Dazi: nuova bordata di Trump sui farmaci e risposta Ue

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Dazi sui farmaci, tutto da rifare? Dopo mesi di fibrillazioni e qualche settimana di serenità, Donald Trump è tornato a minacciare le aziende del pharma, con un post dirompente su Truth.

Il presidente Usa ha annunciato l’introduzione di dazi del 100% su prodotti farmaceutici di marca a partire dal primo ottobre, se le aziende del settore non trasferiranno parte della produzione negli Stati Uniti.

“Non ci saranno dazi per quei prodotti farmaceutici, se sono iniziati i lavori di costruzione” di un nuovo impianto negli Stati Uniti, ha scritto Trump. Eppure a fine agosto era arrivata la dichiarazione congiunta che formalizzava l’accordo-quadro commerciale tra Ue e Usa raggiunto a luglio, confermando il tetto massimo del 15% per i dazi statunitensi sulle esportazioni Ue.

Tutto da rifare, allora? Negli Usa non ci saranno dazi superiori al 15% sui farmaci importati dall’Ue, assicura il vice portavoce capo della Commissione Europea Olof Gill, dopo il post pubblicato da Donald Trump. Ma vediamo meglio che cosa è successo.

Incentivare la produzione di farmaci made in Usa

L’intento di Trump è sempre stato quello di favorire la produzione di medicinali negli Stati Uniti. E le sue dichiarazioni non sono rimaste inascoltate: di recente l’americana Eli Lilly aveva annunciato una fabbrica da 6,5 miliardi di dollari a Houston, che si aggiunge all’impianto da 5 miliardi già promesso fuori Richmond, in Virginia. D’altra parte numerose aziende farmaceutiche hanno illustrato piani per aprire nuove sedi o associarsi a imprese presenti negli Usa.

È il caso dei colossi elvetici Roche e Novartis: le due aziende hanno  pianificato investimenti su larga scala e nuovi impianti di produzione negli Stati Uniti, come riferisce un’analisi della banca Vontobel.

La ‘polizza assicutativa’ dell’Unione europea

Quanto all’Ue, Olof Gill si richiama alla dichiarazione congiunta, sottolineando che “gli Stati Uniti intendono garantire tempestivamente che l’aliquota tariffaria, composta dalla tariffa della nazione più favorita e dalla tariffa imposta in base alla sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, applicata ai prodotti originari dell’Unione Europea soggetti alle misure della sezione 232 su prodotti farmaceutici, semiconduttori e legname, non superi il 15%“.

Per Gill, riferisce Adnkronos, “questo chiaro massimale tariffario onnicomprensivo del 15% per le esportazioni dell’Ue rappresenta una polizza assicurativa che non si verificheranno dazi più elevati per gli operatori economici europei”. D’altra parte, riflette ancora Gill, l’Ue è l’unico partner commerciale ad aver raggiunto questo risultato con gli Stati Uniti.

Anzi, sul fronte dazi Ue e Stati Uniti “continuano a impegnarsi per l’attuazione degli impegni della dichiarazione congiunta, esplorando al contempo ulteriori ambiti per esenzioni tariffarie e una cooperazione più ampia”. Calma e sangue freddo, dunque. Anche perché, come dicevano gli antichi Romani, Pacta sunt servanda. 

L’impatto per l’Italia

L’export di farmaci e vaccini italiani negli Usa ammonta a circa 11 miliardi di euro nel 2024. I dazi al 15% potrebbero comportare un impatto di circa 2-2,5 miliardi di euro, “a carico soprattutto dei consumatori statunitensi”, aveva stimato qualche tempo fa il numero uno di Farmindustria, Marcello Cattani.

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