Sanità: la ‘ricetta’ di Domenico Mantoan per governare l’innovazione

Domenico Mantoan, Ad dell'Ospedale Pederzoli.

Governare l’ondata di innovazione in sanità è possibile. Intervista a Domenico Mantoan, oggi Ad dell’Ospedale Pererzoli.

Per governare la sanità del futuro, fatta di innovazione ma anche sfide che vanno dalla carenza di personale alla sostenibilità, occorre “un mix di etica e managerialità”. Parola di Domenico Mantoan, nome illustre della sanità italiana, che a fine 2024 ha lasciato – un po’a sorpresa – il timone dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, di cui è stato direttore da ottobre 2020), per annunciare in gennaio di aver assunto il ruolo di amministratore delegato dell’Ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda (oltre a essere consigliere senza deleghe di Salus Spa, la holding di riferimento che controlla Ospedale Pederzoli, Centro Riabilitativo Veronese, Ospedale di Porto Viro, Ospedale di Rovigo, Madonna della Salute e Casa di cura Solatrix).

Sanità: l’addio a sorpresa di Domenico Mantoan all’Agenas

Medico chirurgo con specializzazioni in Endocrinologia e in Igiene e Medicina preventiva, Mantoan ha dedicato la maggior parte della sua carriera al Servizio sanitario nazionale, sviluppando una profonda esperienza in ambito manageriale e nell’organizzazione dei servizi sanitari. Regista della digitalizzazione (in corso) del Ssn, Mantoan è stato anche presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e, per oltre un decennio, Dg dell’Area Sanità e Sociale della Regione Veneto.

Salute: a Domenico Mantoan un nuovo incarico dal ministro

Oggi resta convinto che essere un medico manager sia un valore aggiunto: “Fare programmazione significa non solo aver bilanci a posto, ma usare bene le risorse per produrre salute, coniugando etica con managerialità”.

Parliamo di innovazione: dal suo osservatorio a che punto è la digitalizzazione della sanità italiana?

Nel 2025-26 il sistema sanitario italiano deve raccogliere tutto il lavoro fatto negli anni passati, di tipo concettuale ma anche di impostazione.

In Italia si è operato sulla base di due documenti di programmazione: il Dm 70 (che ha regolamentato il modello organizzativo degli ospedali italiani e dei centri privati accreditati), e il Dm 77 (che programma l’attività sul territorio).

Abbiamo avuto un grande investimento per l’infrastruttura e lo Stato ha creato l’Agenzia per la sanità digitale (presso l’Agenas, ndr), che detta le regole. Adesso si tratta di completare questo investimento sia nel pubblico che nel privato, perché il fascicolo sanitario elettronico, la telemedicina e il teleconsulto dovranno essere disponibili per tutti.

L’ultimo tassello mancante è quello delle tariffe della telemedicina, perché altrimenti non c’è la benzina per far decollare questo grande progetto.

Liste d’attesa e tariffe sono due temi caldissimi, dove il dialogo fra Stato e Regioni sembra farsi spinoso. A che punto siamo?

Il problema più importante che abbiamo in Italia è il rapporto fra Stato e Regioni, un problema nato con la riforma del 2001, che ora si è un po’deteriorato.

Questa conflittualità è pericolosa per il sistema. Inoltre, al netto della correttezza con cui i controlli debbono essere fatti, credo che uno Stato che stanzia 140 miliardi di euro debba poter capire come questi soldi vengano spesi da parte delle Regioni. Insomma, ci si può mettere d’accordo sui metodi, ma che non si accetti un controllo da parte dello Stato è singolare.

La base di tutto è, e deve essere, una leale collaborazione. Poi c’è il tema delle liste d’attesa, che ha una storia lunga ma ormai è un dato di fatto. Non c’è un controllo sull’appropriatezza prescrittiva, mancano i medici, non si riesce a dare nuove competenze agli altri operatori, il privato è rimasto bloccato dal 2012: ecco che si generano le liste d’attesa.

La sua è una lunghissima carriera in sanità. Prima di Natale l’addio ad Agenas, in gennaio l’approdo all’Ospedale Pederzoli. Ci aiuta a conoscere meglio questo Gruppo della sanità privata?

