Dalla ricerca accademica all’intelligenza artificiale, passando per la sostenibilità futura del Servizio Sanitario Nazionale pubblico e la necessità di trattenere i talenti in Italia. La Fondazione Lilly punta a costruire un ecosistema capace di mettere in connessione università, istituzioni, giovani ricercatori e industria, con l’obiettivo di trasformare le evidenze scientifiche in strumenti concreti per le politiche sanitarie. Al centro c’è il progetto “30×30”, che ha raccolto un importante successo già in questa prima edizione, segnale di un fermento crescente nel campo delle politiche della salute e dell’innovazione applicata al Ssn. In questa intervista a Fortune Italia, Federico Villa, direttore generale della Fondazione Lilly, racconta gli obiettivi a medio-lungo termine per migliorare la salute e il benessere dei cittadini.
Oltre 80 candidature provenienti da 12 regioni: cosa vi ha colpito maggiormente della risposta del mondo accademico a questa prima edizione del 30×30? Avete ricevuto ciò che vi aspettavate?
La sorpresa più positiva non è stata soltanto il numero delle candidature, ma soprattutto la loro qualità. Questo dimostra che esiste un ecosistema dinamico anche nell’ambito delle politiche sanitarie, con realtà e competenze che vogliono contribuire in modo concreto all’innovazione del Servizio sanitario nazionale italiano. I progetti selezionati si sono concentrati in particolare su intelligenza artificiale, diagnostica, accesso alle cure e modelli predittivi: temi centrali per il presente e il futuro della sanità. Grazie a queste proposte abbiamo l’opportunità di approfondire questioni prioritarie per i cittadini, valorizzando il potenziale dell’innovazione tecnologica per migliorare le diagnosi e alleggerire il carico di lavoro dei medici. Un altro aspetto fondamentale riguarda l’accesso alle cure nelle diverse Regioni, perché alcuni territori soffrono più di altri il problema delle liste d’attesa. L’obiettivo è contribuire a ridurre le disuguaglianze, evitando che esistano cittadini di Serie A e cittadini di Serie B. Infine, sarà sempre più importante rafforzare la capacità di programmazione e previsione del sistema sanitario, così da renderlo pronto ad affrontare le sfide future e sostenere una domanda di salute in costante crescita. L’auspicio è che questi progetti possano offrire strumenti utili anche ai decisori pubblici.
Lei ha detto che l’obiettivo è trasformare la ricerca accademica in motore strategico per il Ssn. Concretamente, come fanno i risultati di un dottorato ad arrivare sui tavoli dei decisori pubblici? Qual è il meccanismo che volete costruire?
I dottorati di ricerca produrranno evidenze scientifiche in modo continuativo, con risultati destinati a tradursi in pubblicazioni su riviste indicizzate e quindi accessibili attraverso le principali piattaforme della ricerca internazionale. Come Fondazione, il nostro ruolo sarà quello di favorire la diffusione e la valorizzazione di questi contenuti, anche attraverso il nostro network internazionale, creando occasioni di confronto tra ricerca, istituzioni e stakeholder del sistema sanitario. L’obiettivo, però, non si limita al finanziamento dei dottorati. Stiamo lavorando alla costruzione di una vera e propria community scientifica e istituzionale. Il primo passo è stato la creazione di un comitato consultivo composto da alcune delle personalità più autorevoli del settore life science, che, dopo aver valutato e selezionato i progetti vincitori, avrà il compito di facilitare la trasformazione delle evidenze emerse dai progetti di ricerca in proposte concrete di policy. Nei prossimi mesi lanceremo anche un forum permanente che metterà a sistema il dialogo tra giovani ricercatori, esperti del settore e istituzioni nazionali, regionali e internazionali. L’idea è creare un meccanismo stabile di confronto, capace di portare i risultati della ricerca accademica direttamente all’attenzione dei decisori pubblici e contribuire così all’innovazione del Servizio sanitario nazionale.
Fortune Italia l’aveva inserita nei 40 Under 40 come uno dei giovani che stavano supportando il cambiamento del Paese. A distanza di qualche anno, come è la sua visione sulla sanità pubblica italiana anche grazie al suo osservatorio privilegiato di direttore della Fondazione?
