C’è un’equazione che il sistema sanitario italiano fatica ancora a risolvere: come finanziare l’innovazione oncologica in un contesto di risorse limitate e popolazione sempre più anziana. A Palazzo Baldassini a Roma, un convegno organizzato da Servier ha provato a mettere a fuoco una possibile risposta, partendo da un assunto apparentemente semplice: curare meglio le malattie croniche costa meno e libera risorse per le patologie più difficili da trattare.
Il meccanismo: dalla cronicità all’oncologia
Il ragionamento di fondo è questo. In Italia, come nel resto d’Europa, una quota enorme della spesa sanitaria riguarda patologie croniche come ipertensione e dislipidemia. Quando i pazienti non seguono correttamente le terapie prescritte, i costi esplodono: ricoveri evitabili, complicanze, progressione della malattia. Migliorare l’aderenza terapeutica, cioè la continuità e la regolarità con cui i pazienti assumono i farmaci, riduce questi costi e genera un risparmio che potrebbe essere reinvestito in aree dove l’innovazione è ancora scarsa, come i tumori rari e le malattie orfane.
Servier, gruppo farmaceutico internazionale con sede in Francia e presente in Italia da oltre cinquant’anni, costruisce su questo meccanismo una parte della propria strategia. Il Gruppo ha una caratteristica insolita nel panorama farmaceutico globale: è governato da una Fondazione non profit e reinveste il 100% degli utili in ricerca e sviluppo. Leader storico in cardiologia e nel trattamento dell’ipertensione, sta puntando con decisione sull’oncologia, settore che rappresenta ormai un terzo delle sue vendite globali, con un fatturato complessivo di 6,9 miliardi di euro nell’ultimo esercizio, in crescita del 16,2%.
“Favorendo l’appropriatezza e l’aderenza, generiamo benefici tangibili sia sul piano clinico che su quello della sostenibilità economica,” ha spiegato Emilio Gagliardi, Managing Director di Servier Italia & Malta. “Questo meccanismo virtuoso libera risorse che possono essere dirottate verso patologie ancora prive di soluzioni terapeutiche, come i tumori rari e le malattie orfane. La nostra innovazione incrementale alimenta l’innovazione disruptive e sostiene la nostra indipendenza al servizio dei pazienti.”
Le terapie rare al centro
Sul fronte oncologico, Servier sta sviluppando terapie di precisione per tumori a prognosi severa e spesso privi di alternative terapeutiche: il colangiocarcinoma, la leucemia mieloide acuta, i gliomi a basso grado e il melanoma uveale. Sono patologie poco frequenti, con mercati piccoli, che l’industria farmaceutica tradizionale tende a trascurare proprio perché i ritorni economici sono limitati. Il modello di governance di Servier, svincolato dalla logica degli azionisti, dovrebbe in teoria renderla meno soggetta a questa pressione.
La strada dal laboratorio al paziente, però, resta lunga. E in Italia presenta ostacoli specifici che il convegno ha messo in evidenza senza troppi giri di parole.
I nodi irrisolti: accesso, burocrazia, competitività
Il primo problema è l’accesso ai test genetico-molecolari. Per le terapie oncologiche di precisione, la diagnosi molecolare è il presupposto indispensabile: senza di essa, non si sa nemmeno se un paziente può beneficiare di un determinato trattamento. In Italia, la disponibilità di questi test è ancora disomogenea sul territorio, con differenze significative tra regioni e tra ospedali.
Il secondo nodo è burocratico. La ricerca clinica in Italia sconta iter autorizzativi lenti, barriere legate alla privacy e difficoltà applicative legate alla normativa europea sui dispositivi diagnostici in vitro. Fattori che, nel tempo, rischiano di dirottare gli investimenti verso mercati più rapidi e flessibili.
Il terzo problema è sistemico e riguarda l’Europa nel suo complesso. “L’Europa non può più permettersi una sanità frammentata”, ha detto l’onorevole Ylenja Lucaselli, membro della V Commissione della Camera. “Solo unendo le forze potremo restare competitivi con potenze come Stati Uniti e Cina, garantendo ai cittadini accesso rapido alle cure e alle tecnologie più avanzate.”
Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha sollevato un tema che agita il settore da mesi: la clausola del Most Favoured Nation introdotta dall’amministrazione americana, che impone prezzi farmaceutici allineati ai più bassi praticati a livello globale, rischia di ridurre l’attrattività dell’Europa per gli investimenti farmaceutici.
“Il tema dell’aderenza terapeutica nelle patologie croniche,” ha affermato il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, “si lega oggi a una dimensione più ampia di sostenibilità e competitività del sistema salute. In un contesto internazionale segnato da strumenti come la clausola del Most Favoured Nation, è fondamentale preservare l’attrattività dell’Europa e dell’Italia per gli investimenti farmaceutici. È necessario un quadro regolatorio stabile, competitivo e capace di valorizzare l’innovazione, anche attraverso un approccio value-based che riconosca il valore complessivo delle terapie in termini di esiti di salute, qualità della vita e benefici per il sistema nel suo insieme.”
Il valore dell’aderenza: una priorità ancora sottovalutata
Al di là delle dinamiche di mercato e delle strategie aziendali, il tema dell’aderenza terapeutica merita un’attenzione particolare. In Italia, si stima che tra il 30 e il 50% dei pazienti con malattie croniche non segua correttamente la terapia prescritta. Le conseguenze sono cliniche, con un peggioramento degli esiti di salute, ed economiche, con un aggravio sulla spesa sanitaria pubblica difficile da quantificare con precisione ma certamente rilevante.
L’introduzione di indicatori di aderenza nel Sistema Nazionale di Garanzia, proposta emersa durante il convegno, andrebbe nella direzione di rendere questo problema misurabile e quindi affrontabile in modo sistematico. Un passo che, da solo, non risolve nulla, ma che potrebbe contribuire a rendere più razionale l’allocazione delle risorse in un sistema sanitario che di razionalità ha un bisogno crescente.


