La vera innovazione è rendere le terapie più fruibili

Nel settore farmaceutico italiano, tra i più competitivi a livello internazionale, produzione industriale e ricerca continuano a giocare un ruolo centrale. Nonostante le criticità legate alla sostenibilità della spesa sanitaria e all’accesso alle terapie, l’Italia si conferma uno dei principali hub europei per la produzione di farmaci, a una forte vocazione all’export e un ecosistema industriale altamente specializzato.

In questo scenario si inserisce Ibsa Italy, filiale principale del gruppo svizzero, che col tempo ha consolidato nel Paese non solo una presenza commerciale, ma anche una rilevante capacità produttiva, tecnologica e di sviluppo. Un modello che combina ricerca, industria e attenzione alla qualità e che guarda all’Italia non solo come mercato, ma come piattaforma strategica per la crescita internazionale.

Alla guida da gennaio 2026 c’è Giuseppe Celiberti, chiamato a rafforzare questo percorso in una fase in cui il settore è attraversato da sfide complesse: dall’innovazione farmaceutica all’accesso alle cure, fino ai temi della sostenibilità e della solidità del sistema.

In qualità di nuovo Ceo di Ibsa Italy, qual è la priorità strategica che si è dato?

Ibsa è una family company con sede a Lugano, ma fin dall’inizio ha sviluppato una forte presenza industriale nel nostro Paese. Per questo, quando parliamo di priorità strategiche, non si tratta solo di far crescere il business in termini di fatturato, ma anche di valorizzare sempre di più l’Italia come luogo dove si fa industria e ricerca farmaceutica. Il mio ruolo è proprio quello di tenere insieme queste due anime: da un lato, lo sviluppo commerciale in Italia; dall’altro, il rafforzamento della nostra capacità produttiva, che è al servizio dell’intero Gruppo a livello internazionale. In questo senso, l’Italia rappresenta per noi non solo un mercato di riferimento, ma un vero e proprio motore di sviluppo a livello globale.

Perché continuate a puntare sul nostro Paese?

L’Italia è un’eccellenza nel settore farmaceutico. La maggior parte della produzione viene esportata e questo dimostra la competitività del sistema.

Ci sono diversi fattori che rendono il Paese attrattivo: la disponibilità di personale qualificato, il collegamento con le università e un indotto industriale molto sviluppato, soprattutto nell’ambito della tecnologia e dei macchinari per la produzione farmaceutica.

Questo ecosistema consente di produrre con alta qualità e con un’efficienza che, in alcuni casi, è superiore anche ad altri Paesi europei.

Ci sono però anche dei limiti nel sistema italiano?

Sì, non tanto sul fronte industriale, ma nell’accesso al mercato e alla rimborsabilità dei farmaci. Il sistema pubblico ha risorse limitate e questo si traduce in tetti di spesa e difficoltà nel riconoscere il valore dell’innovazione. In molti casi i pazienti utilizzano i nostri prodotti fuori dalle classi di rimborso, sostenendo direttamente il costo, perché ne riconoscono i benefici in termini di efficacia e aderenza alla terapia. Questo rappresenta una criticità, perché rende più complesso sostenere gli investimenti in innovazione.

 Che cosa significa per Ibsa innovare nel pharma?

Il nostro approccio si riassume nel concetto di ‘farmaci nella forma migliore’. Partiamo da principi attivi già noti ed efficaci e lavoriamo sulla forma farmaceutica per migliorarne l’utilizzo. Un esempio è il progesterone in soluzione acquosa, reso possibile grazie a una tecnologia che ne migliora la somministrazione. Non si tratta di una semplice modifica, ma di un lavoro complesso di tecnica farmaceutica che può rendere un prodotto unico. È un tipo di innovazione meno visibile rispetto alla scoperta di nuove molecole, ma estremamente rilevante perché incide sull’esperienza del paziente e sull’efficacia della terapia.

Ci può fare un esempio concreto di innovazione?

Uno degli esempi più recenti è la tecnologia FilmTec: un film sottile che si scioglie sulla lingua e consente di assumere il principio attivo senza acqua. Sembra una soluzione semplice, ma è molto complessa da sviluppare a livello industriale. Questa tecnologia è stata creata in collaborazione con l’Università di Milano e poi industrializzata nei nostri stabilimenti. L’abbiamo applicata prima ai farmaci e poi agli integratori, con risultati molto positivi in termini di accettazione da parte dei pazienti.

Quanto è importante l’aderenza alla terapia nel vostro approccio?

È fondamentale. Migliorare la forma farmaceutica significa rendere la terapia più semplice da assumere e quindi aumentare l’aderenza del paziente. E una maggiore aderenza si traduce spesso in una maggiore efficacia, soprattutto nelle terapie croniche. Per esempio, abbiamo sviluppato tecnologie che riducono l’interazione con il cibo o con altri farmaci, rendendo la terapia più semplice nella vita quotidiana.

Quanto è centrale per voi il tema della sostenibilità?

È strutturale per il settore farmaceutico, che è fortemente regolato. Ogni processo è tracciato: dall’utilizzo dell’acqua all’energia, fino alla gestione dell’aria e dei rifiuti. Siamo un settore energivoro, quindi lavoriamo per utilizzare sempre più energia da fonti sostenibili e per ridurre l’impatto ambientale. Tutto questo viene raccolto nel nostro report di sostenibilità, che non riguarda solo l’ambiente, ma anche l’impatto sull’organizzazione e sulle comunità in cui operiamo.

Qual è oggi la sfida più importante per il settore farmaceutico?

Riuscire a coniugare innovazione e sostenibilità del sistema.

Da una parte, bisogna continuare a investire in tecnologie e ricerca; dall’altra, è necessario trovare modelli che rendano queste innovazioni accessibili ai pazienti.

È un equilibrio complesso, che richiede collaborazione tra aziende, istituzioni e sistema sanitario.

 

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