Bambini e punizioni: occhio al trattamento del silenzio

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Il silenzio è d’oro, tranne quando viene usato come punizione per i bimbi, avvertono gli esperti. “Se lo scopo del silenzio è punire, prendere le distanze o dimostrare qualcosa al bambino, o se è un tentativo di modificare il suo comportamento, allora probabilmente non è l’approccio migliore”, afferma Kier Gaines, terapeuta, padre e influencer impegnato nei temi di genitorialità.

Sottoporre tuo figlio al trattamento del silenzio quando sei arrabbiato per qualcosa, aggiunge la psicologa dell’adolescenza Barbara Greenberg, “è uno dei peggiori tipi di punizione, perché è fondamentalmente come dire a tuo figlio: ‘Ti sto liquidando completamente. Non vale nemmeno la pena di parlarti o guardarti’, e induce tanta vergogna”. Per non parlare, aggiunge, di ciò che insegna: “Se c’è un conflitto con qualcuno nella vita, te ne sbarazzi e basta”.

Ecco quello che occorre sapere sul perché la comunicazione, non il silenzio, è il percorso più istruttivo quando sei arrabbiato con tuo figlio.

“Quando punisci i bambini con il silenzio, in un certo senso sopravvaluti la possibilità che ne capiscano il senso”, afferma Gaines. Non comunicando chiaramente, il bambino è lasciato da solo. “Quindi molto probabilmente non comprenderà la lezione che stai cercando di insegnargli”.

Se non comunichi, non capirai cosa sta succedendo a tuo figlio

“Lascia al bambino spazio per spiegare le cose, perché è importante capire le sue motivazioni nel fare qualcosa di problematico”, afferma Greenberg. Questo scambio  non solo ti aiuterà a capire cosa sta succedendo a tuo figlio, ma gli darà anche l’opportunità di riflettere sul suo comportamento.

Il trattamento del silenzio non è un comportamento sano

Il trattamento del silenzio insegna al bambino “non solo ad evitare i conflitti, ma ad essere terrorizzato dai conflitti”, afferma Greenberg. “Gli fa temere di turbare qualcuno, forse insegnandogli anche a comunicare meno”.

Quando diventano adulti e affrontano le proprie sfide e relazioni, continua Gaines, è probabile che questi soggetti si rifacciano a ciò che è più familiare, o a quanto hanno appreso da bambini. Se questo significa applicare il trattamento del silenzio in caso di conflitto, “può trasformarli in adulti che pensano che nessuna risposta sia una risposta“, afferma. “Mentre non lo è affatto”.

Insomma, tutto ciò potrebbe avere l’effetto di trasformare un bambino in un adulto che ha difficoltà a dire le cose importanti e scomode: “Mi hai ferito”, “Non mi piace molto”, “Non sto bene”.

Risultato? Diventare un adulto che pretende dagli altri degli standard che non comunica mai, e che poi li punisce quando non soddisfano tali aspettative.

L’unico uso accettabile del silenzio

“Se ignori tuo figlio perché hai bisogno di riflettere o perché ha appena detto qualcosa di molto offensivo o provocatorio, e la prima reazione è quella di voler lasciare che la cosa ‘si cucini a fuoco lento’ prima di servirla, penso che vada bene”, dice Gaines.

A volte, quando la figlia di 3 anni fa i capricci, lui si siede un po’ con lei prima di dire: “‘Tesoro, ti voglio tanto bene, ma non posso farlo adesso’, e me ne vado ignorando il capriccio. Ma non la ignoro solo per il gusto di farlo”, racconta.

I genitori hanno il diritto di essere arrabbiati e turbati, interviene Greenberg. “Se ti senti sopraffatto, fai un passo indietro”, dice. “Poi spiega cosa ti turba e dai al bambino la possibilità di parlare, perché a volte si tratta di un vero malinteso”.

Cosa fare al posto del trattamento del silenzio quando si è arrabbiati

Un approccio migliore, assicura Gaines, è quello di abbandonare la “facciata da supereroe”  ed essere trasparenti quando qualcosa ci fa arrabbiare o rattristare. Dunque parliamo di ciò che ci ha turbato. “Prova a dire: ‘Ehi, tesoro, quando hai detto questo, mi hai ferito molto, ho solo bisogno di un po’ di tempo per riflettere su come mi sento’. Così tuo figlio non deve chiedersi perché stai zitto”, conclude.

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FOTO: GETTY IMAGES

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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