene si stimi che sia ereditario per circa il 25% e che vedere in positivo tutto ciò che accade è “un costrutto complesso”, vale la pena intervenire sulla propria attitudine per promuovere un invecchiamento sano.
Una sfida che parte dalla mente e ricade sulla mente.


