Robot e AI: l’era dell’uomo bionico è iniziata, l’analisi di Silvestro Micera

Silvestro Micera e la protesi robot

Non solo chip nel cervello. Tra interfacce neurali impiantate per ripristinare funzioni perse a causa di infortuni o malattie, protesi smart controllate con la mente ed esoscheletri collegati al midollo spinale per tornare a camminare, la via verso il transumanesimo e la convivenza con i robot sembra segnata.

Ma a che punto è la ricerca? L’era dell’uomo bionico è iniziata, ma “se pensiamo a qualcosa che permetta di fare davvero più di quanto è possibile adesso, ci vorrà ancora un po’ di tempo”. A invitare alla cautela è un ‘guru’ della robotica, Silvestro Micera, professore di Bioingegneria presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Epfl di Losanna.

Uno scienziato impegnato in ricerche che hanno fatto il giro del mondo: dalla mano bionica sensibile al calore, fino al terzo braccio, passando per esoscheletri e neuroprotesi che hanno permesso a giovani paralizzati di tornare a camminare dopo una lesione al midollo.

Dal terzo braccio robot agli elettrodi nel cervello

“Faccio un esempio specifico: stiamo lavorando al controllo del terzo braccio, ma per avere qualcosa che abbia un vero impatto ci vuole tempo. Oggi siamo limitati dal fatto che, inevitabilmente, tutte le interfacce che utilizziamo sono di tipo non invasivo: azionate da movimenti oculari, respiro e cose simili. Questo limita la capacità di controllo dell’arto in sovrannumero, studiato non per riabilitazione, ma per un miglioramento funzionale rispetto alle possibilità offerte da due braccia. Insomma, la ricerca deve ancora fare tanta strada”.

Poi c’è il filone che punta al recupero di funzioni perse. Quello della Neuralink di Elon Musk e degli elettrodi impiantati nella corteccia cerebrale “è un mondo in grande fermento. Dal punto di vista scientifico e commerciale una serie enorme di centri di ricerca, università e aziende stanno spingendo in quella direzione. Si tratta di soluzioni studiate per persone disabili, con una stretta regolamentazione dal punto di vista clinico nei vari Paesi. E i risultati cominciano a essere sempre più interessanti. Penso alla decodifica di informazioni cerebrali relative al linguaggio, fondamentali per pazienti con lesioni neurologiche importanti o malattie neurodegenerative come la Sla. Poi c’è il settore dell’interfaccia cervello-computer: i pazienti paralizzati grazie all’impianto di un chip in appena due settimane tornano a casa e possono interagire col mondo esterno, giocare a scacchi, leggere la posta e fare tantissime altre cose”.

Anche la ricerca sugli esoscheletri per tornare a camminare sta ottenendo risultati notevoli. “Le più interessanti sono le soluzioni soft, sia per il cammino che per l’arto superiore, come quelle studiate alla Sant’Anna dal mio collega Tommaso Proietti: hanno il grande vantaggio di essere più semplici, meno ingombranti, meno costose e più facili da utilizzare per un impatto reale. Insomma, gli esoscheletri soft per arto inferiore e superiore hanno grandi potenzialità. E iniziano anche ad arrivare esempi di combinazioni di neuroingegneria e tecnologie impiantabili per stimolare il midollo abbinate agli esoscheletri”. In questo quadro l’intelligenza artificiale “è fondamentale sia per la robotica che per la neuromodulazione: il dispositivo è più facilmente personalizzabile e l’AI può velocizzare la riabilitazione con tecnologie studiate per ciascun paziente”.

Come si colloca l’Italia nel panorama della ricerca?

“In campo biorobotico e neurotecnologico siamo messi benissimo: da Nord a Sud l’elenco delle realtà di eccellenza è lungo. In questi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia è cresciuta, con l’Inail che da tempo finanzia la ricerca. Ormai siamo fra i top al mondo e i colleghi di Harvard e del Mit ci guardano come competitor di grandissimo valore”.

Non mancano però gli ostacoli

“Ci sono moltissime sfide etiche, ma anche sociali, giuridiche e filosofiche che vanno affrontate adesso, prima che l’innovazione tecnologica diventi realtà. Per avere le idee chiare sulle strategie da adottare nel gestire queste soluzioni, che non sono lontanissime”.

Se tutto questo vi sembra un film, in realtà bisogna dire che la passione di Micera per la biorobotica è nata proprio da pellicole e libri di fantascienza. Lo scienziato cita i fumetti della Marvel, ma anche il colonnello Steve Austin della serie ‘L’uomo da sei milioni di dollari’ (che, grazie a organi bionici, acquisisce capacità eccezionali, ndr). E se la protesi di Luke Skywalker (impiantata dopo il duello con Darth Vader, che disarma il figlio tagliandogli la mano, ndr) “è forse l’immagine più iconica, dovendo scegliere una serie simbolica, direi Star Trek: c’è il personaggio dell’ingegnere capo Geordi La Forge con un visore basato su interfacce neurali che gli permettono di vedere. Ma, soprattutto, una visione del futuro e delle tecnologie positiva”.

Intanto l’Italia ha annunciato un piano da 50 milioni di euro per favorire l’arrivo di giovani talenti, seguita a ruota dall’Ue. “Un periodo all’estero secondo me fa sempre bene: così la scienza cresce e la circolazione dei cervelli è importante. Per farli tornare però è indispensabile offrire loro un ambiente positivo, e l’Italia ce l’ha. Quello che manca, forse, è una grande Agenzia della ricerca sul modello dei National Institute of Health, che gestisca progetti e bandi, dando un’organizzazione e una stabilità al finanziamento. Questo è uno dei nostri problemi: uscire dalla fase random”.

Braccio robotico extra controllato col respiro, la ricerca italiana/VIDEO

Third Arm: il braccio robot controllato con la respirazione

Avete presente il dottor Octopus di Spiderman? Ebbene, la ricerca italiana ha dimostrato che la respirazione può essere utilizzata per controllare un terzo braccio robotico indossabile. Uno strumento in più che in futuro potrà assisterci nella vita e nel lavoro.

La ricerca è molto promettente ma “non conosciamo ancora bene i meccanismi con cui il cervello impara a gestire l’arto in più”, spiega Silvestro Micera, professore di Bioingegneria presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Al momento gli scienziati del progetto Third Arm – ispirato da un fumetto della Disney in cui Paperone inventava il terzo braccio – hanno capito che le persone sane riescono abbastanza rapidamente a controllare l’arto in più. “Stiamo cercando di comprendere in che modo è possibile muovere le tre braccia compiendo azioni anche di tipo diverso contemporaneamente. Siamo ai primordi di un settore affascinante”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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