Sicuramente negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo l’attenzione verso il tema della salute, così come la consapevolezza delle difficoltà che incidono concretamente sull’accesso alle cure per i cittadini. Alcune criticità, che i pazienti vivevano già da tempo sulla propria pelle, sono finalmente emerse con maggiore chiarezza nel dibattito pubblico, senza essere più ignorate o rinviate. Credo che questa nuova attenzione, insieme al coraggio del Ministero della Salute e AIFA di affrontare temi complessi, abbia generato una forte spinta propulsiva al cambiamento. Oggi c’è una maggiore volontà di costruire una strategia capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, ma perché questo processo produca risultati concreti servono continuità, investimenti e una visione di lungo periodo. Credo che innovazione, ricerca e capacità di programmazione debbano diventare elementi centrali per il futuro del Servizio sanitario nazionale. In questo percorso sarà fondamentale anche sfruttare l’assist del Pnrr per rendere sempre più efficace la collaborazione tra pubblico e privato, valorizzando competenze, tecnologie e modelli organizzativi innovativi.
Lilly è un’azienda farmaceutica globale. Fondazione Lilly è no profit e si occupa di supporto alla ricerca. Come gestite la separazione – e la narrazione di questa separazione – verso l’esterno?
La Fondazione è un ente del Terzo settore no profit che ha come obiettivo esclusivo il sostegno alla ricerca indipendente in Italia, sia accademica che di base. Il nostro impegno è rivolto a supportare in modo incondizionato il mondo della ricerca nei suoi diversi ambiti, contribuendo al miglioramento della salute e del benessere delle persone attraverso la produzione di conoscenza, innovazione e nuove competenze. Questo rappresenta anche il punto di contatto con Lilly: la volontà di contribuire al rafforzamento del sistema salute e, di conseguenza, alla qualità della vita dei cittadini. La differenza sta però nella natura e negli strumenti con cui questo obiettivo viene perseguito. Lilly opera come azienda farmaceutica globale, con un focus specifico sulla ricerca proprietaria e sullo sviluppo di terapie biofarmaceutiche innovative. La Fondazione, invece, agisce in maniera indipendente sul piano della promozione culturale, scientifica e della governance del Servizio sanitario nazionale nel suo complesso, sostenendo progetti di ricerca, formazione e confronto istituzionale senza finalità commerciali. Per questo la separazione tra le due realtà è chiara sia dal punto di vista operativo sia nella comunicazione verso l’esterno: condividono una visione legata al progresso della salute pubblica, ma con missioni, strumenti e ambiti di intervento differenti.
L’Italia ha 9 dottorati ogni 10.000 abitanti contro i 20 della Germania. Ma il problema non è solo quanti, è anche quanti restano. Come evitate che i 30 ricercatori che formate vadano a lavorare all’estero?
Innanzitutto, offrire opportunità di ricerca in Italia rappresenta già un primo passo fondamentale. Investire nella ricerca sul Servizio Sanitario Nazionale non è un valore soltanto per i giovani ricercatori, ma per l’intero sistema: università, istituzioni e mondo della salute possono trarne beneficio in termini di competenze, innovazione e capacità di risposta ai bisogni dei cittadini. Per trattenere i talenti, però, non basta aumentare il numero dei dottorati. È necessario creare un ecosistema capace di valorizzare concretamente le competenze acquisite. In questo senso, la collaborazione tra pubblico e privato sarà sempre più centrale: un giovane ricercatore deve poter trovare opportunità per applicare il proprio lavoro sia nel contesto accademico e istituzionale, sia all’interno delle aziende e del settore delle life sciences. Se riusciremo a rendere la ricerca sempre più utile allo sviluppo del sistema Paese e alla crescita economica, mettendo in connessione competenze scientifiche e bisogni reali del comparto sanitario e industriale, non solo offriremo maggiori prospettive ai giovani talenti, ma renderemo anche l’Italia un contesto più attrattivo per chi oggi vuole investire nel settore delle scienze della vita, grazie ad un capitale umano di grande valore.
Avete anticipato una collaborazione con un “attore strategico globale nell’AI”. Ci può dire di più?
Sarà uno degli elementi abilitanti del forum che stiamo costruendo. L’obiettivo è sviluppare partnership con attori strategici del settore tecnologico e industriale, sia italiani sia internazionali, in grado di mettere a disposizione strumenti utili a valorizzare il lavoro dei ricercatori e a rendere le evidenze scientifiche sempre più accessibili e fruibili. L’intelligenza artificiale, insieme alla disponibilità di grandi banche dati, potrà avere un ruolo decisivo nell’analisi delle informazioni, nella costruzione di modelli predittivi e nella trasformazione dei risultati della ricerca in strumenti concreti a supporto delle decisioni pubbliche. In autunno lanceremo una prima edizione pubblica del progetto e sarà l’occasione per presentare anche i partner coinvolti. Ci saranno realtà di primo piano che condividono con noi la volontà di costruire un ecosistema capace di mettere in connessione talento pubblico, eccellenza privata, ricerca e innovazione, sfruttando anche il potenziale dell’Ai e dei dati di cui l’Italia dispone.

