Altro che pillole di lunga vita. Il segreto della longevità in salute passa per la tavola: dalla patata viola al tè verde, dall’olio d’oliva al mango, uno studio internazionale collega gli alimenti ricchi di polifenoli ai 12 segni distintivi dell’invecchiamento.
Se ne è parlato a Welfair, la manifestazione dedicata al futuro della sanità italiana in corso alla Fiera Roma fino al 7 novembre. Firmato da ricercatori dell’Università del Molise e dell’Harvard T.H. Chan e pubblicato su ‘Ageing Research Reviews’, il lavoro esamina le prove che collegano i polifenoli assunti con la dieta alle vie biologiche dell’invecchiamento.

Analizzando i pattern alimentari delle ormai celebri Zone blu (Okinawa, Ogliastra in Sardegna, Ikaria, Loma Linda, Nicoya), gli autori mostrano come specifici composti – antocianine, isoflavoni, oleuropeina, EGCG, procianidine, xantoni – possano modulare stress ossidativo, mitocondri, infiammazione, autofagia, epigenetica e microbiota, con potenziali ricadute su prevenzione metabolica e cardiovascolare, ma anche su funzione cognitiva e qualità della vita in età avanzata.
“Lo studio evidenzia una volta di più che le diete ricche di polifenoli tipiche delle Blue Zone agiscono su più bersagli dell’invecchiamento. Portare questi principi nella pratica clinica e di sanità pubblica può estendere l’aspettativa di vita in salute”, commenta Giovanni Scapagnini, professore di Nutrizione clinica presso l’Università degli studi del Molise e studioso di fama internazionale.
I 12 segni dell’invecchiamento
1) Instabilità genomica
2) Accorciamento dei telomeri
3) Alterazioni epigenetiche
4) Perdita della proteostasi
5) Rilevamento disregolato dei nutrienti
6) Disfunzione mitocondriale
7) Senescenza cellulare
8) Esaurimento delle cellule staminali
9) Comunicazione intercellulare alterata
10) Autofagia compromessa
11) Infiammazione cronica
12) Disturbi del microbioma intestinale.
Longevità: la bacchetta magica non c’è
Putroppo però, con il crescere dell’interesse sulla longevità, proliferano falsi miti, trappole, bufale e vere e proprie truffe. A mettere in guardia i cittadini è Ennio Tasciotti, responsabile del Laboratorio di Human Longevity Program dell’Irccs San Raffaele, che a Welfair presenta il documento ‘Diete, digiuni e pillole miracolose: la bacchetta magica non esiste’.
Una doccia fredda per chi, con l’aiuto di pillole o polverine, cerca una scorciatoia per la longevità. “Le evidenze indicano che a fare la differenza sono stili di vita sostenibili e interventi personalizzati, non la moda del momento”, spiega Tasciotti. “Più che inseguire l’ultima tendenza, serve un approccio integrato e monitorato, fatto di alimentazione di qualità, attività fisica, sonno e gestione dello stress. È qui che la scienza vede i benefici reali sulla salute e sulla durata di vita in buona salute”.
E il digiuno intermittente?
E il digiuno intermittente? Per Tasciotti mostra buoni risultati su peso e metabolismo, ma non ci sono ancora prove sufficienti sul suo impatto sulla longevità. Insomma, si tratta di una strategia utile solo se personalizzata e monitorata. Quanto a integratori e nutraceutici, si tratta di un campo promettente, ma ancora da consolidare: le evidenze cliniche sull’uomo restano limitate e la loro efficacia dipende da dosi, qualità e modalità di assunzione.
Il documento invita dunque a valutare criticamente le fonti e a personalizzare ogni intervento in base al metabolismo, alla genetica e al microbiota individuale. La vera innovazione non sta nelle pillole o nei protocolli ‘copia-incolla’, ma nella prevenzione su misura e nella misurazione oggettiva degli esiti clinici.
Ricordando che, stando al Global Burden of Disease Study 2023, gran parte della mortalità mondiale è riconducibile a fattori di rischio modificabili. Ma “nonostante il ruolo cruciale che la nutrizione gioca nel determinare la durata e la qualità della vita – soprattutto nell’ultimo quarto del percorso vitale – l’alimentazione resta ancora la Cenerentola delle politiche di prevenzione”, ha detto Giovanni Scapagnini, convinto che “per un invecchiamento in salute, l’industria alimentare può fare bene la sua parte: ora infatti si preoccupa più degli aspetti organolettici e non funzionali del cibo”.


