Entro il 2050 l’antimicrobico resistenza potrebbe uccidere quasi 40 milioni di persone. Col virologo Fabrizio Pregliasco alla scoperta dei superbatteri più insidiosi e delle strategie per batterli.
Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa, Enterococcus faecium, Klebsiella pneumoniae e Staphylococcus aureus: sono i superbatteri più temibili secondo il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva all’Università degli Studi di Milano.
“Le previsioni sono catastrofiche: oltre 39 milioni di persone potrebbero morire a causa di infezioni resistenti agli antibiotici entro il 2050. E in Italia già oggi i superbug causano 10mila decessi l’anno. Queste stime hanno un senso, ma i numeri stavolta non bastano. Perché di fronte a quella che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha chiamato ‘apocalisse antibiotica’, la tentazione è quella di dire: non faccio più nulla. Invece bisogna agire subito”.
Pregliasco, autore del libro ‘I superbatteri. Una minaccia da combattere’ (firmato insieme a Paola Arosio ed edito da Raffaello Cortina), ricorda come la lista nera dell’Oms conti 13 microrganismi protagonisti di un fenomeno importante per il presente e il futuro della salute umana e animale: l’antibiotico resistenza.
Ormai molti germi hanno imparato a ‘dribblare’ i farmaci che, nell’ultimo secolo, abbiamo sviluppato contro di loro. E il rischio è quello di ritrovarci con ‘armi spuntate’: anche un’operazione chirurgica di routine potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma vediamo meglio di che si tratta.
Il caso ESKAPE
Come i cattivi dei fumetti, alcuni microrganismi si sono uniti in una specie di ‘banda’, riconoscibile attraverso un acronimo. “Sono i batteri ESKAPE (dalle iniziali di Enterococcus spp., Staphylococcus aureus, Klebsiella pneumoniae, Acinetobacter baumannii, Pseudomonas aeruginosa, Enterobacter spp.): un gruppo di microrganismi resistenti agli antibiotici che rappresentano una grave minaccia per la salute pubblica, causando principalmente infezioni negli ospedali. Possiamo dire che sono i più diffusi proprio là dove ci sono pazienti fragili e vulnerabili.
Sul territorio, invece, abbiamo soprattutto gli E. coli resistenti. Ma attenzione: i superbatteri non sono nuovi, strani, oppure organismi che stanno emergendo adesso. Sono batteri che già conoscevamo e che finora siamo riusciti a tenere a bada. Siamo ancora in grado di gestire la situazione, ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un problema di tutti e ognuno deve fare la propria parte”.
La lista nera
L’ultima lista stilata dall’Oms è divisa in tre categorie: a priorità assoluta, alta e media. Al primo gruppo appartengono Acinetobacter, Pseudomonas ed Enterobacteriaceae, che colpiscono particolarmente in ospedali e luoghi di cura, causando vari tipi di infezioni, come polmoniti e setticemie. La seconda categoria contiene, fra gli altri, i microrganismi responsabili di salmonella e gonorrea, l’H. pylori che si annida nello stomaco e lo stafilococco aureo.
Al terzo gruppo appartengono Streptococcus pneumoniae, contro il quale la penicillina si sta rivelando sempre meno efficace e che provoca polmoniti e meningiti, ma anche Haemophilus influenzae, capace di causare otiti e sepsi meningococcica. “La sfida futura – spiega Pregliasco – è la diagnostica molecolare: avere un sequenziamento rapido che consenta di individuare in poco tempo i ‘bacherozzi’ responsabili permetterà trattamenti davvero mirati. Occorre accelerare.
Ma c’è anche un altro aspetto al centro della ricerca: l’impatto sul microbiota”, ovvero la flora che abita nel nostro intestino. “Dopo aver spazzato via con gli antibiotici anche i batteri buoni dell’intestino, arriva il Clostridium difficile a metterci il carico da 11”. Quindi non basta trovare nuove armi contro i superbug, ma dobbiamo imparare a proteggere i nostri alleati: i batteri simbionti che vivono dentro di noi si stanno rivelando preziosi per molti aspetti della nostra salute, difese immunitarie incluse.
Contro l’apocalisse antibiotica “tutti dobbiamo fare la nostra parte: le istituzioni, che devono monitorare la situazione e finanziare la ricerca. Le aziende farmaceutiche, che devono investire in un campo lasciato un po’ da parte perché meno conveniente. Gli allevatori, che devono usare questi farmaci in modo mirato per la cura dei loro animali. Ma anche i farmacisti, che hanno un contatto diretto con i cittadini e possono fare corretta informazione.
I medici, che non devono essere troppo generosi con la penna e prescrivere gli antibiotici solo quando servono davvero. Infine i pazienti, che devono impiegare questi farmaci secondo prescrizione, evitando il fai da te (che vuol dire anche non interrompere la terapia quando ci sembra di stare meglio). Ma soprattutto devono vaccinarsi, perché giocando d’anticipo si previene la malattia e questo può ridurre l’uso inappropriato degli antibiotici”.
Il tormentone
Sembra strano, ma un aiuto arriva dai vaccini. “La vaccinazione contro l’influenza riduce l’uso ingombrante, eccessivo e immotivato di antibiotici tipico della stagione invernale. Pensiamo poi all’immunizzazione contro pneumococco e meningococco, oppure al vaccino contro morbillo e fuoco di Sant’Antonio. Difendersi dai virus consente di evitare sovrainfezioni batteriche e lunghe terapie”. Che rischiano di alimentare l’antibiotico resistenza.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

