Malattia renale cronica, una patologia silenziosa che colpisce il 10% della popolazione

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C’è una malattia che colpisce una persona su dieci, ma che spesso resta invisibile fino a quando il danno è già avanzato. È la malattia renale cronica, una delle sfide più sottovalutate per i sistemi sanitari, non solo per la sua diffusione ma per l’impatto su mortalità, qualità della vita e sostenibilità economica.

A fare il punto sono gli specialisti riuniti a Milano per l’evento Nephrovision, promosso dalla Società Italiana di Nefrologia e dall’Università degli Studi di Milano, dove emergono con chiarezza le nuove direttrici della nefrologia: diagnosi precoce, terapie innovative, integrazione tra discipline e uso dell’AI.

Una malattia silenziosa che arriva tardi

Il problema principale resta la diagnosi.

La malattia renale cronica procede spesso senza sintomi nelle fasi iniziali. Quando emerge, il danno è già significativo e le opzioni terapeutiche risultano più limitate.

“Molti pazienti arrivano quando il danno è già avanzato”, spiega Mario Cozzolino. “Anticipare la diagnosi significa intervenire prima e in modo più efficace”.

Intervenire precocemente cambia la traiettoria della malattia. Permette di rallentarne la progressione e, nei casi migliori, evitare la dialisi.

Il nodo della dialisi e dei costi

Quando la malattia raggiunge gli stadi avanzati, il percorso diventa più complesso e oneroso.

In Italia tra 45.000 e 50.000 pazienti sono in dialisi cronica. Il trattamento richiede sedute più volte a settimana e ha un impatto significativo sulla qualità della vita.

Il costo per il Servizio sanitario nazionale oscilla tra 30.000 e 50.000 euro l’anno per paziente, per una spesa complessiva che supera i 2 miliardi di euro. Oltre la metà dei costi si concentra nelle fasi terminali della malattia.

Una nuova visione: il rischio cardio-renale-metabolico

La nefrologia sta cambiando paradigma.

La malattia renale non si considera più isolata. Diabete, obesità, dislipidemia e rischio cardiovascolare condividono meccanismi comuni. Da qui nasce l’approccio cardio-renale-metabolico, che integra diverse competenze e trattamenti. Negli ultimi anni sono emerse nuove classi di farmaci con un ruolo sempre più centrale:

Gli inibitori Sglt2, nati come antidiabetici, mostrano effetti protettivi su rene e cuore indipendenti dalla glicemia. Gli agonisti Glp-1 e i dual agonists ampliano le possibilità nella gestione combinata di diabete e obesità. Gli antagonisti non steroidei del recettore dei mineralcorticoidi agiscono sui processi infiammatori e fibrotici che guidano la progressione della malattia.

“Oggi possiamo intervenire su più livelli del rischio”, sottolinea Cozzolino. “La sfida è integrare queste terapie in modo strutturato e precoce”.

Il ruolo crescente dell’AI

Anche l’AI entra nella pratica nefrologica.

Le applicazioni spaziano dalla stratificazione del rischio alla previsione della progressione della malattia, fino al supporto alle decisioni cliniche. L’obiettivo è rendere la medicina più predittiva e personalizzata.

“L’AI è una grande opportunità, ma va integrata nella pratica quotidiana”, osserva Giuseppe Castellano.

Il limite dell’accesso alle cure

Nonostante i progressi, restano criticità.

L’accesso alle terapie e l’organizzazione dei percorsi assistenziali variano ancora molto tra territori. Il rischio è che l’innovazione non si traduca in benefici reali per tutti i pazienti.

Serve maggiore integrazione tra ospedale e territorio. Serve una presa in carico precoce e continuativa.

Una sfida che riguarda tutto il sistema

La malattia renale cronica non è solo una questione clinica. È una questione di sanità pubblica, di organizzazione dei servizi e di sostenibilità economica. La direzione è chiara: diagnosi anticipata, approccio integrato, tecnologie avanzate. La sfida è trasformare questi strumenti in pratica quotidiana.

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