Luce artificiale: di notte fa male a cervello e metabolismo

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Se siete fra le persone abituate a dare un’ultima occhiata ai messaggi sul telefonino prima di andare a letto o, peggio, a dormire con la tv accesa, questo articolo è per voi. E il messaggio è semplice: prima di dormire è meglio spegnere la luce.

L’esposizione alla luminosità artificiale di notte, infatti, comporta una serie di insidie per la salute. E non parliamo solo di sonno (che peggiora, lo sappiamo). A dircelo è un neuroscienziato americano, Randy J. Nelson, che ha passato l’ultimo decennio a indagare sui pericoli nascosti della luce artificiale.

La sua ricerca, illustrata in un’intervista pubblicata su ‘Brain Medicine’, dimostra che la luce notturna – quella di lampadine, faretti ma anche tablet, smartphone e tv – non solo peggiora la qualità del sonno, ma altera radicalmente la funzione immunitaria, innesca l’insidiosissima neuroinfiammazione, altera il metabolismo e influenza la regolazione dell’umore.

Randy J. Nelson, PhD, West Virginia University, USA. Credit Randy J. Nelson, PhD
Randy J. Nelson, PhD, West Virginia University, USA. Credit: Randy J. Nelson, PhD

Randy J. Nelson, che presiede il Dipartimento di Neuroscienze della West Virginia University, è autore di ricerche pionieristiche su come i ritmi circadiani alterati influenzino la funzione cerebrale e la salute generale. L’intervista ripercorre l’insolito percorso professionale di Nelson, passato dal lavoro nel settore agricolo a quello di assistente alle autopsie, fino a diventare una delle massime autorità mondiali sui ritmi biologici.

Sonno, se manca impatta sulla salute del cervello

Dalla lavorazione dei tacchini alla ricerca sulla luce

Tutto inizia, curiosamente, con il turno di notte in uno stabilimento di lavorazione dei tacchini durante il liceo. Poi il futuro neuroscienziato si dedica alle autopsie in due ospedali di Cleveland, prima di arrivare all’Università della California a San Diego, grazie a un’inaspettata opportunità di lavoro presso il celebre zoo di San Diego.

Nel corso della sua carriera lo studioso ha lavorato presso la Johns Hopkins University, la Ohio State University e ora è alla West Virginia University.

“Il mio percorso accademico è tipico nel senso che non è ‘tipico’”, riflette Nelson. Il suo background unico – è stato il primo negli Stati Uniti a conseguire contemporaneamente due dottorati di ricerca distinti (in Psicologia ed Endocrinologia presso l’UC Berkeley) – ha plasmato il suo approccio integrato alla ricerca neuroscientifica.

Interruzione del ritmo circadiano: una crisi sanitaria moderna

Negli anni il laboratorio di Nelson ha pubblicato risultati rivoluzionari su come l’esposizione alla luce artificiale notturna influenzi il nostro organismo. La sua ricerca va oltre il semplice disturbo del sonno, rivelando profondi effetti sui processi fisiologici che si sono evoluti nel corso di milioni di anni per funzionare in sincronia con i cicli naturali luce-buio. Oggi però tutto e cambiato, e il nostro organismo rischia di pagarne le conseguenze.

Tutta colpa della luce (al momento sbagliato)

Pensiamo al sistema immunitario: l’esposizione alla luce in momenti inappropriati può sopprimere le tipiche risposte difensive dell’organismo o innescare un’infiammazione eccessiva. Il team ha evidenziato anche chiari legami tra l’alterazione dei ritmi circadiani e i disturbi metabolici, contribuendo all’epidemia di obesità.

Forse però l’aspetto più preoccupante è legato agli effetti diretti sulla regolazione dell’umore, con implicazioni per la comprensione della depressione e dei disturbi d’ansia.

Le questioni aperte

Quali specifiche lunghezze d’onda della luce sono più dannose per i ritmi circadiani? Quanto velocemente l’organismo può riprendersi dall’esposizione cronica alla luce? Qual è il contributo dell’ora del giorno come variabile biologica? Questi interrogativi guidano le ricerche in corso nel laboratorio di Nelson.

Trasferire le scoperte sulla luce alla pratica clinica

Andando oltre la ricerca di base, inoltre, il team di Nelson sta conducendo degli studi clinici per capire se agendo sulla luce si possano migliorare i risultati per i pazienti in terapia intensiva. Due importanti studi si concentrano sul recupero da un ictus e sui pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca, popolazioni particolarmente vulnerabili esposte alle difficili condizioni di illuminazione tipiche delle terapie intensive ospedaliere.

“I ritmi circadiani sono un aspetto fondamentale della biologia e molto si sa al riguardo dalla scienza di base”, spiega Nelson. “Tuttavia, molto poco di questa scienza di base è stato applicato alla clinica”.

Lo studio sugli operatori sanitari impegnati di notte

A risentire della luce artificiale sono anche gli operatori sanitari. Uno studio clinico in corso sta indagando sull’utilità di visiere a luce blu brillante per aiutare gli infermieri del turno di notte a ripristinare i loro ritmi circadiani, migliorando la qualità del sonno, le prestazioni cognitive e l’umore. Interventi simili potrebbero aiutare altri turnisti a mantenere una salute migliore, nonostante orari irregolari.

Il tempo come variabile biologica

Una delle idee più interessanti di Nelson riguarda il ruolo dell’ora del giorno come variabile biologica cruciale per la ricerca. Il fatto è, sostiene lo scienziato, che i risultati sperimentali possono variare notevolmente a seconda del momento in cui vengono condotti gli studi. Eppure queste informazioni raramente compaiono nelle pubblicazioni scientifiche.

“La risposta a un quesito può dipendere in parte dall’ora del giorno in cui viene posta la domanda”, osserva Nelson. Questo potrebbe anche spiegare perché alcuni studi non riescono a replicare i risultati ottenuti in precedenza. Insomma, la luce non ha rivelato ancora tutti i suoi segreti. Ma per assicurarci un buon sonno – e non insidiare linea e prontezza mentale – ormai sappiamo che conviene spegnere tutto.

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