Diabete, da Israele l’impianto che potrebbe sostituire l’insulina quotidiana

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Un impianto sottocutaneo che funziona come un pancreas artificiale e produce insulina da solo, in modo continuo e automatico. Senza pompe esterne, senza penne, senza intervento del paziente. È questa la promessa di una nuova tecnologia per il diabete sviluppata da un team internazionale guidato dal professore associato Shady Farah del Technion – Israel Institute of Technology, pubblicata su Science Translational Medicine.

L’obiettivo è ambizioso: eliminare la necessità di iniezioni quotidiane per milioni di persone con diabete, trasformando la terapia farmacologica in un sistema biologico auto-regolato che lavora direttamente all’interno del corpo.

Un “organo” artificiale che produce il farmaco dall’interno

Il dispositivo è un impianto basato su cellule viventi. Una volta inserito nell’organismo, monitora in tempo reale i livelli di glucosio nel sangue, sintetizza insulina al suo interno e la rilascia nella quantità esatta e nel momento preciso in cui serve.

In pratica, non si limita a somministrare un farmaco: si comporta come un vero e proprio organo bioingegnerizzato. I ricercatori lo descrivono come una “living drug”, una terapia vivente capace di autoregolarsi senza bisogno di dispositivi esterni o interventi manuali.

Il progetto nasce nel 2018 durante il periodo post-doc di Farah al MIT e al Boston Children’s Hospital sotto la guida di Daniel Anderson e Robert Langer, tra i pionieri dell’ingegneria tissutale e cofondatore di Moderna. Oggi lo sviluppo prosegue al Technion in collaborazione con MIT, Harvard, Johns Hopkins University e University of Massachusetts.

Lo scudo cristallino contro il rigetto immunitario

Il vero ostacolo che per decenni ha frenato le terapie cellulari è sempre stato lo stesso: il sistema immunitario. Le cellule impiantate vengono riconosciute come estranee e attaccate.

La svolta dello studio sta in una tecnologia definita “crystalline shield”. I ricercatori hanno progettato cristalli terapeutici ingegnerizzati che proteggono l’impianto e lo rendono “invisibile” al sistema immunitario. In questo modo il dispositivo può funzionare stabilmente per anni.

Secondo il team, lo scudo cristallino evita il riconoscimento dell’impianto come corpo estraneo e consente una produzione continua e affidabile di insulina nel lungo periodo.

I risultati nei modelli animali

I test hanno già fornito risultati significativi. Nei modelli murini l’impianto ha garantito una regolazione efficace e prolungata dei livelli di glucosio. Nei primati non umani gli studiosi hanno confermato la vitalità e la funzionalità delle cellule nel tempo.

Questi dati rappresentano un passaggio cruciale verso la sperimentazione clinica sull’uomo. Gli autori sottolineano che i risultati forniscono una base solida per avviare trial clinici nei prossimi anni.

Una piattaforma oltre il diabete

Sebbene il focus iniziale sia il diabete, la tecnologia ha un potenziale molto più ampio. Il sistema “closed loop” potrebbe adattarsi a patologie croniche che richiedono un rilascio continuo di molecole biologiche, come l’emofilia o alcune malattie metaboliche e genetiche.

Se la sperimentazione clinica confermerà l’efficacia e la sicurezza dell’impianto, si aprirebbe un cambio di paradigma nella gestione delle malattie croniche: meno farmaci ripetuti nel tempo, più terapie integrate e autoregolate all’interno dell’organismo.

La prospettiva è radicale. Non più solo dispositivi medici o farmaci, ma veri sistemi biologici ingegnerizzati che diventano parte del corpo e lavorano in autonomia. Per il diabete, significherebbe superare uno dei pesi quotidiani più gravosi della malattia.

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