Si sa: il mantra dei monaci tibetani contribuisce a rendere più regolare il battito del cuore. E anche la preghiera ritmata, come il Rosario, può avere effetti positivi sul benessere cardiaco favorendo il controllo delle tachicardie. Ma pensate a una serenata di Franz Schubert come strumento di controllo della pressione arteriosa. E in futuro, forse, il medico potrebbe indicare questo trattamento (certo non farmacologico, ma comunque con una somministrazione lenta e misurata) per migliorare il profilo pressorio di un paziente.
Perché il cuore, alla fine, tende ad adattarsi alla musica e ai suoi ritmi. O meglio, il modello organizzativo di un’aria potrebbe favorire un miglior controllo della situazione. A fare la differenza sarebbero le “strutture fraseologiche”, ovvero ai modi in cui le melodie sono organizzate in unità di senso completo, che interagiscono formando periodi, e come questi ‘spezzoni’ si combinano per strutturare l’intero brano.
A dimostrare il potenziale di questo approccio davvero originale e, per gli amanti del settore, estremamente piacevole anche se richiede il giusto tempo e la giusta concentrazione, è una ricerca coordinata da Elaine Chew, una pianista di formazione e docente di Ingegneria al King’s College di Londra. Lo studio è stato presentato al Congresso Europeo di Cardiologia – ESC 2025, in corso a Madrid.
In questo percorso tra pentagramma e sfigmomanometro, proviamo quindi a capire la complessità dello studio partendo dalle parole della stessa Chew. “Come il linguaggio, la musica ha schemi e frasi che formano strutture espressive, e questo è spesso ciò che colpisce gli ascoltatori – rivela – Questa ricerca ci dice che le strutture di frase musicali più prevedibili hanno un impatto maggiore nella regolazione del sistema cardiovascolare“.
E proprio la regolarità della sinfonia, come il classico Ohm ripetuto e lento, sarebbe alla base dell’azione della musica sulla pressione. La respirazione e la frequenza cardiaca infatti sono influenzate dalle strutture di fase musicali: “una sincronizzazione più forte è stata osservata per le frasi prevedibili, che sono più regolari, di durata simile a una respirazione lenta e, in tracce più lunghe, con più istanze di frase – riprende l’esperta”.
Fin qua l’affascinante razionale. Ma veniamo alle prove. Lo studio ha preso in esame 92 persone con controllo costante della pressione durante l’ascolto di nove tracce di musica per pianoforte su 30. Un algoritmo bayesiano, sempre del team di Chew, ha permesso a un computer di rilevare automaticamente il tempo musicale e i limiti dell’arco di frase in termini di volume.
Gli esecutori indicano le frasi con cambiamenti simili ad archi nelle caratteristiche musicali espressive che guidano le risposte dell’ascoltatore. Hanno partecipato sessanta donne e 32 uomini con un’età media di 42 anni. Le 30 tracce utilizzate nella ricerca erano registrazioni originali di esecuzioni leggendarie di grandi pianisti e i ricercatori ne hanno alterato sistematicamente l’espressività per osservarne l’effetto sulle variabili cardiovascolari.
La musica è stata riprodotta su un pianoforte per coerenza e per avvicinarsi il più possibile a un’esecuzione dal vivo in un contesto sperimentale controllato.
In 25 tracce su 30, la pressione sanguigna è stata influenzata più dal volume che dal tempo. Una maggiore prevedibilità delle strutture fraseologiche nella musica ha permesso all’ascoltatore di anticipare i cambiamenti di frase e si è scoperto che questo porta a una maggiore sincronizzazione tra pressione sanguigna e musica, cosa che può rafforzare la capacità dell’organismo di regolare la pressione sanguigna.
La melodia più potente per regolarizzare il cuore
Dalla playlist, la registrazione che ha mostrato le strutture fraseologiche più prevedibili e il maggiore impatto sulla pressione sanguigna è stata l’esecuzione della trascrizione di Franz Liszt della Serenata di Schubert da parte del pianista inglese Harold Bauer. Insomma: questa sinfonia potrebbe rappresentare una sorta di “blockbuster” del pentagramma per il futuro dei trattamenti antipertensivi.
Il tutto, va detto, senza effetti collaterali. “Nel corso del tempo e attraverso le culture, gli esseri umani si sono mossi e hanno ballato al ritmo della musica” è il parere di Chew. “È probabile che ci siano vantaggi biologici e sociali nel saper coordinare le nostre azioni rispetto a un ritmo esterno, come le persone su una barca che sincronizzano i loro remi”.
Per coordinare le nostre azioni in questo modo, dobbiamo essere in grado di anticipare l’inizio e la fine dei cicli ritmici. È questa anticipazione che probabilmente influenza i nostri cicli cardiorespiratori. È piacevole sincronizzarsi con le strutture musicali: la ricerca ha scoperto che la musica utilizza lo stesso sistema di ricompensa di cibo, sesso e droghe.
La speranza, insomma, c’è. E, anche se siamo all’inizio, si punta ad avere (anche) la musica come strumento per prevenire le malattie cardiache o rallentarne, arrestarne o invertirne la progressione.


