Hiv: In Italia vediamo la punta dell’iceberg. L’analisi di D’Arminio Monforte

Hiv sesso

Grazie alla ricerca sono stati fatti molti passi avanti per il controllo dell’Hiv. “Ma resta il problema del sommerso, enorme, che ancora esiste. Oggi in Italia molte persone non sanno di essere Hiv positive e finiscono per trasmettere l’infezione. Ecco, la chiave contro il virus passa proprio per l’emersione di questo iceberg sommerso”. Ha le idee chiare Antonella D’Arminio Monforte, una donna medico che ha dedicato tutta la sua carriera alla lotta all’Hiv.

Specialista in malattie Infettive (1981) e Pediatria (1985), dal 2005 ha diretto l’unità operativa complessa di Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale San Paolo e, dal 2006, è diventata professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Milano fino alla pensione nel 2022, ma continua la sua attività contro il virus dell’Aids attraverso la Fondazione Icona, della quale è presidente.

Se non testi, non sai

Lo scenario è cambiato: esistono terapie efficaci e sempre più snelle, ma anche strumenti di prevenzione come la profilassi pre-esposizione (PrEP), ma “se non si diagnostica l’Hiv e non si dà la terapia, la malattia progredisce e soprattutto il virus continua a circolare“, dice a Fortune Italia la specialista. Stando all’Istituto superiore di sanità nel 2023 in Italia ci sono state 2.349 nuove diagnosi di Hiv e 532 di Aids, in aumento rispetto all’anno precedente e molto vicine a quelle del 2019.

Allora come intercettare questo  sommerso? “Non dobbiamo cambiare strategia: di fatto dobbiamo impostarne una. Il problema è che le persone non vengono testate”, scandisce D’Arminio Monforte.

Hiv: la forza dello stigma

Nonostante siano passati decenni da quando si parlava di ‘peste del Duemila’, “lo stigma dell’Hiv resiste e le persone che hanno avuto rapporti a rischio non fanno il test per paura. D’altra parte – riflette l’esperta – i medici non lo prescrivono, anche per via del consenso informato scritto, che è davvero una iattura”. Insomma, anche la burocrazia ha un peso nell’ostacolare l’emersione dei casi, come dimostra anche l’aumento di diagnosi tardive.

Se non si porta alla luce l’iceberg del sommerso, non riusciremo a frenare il virus. “C’è poi il tema delle giovani generazioni che non sentono parlare di Hiv, Aids e di educazione sessuale. Oltretutto non si vedono in giro persone malate, così l’infezione fa meno paura e i giovanissimi non si proteggono contro il virus”.

D’altra parte la ricerca ha fatto molti passi avanti. Gli sforzi per un vaccino sono falliti, ma sono state messe a punto numerose soluzioni per contrastare l’Hiv. Tra i progetti della Fondazione Icona spicca PRIDE, primo studio italiano sulla profilassi pre-esposizione, con  dati su persone che scelgono di prevenire l’Hiv attraverso terapie orali o a lento rilascio (in Italia la PrEP Long Acting viene utilizzata grazie a un programma speciale reso possibile da ViiV Healthcare).

“Questo tipo di terapia è un grandissimo successo non solo perché, se presa in modo corretto, previenie l’Hiv, ma anche perché in questo modo si contribuisce a una consapevolezza sui comportamenti che evitano il contagio. A fronte di questo – dice D’Arminio Monforte – occorre sapere che la Prep protegge dall’Hiv, ma non dalle altre malattie sessualmente trasmesse”. Che, oltretutto, stando a Iss ed Ecdc, sono in aumento in Italia e in Europa.

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Cosa manca ancora

Dove devono andare la ricerca e la sanità? “Le persone con Hiv chiedono terapie che riducano il peso psicologico della malattia. I farmaci long acting, che riducono e distanziano la frequenza di assunzione, rappresentano una rivoluzione importante”, sottolinea la specialista. Che però insiste: “Occorre mettere le persone con Hiv in terapia antiretrovirale, sia per il loro benessere che per interrompere la trasmissione del virus. Inoltre serve un’educazione sessuale fin da bambini, perché la consapevolezza si costruisce da piccoli”.

“L’Hiv esiste ancora – conclude Antonella D’Arminio Monforte rivolgendosi ai giovani – Dobbiamo tener presente che questo virus, insieme ad altre malattie a trasmissione sessuale, può rendere il rapporto rischioso. Ma per renderlo piacevole e privo di pericoli esistono poche e semplici precauzioni”. Ricordiamocelo.

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