Si tratta di un gruppo attivo in Veneto con 5 strutture, delle quali la più importante è l’ospedale di Peschiera: ha 350 posti letto, è un presidio pubblico completo, con pronto soccorso e chirurgia oncologica, ma anche un punto nascita con 1.600 parti.

Tra l’altro, si tratta di un gruppo attento all’innovazione… ma in effetti la notizia ha stupito un po’tutti. Come è nata questa scelta?

Nel gruppo la maggior parte degli utili vengono investiti in attrezzature e aggiornamento, perché è l’unico modo per fare sanità di qualità e per attrarre professionisti di vaglia, anche giovani. Quanto a me, avevo deciso di uscire dal pubblico perché, a 67 anni compiuti, il mio incarico in Agenas sarebbe scaduto a ottobre e non era così scontato che venissi confermato.

Così, dopo 40 anni di lavoro effettivo, ho deciso di andare in pensione. Avevo molte proposte e, fra tutte, ho deciso questo ruolo di responsabilità in un gruppo molto sano dal punto di vista finanziario e che puntava a sviluppare nuovi modelli, soprattutto con la telemedicina e le nuove sfide che la sanità si trova ad affrontare.

Quali le sue priorità per il Gruppo?

Come dicevo telemedicina, ma anche intelligenza artificiale e attrezzature innovative. Dunque investimenti su questi aspetti e sui giovani professionisti. Tutta la sanità sta facendo progressi importanti: ogni giorno ci sono notizie su farmaci, dispositivi medici o tecniche innovative. È fondamentale mantenersi sempre all’avanguardia, con un occhio attento alla buona gestione dei bilanci.

Tanto la sanità pubblica quanto quella privata faticano a trovare personale, mentre medici e infermieri lamentano di essere sottopagati…

C’è sicuramente un problema di valorizzazione delle professioni sanitarie e degli stipendi. Nel caso della sanità pubblica c’è stato il tentativo di adeguarli con i contratti collettivi, per la sanità privata accreditata tutto è fermo da circa 10 anni.

La via naturale sarebbe quella dell’aggiornamento delle tariffe dei Drg: il Governo ha stanziato un miliardo a decorrere dal 2026; mi auguro che in questi mesi il ministero della Salute lavori nella direzione di poter arrivare ad adeguare gli stipendi degli operatori sanitari.

Nel corso dei mesi si moltiplicano gli allarmi sulla tenuta del Ssn, cosa ne pensa?

È incredibile come nel post Covid siano stati dati tanti soldi alla sanità, che dal 2011 al 2020 era stata sottofinanziata. Negli ultimi anni il Governo ha stanziato cifre importanti, ma vediamo le Regioni lamentarsi che i soldi non bastano mai.

Sicuramente c’è un tema che va affrontato ed è legato all’innovazione: perché l’innovazione costa. Pensiamo ai nuovi farmaci e ai dispositivi medici: averli a disposizione è importante, ma stanno portando via gran parte del fondo sanitario nazionale.

Un equilibrio tra innovazione e fondo sanitario deve essere cercato e, soprattutto, trovato.

Quando era bambino cosa sognava di fare da grande?

Sempre il medico, da quando sono nato. Avevo uno zio che era medico condotto: la sua prima condotta era in Sardegna e sono cresciuto con lui, in estate. Così mi sono laureato in Medicina e specializzato in Endocrinologia. Poi ho fatto per 10 anni l’ufficiale medico; mi sono imbattuto in un colonnello medico, a Verona: dopo tre mesi che lavoravo con lui, mi disse che ero tagliato per il management.

Così mi ha iscritto a Igiene a Trieste e ha cambiato la mia carriera. Dopo anni di gestione degli ospedali militari, ho lasciato l’Esercito e ho continuato la carriera nella gestione della sanità. La figura del medico manager non esiste in altri Paesi, ma credo che sia un valore aggiunto per il sistema sanitario: i più bravi direttori generali che ho conosciuto partivano da un’esperienza medica e poi si erano dedicati a quella manageriale. Un valore aggiunto tutto italiano (conclude con un sorriso, ndr), che spero non perderemo.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

 

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