Per decenni è stata sottovalutata, minimizzata, spesso ricondotta a cause psicologiche. La nausea in gravidanza, e in particolare la sua forma più grave, l’iperemesi gravidica, è stata a lungo trattata come un disagio da sopportare piuttosto che come una condizione medica da studiare e curare. Ora la scienza dice altro. Un nuovo studio pubblicato su “Nature Genetics”, il più ampio mai condotto su questo disturbo, ha identificato 9 geni collegati all’iperemesi gravidica, 6 dei quali mai associati prima a questa patologia. La risposta era scritta nel Dna.
Una condizione seria, non un capriccio
L’iperemesi gravidica colpisce circa il 2% delle donne in gravidanza. Non si tratta della nausea mattutina che molte donne sperimentano nelle prime settimane, ma di una condizione debilitante: vomito continuo, impossibilità di mantenere cibo e liquidi, rischio di grave malnutrizione per la madre e il bambino. In casi estremi richiede l’ospedalizzazione. Eppure per anni è stata trattata come un problema minore, spesso con una scrollata di spalle.
“Siamo stati in grado di far emergere nuovi importanti dettagli precedentemente sconosciuti”, spiega Marlena Fejzo, professoressa di scienze della popolazione e della salute pubblica alla Keck School of Medicine dell’University of Southern California e autrice principale dello studio. Fejzo non è una ricercatrice qualsiasi su questo tema: ha lei stessa sofferto di iperemesi gravidica, e da anni dedica la propria ricerca a capirne le basi biologiche.
Lo studio: quasi mezzo milione di donne analizzate
Il team della Usc, in collaborazione con ricercatori internazionali, ha condotto un’analisi genomica su larga scala, uno studio Gwas che ha scandagliato l’intero genoma alla ricerca di differenze tra le donne che hanno sviluppato iperemesi gravidica e quelle che non l’hanno sviluppata. I dati analizzati riguardano 10.974 donne affette dalla patologia e oltre 461.000 donne nel gruppo di controllo, di origine europea, asiatica, africana e latinoamericana. Una scala senza precedenti per questo tipo di ricerca, che rende i risultati più robusti e potenzialmente generalizzabili a popolazioni diverse.
In tutto, i ricercatori hanno identificato 10 geni collegati all’iperemesi gravidica: 4 già noti e 6 completamente nuovi. Il legame più forte, di gran lunga, riguarda il gene Gdf15, che produce un ormone omonimo i cui livelli aumentano bruscamente durante la gravidanza. Studi precedenti di Fejzo avevano già dimostrato il meccanismo: le donne esposte a livelli più bassi di questo ormone prima della gravidanza, a causa di una mutazione genetica, manifestano i sintomi più gravi. Quelle che invece ne hanno livelli più alti già prima del concepimento soffrono di meno, perché il loro organismo è già in qualche modo adattato.
I nuovi geni: dal diabete alla plasticità cerebrale
Tra i sei geni appena identificati, uno si distingue in modo particolare. Tcf7l2 è uno dei più forti fattori di rischio genetico conosciuti per il diabete di tipo 2 ed è associato anche al diabete gestazionale. Può influenzare il Glp-1, lo stesso ormone intestinale su cui agiscono i nuovi farmaci antidiabete e anti-obesità diventati celebri negli ultimi anni. “Si tratta di un bersaglio completamente nuovo e non è ancora chiaro quale sia il suo ruolo durante la gravidanza”, precisa Fejzo.
Gli altri nuovi geni identificati sono coinvolti nell’appetito e nella nausea, nella plasticità cerebrale, nella regolazione dell’insulina e del metabolismo. Un dettaglio particolare riguarda il cervello: Fejzo ipotizza che l’organo possa imparare ad associare determinati alimenti alla sensazione di nausea e malessere, creando avversioni alimentari forti e durature. Un meccanismo che spiegherebbe perché molte donne con iperemesi gravidica sviluppino intolleranze specifiche che persistono per tutta la gravidanza.
Lo studio ha anche rilevato che alcuni dei geni identificati sono associati ad altri esiti della gravidanza, tra cui una durata più breve e la preeclampsia, una grave complicanza che colpisce pressione sanguigna e organi della madre.
La prossima sfida: prevenire prima del concepimento
La scoperta non è solo scientificamente rilevante. Apre la strada a possibili terapie. Fejzo e il suo team shanno già ricevuto l’approvazione per avviare una sperimentazione clinica sulla metformina, farmaco ampiamente utilizzato nel trattamento del diabete, che ha la proprietà di aumentare i livelli di Gdf15. L’ipotesi è che assumerla prima della gravidanza possa desensibilizzare le donne all’ormone, riducendo o prevenendo i sintomi nelle donne che ne hanno già sofferto in gravidanze precedenti.
“Ora che abbiamo più che raddoppiato il numero di geni associati all’iperemesi gravidica, possiamo approfondire la biologia alla base di questa condizione e individuare nuove possibili vie terapeutiche”, conclude Fejzo.
Per milioni di donne che ogni anno affrontano questa condizione, spesso in silenzio e spesso senza ricevere la comprensione che meriterebbero, è una notizia concreta. La scienza ha finalmente cominciato a prenderle sul serio.


